PROLOGO: Il Daily Bugle, New York City

 

Come tornare a casa, niente da ridire su questo.

Aprendo la porta degli uffici, la donna nera fu accolta da una cacofonia sensoriale che le era fin troppo mancata –mitragliare di tastiere, bestemmie ineguagliate concernenti metà della linea genealogica di Bill Gates, telefoni dalla voce quasi umana, e le più potenti sigarette che il mercato potesse mettere a disposizione, in barba ad ogni ordinanza sul fumo. Fattorini si affrettavano come furetti, intenti o a spingere monumentali carrelli di documentazione, o in mirabolanti giochi di equilibrio con vassoi di panini e bicchieri di caffè. Le stampanti diffondevano un distinto odore di stireria...

“Stento a crederci! Glory Grant è tornata fra i mortali[i]!”

Una dolce ironia, che il primo a salutarla fosse proprio il suo migliore amico, Peter Parker. Glory si tolse il cappello, mostrando una splendida acconciatura ‘Rasta’. “Sarei tentata di credere che mi stessi tendendo un agguato, Peter.”

Peter fischiò –capperi, non fosse stato per il familiare volto sorridente, avrebbe stentato a riconoscerla! Si avvicinò, e le diede un breve abbraccio. “A...dire il vero, ero qui solo per proporre un pezzo. Adesso faccio anche lo scribacchino part-time.”

Glory si tolse l’impermeabile. “La verità è che entrambi non possiamo fare a meno di questo posto. Per molti, qui, è una seconda casa, nel bene e nel male. Persino lui mi mancava.”

Come se quelle parole fossero state un segnale, in quel momento ogni singolo interfono nei telefoni emise un tremendo fischio di feedback, fortunatamente breve, al quale seguì una voce di donna che, per la pura ira che essudava, poteva essere scambiato per il ruggito di un’arpia durante il periodo di cambio delle piume. “E NON MI IMPORTA QUANTO FOSSERO BRAVE ED EFFICIENTI LE SCHIAVE AI SUOI SCIOVINISTI TEMPI, MR. &%£$!#*@ç JAMESON! SOLO IL MIO RISPETTO PER LA (censura) LEGGE MI IMPEDISCE DI FARLE QUALCOSA DI FISICO!”

I cristalli del piano non avevano finito di tremare, che dai condotti dell’aria condizionata iniziò a fioccare una tempesta di carta tritata. Un minuto dopo, una specie di matrona, rossa in volto, i capelli neri quasi a porcospino, e gli occhi invasati uscì borbottando parole che avrebbero scandalizzato un vecchio lupo di mare. Solo per un miracolo non travolse Peter e Glory.

Con la coda dell’occhio, Peter vide dei soldi cambiare di mano fra fattorini e giornalisti, ricordandosi che anche un paio di dollari dei suoi dovevano fare la stessa fine... “Devo ammetterlo, nessun’altra era riuscita a fare una cosa simile.” Ridacchiò, imitato subito da Glory.

La donna si diresse verso l’ufficio dell’amabile Editore del Daily Bugle. “Quante, fino ad oggi?” Chiese, quasi distrattamente.

Peter fece spallucce. “Comprese quelle chiamate il fine settimana? Ti posso solo dire che con questa, abbiamo esaurito tutte le agenzie fino al New Jersey disposte a concederci personale.” Cinse le mani come in preghiera. “Ti prego, accetta anche una riduzione dello stipendio, se servirà a fargli pagare i miei articoli!”

Glory voltò la testa, sfoggiando un sorriso predatore. “Tranquillo, Petey: se non me ne intendo io, di animali feroci...”

Mentre si chiudeva la porta, si udì la voce fra l’offeso ed il sollevato di J.J. Jameson. “Glory! Adorabile figliola, meno male che ci sei almeno tu, su cui contare! Questo è un mondo davvero crudele, se un onesto lavoratore come me...”

La porta si chiuse, e Peter non seppe se essere felice o preoccupato. Felice, perché finalmente lei era tornata quella di sempre, e addirittura venata di una sicurezza che le era mancata per molto tempo. Preoccupato, per quel riferimento agli ‘animali feroci’...L’ex-fotoreporter del Bugle poté solo sperare che, questa volta, i Fratelli Lobo l’avrebbero tenuta lontana dai loro schemi...

Non sapeva ancora, quanto si sbagliava. Ma è un’altra storia...

 

 

MARVELIT presenta

Episodio 11 – CACCIA A FENRIS

 

 

Un bacio.

Qualcuno lo definì: ‘Un apostrofo rosa fra due parole: t’amo’

Naturalmente ci sono delle eccezioni.

Fermo restando il sentimento, che in questo momento teneva avvinghiati questi due giovani come se volessero trasformare il loro abbraccio in fusione fisica, l’apostrofo era nero e bordato di pelliccia come le loro labbra, e non c’era bisogno di parola alcuna. I loro corpi parlavano con sincerità più viva di qualunque parola, ai loro sensi.

Wolfsbane e Jon Talbain terminarono riluttantemente l’intimo contatto dei musi, restando tuttavia con i tartufi neri a contatto, occhi verdi contro occhi rossi.

Che buffo. Era dalle prime tempeste ormonali, che la licantropa scozzese aveva temuto un momento del genere. Raramente, si era immaginata al fianco di qualcuno cui dare il cuore, ricambiata. Meno che mai a un ‘qualcuno’ come lei. Si sentiva di nuovo piccola, un po’ spaventata, ma sicura di trovare nel suo maschio l’appoggio e la forza che le servivano.

E anche di più. Un compagno stabile, per la famiglia che li attendeva!

Jon lesse quei sentimenti nello sguardo di lei, nei sottili segnali del suo corpo dalla rossa pelliccia. E ne fu fiero –la sua vita era stata come un peregrinare, concentrata sul suo ruolo di Sidar-Var, campione del Popolo. Tante volte aveva dovuto rinunciare ai riti della Luna Piena, sacrificare le sue passioni, canalizzarle, nella lunga attesa della compagna perfetta…

“Ci sono dei problemi, mia rjein?”

Improvvisamente, le orecchie di lei avevano iniziato ad arrossire e fliccare. “Uhm, come hai detto?”

“Un termine molto antico, forgiato durante la prima alleanza fra l’Uomo ed il Popolo. Sta ad indicare quando uno è parte dell’altro, nell’unione che dura una vita.”

Rahne gli appoggiò la testa al petto. Un suono dolce, come il quieto ronfare di un gatto… “Uhm…Potremmo continuare…in casa? Voglio dire..?” voleva dire che, per quanto piacevole, intenso, potesse essere –be’ lei era ancora abbastanza educata alla vecchia maniera, da non trovare ‘conveniente’ baciarsi con ardore

sulla pubblica piazza di Starkesboro, davanti a molti occhi ammirati.

Jon le strofinò il muso con il palmo di cuscinetti ruvidi e morbidi insieme. “Ti chiedo scusa…Ma, come sai, qui siamo tutti come un grande branco. È istintivo accettare meglio una coppia, quando questa mostra pubblicamente il suo legame.” Ridacchiò. “Dovresti vedere quando è la sta*” fu zittito da un leggero ringhio di avvertimento.

“Lo posso immaginare bene, grazie,” disse lei, che ormai, alla vista infrarossa dei lupi, era accesa come una torcia. Si staccò. “Allora, quali sono i programmi per oggi?”

Jon sospirò. “Il Consiglio del Popolo vuole radunare il Pack. Mio padre sospetta che sia a causa della nostra deludente prestazione in Patagonia[ii].”

I due mannari si incamminarono verso la chiesa del paese. Per la Main Street, dove il solo traffico era quello pedestre, si potevano vedere cuccioli di licantropi inseguirsi ed azzuffarsi in piccole nubi di polvere. Adulti, umani solo all’apparenza, in coppia e gruppo o con altri ‘simili’ o con mannari in forma ibrida.

A Rahne scappò un risolino, alla vista di un paio di mannari maschi, in forma animale, portati allegramente al guinzaglio da una ‘donna’.

Jon portò gli occhi al cielo. “Feticismi. Un segno, almeno innocuo,dell’influenza delle scimmie.”

“Jon!”

Spallucce, e uno scodinzolio. “Perché? Non lo sono, forse?”

Fu lei, a levare gli occhi al cielo –quando parlava come Karnivor, le faceva venire voglia di morderlo! “E poi, perché tuo padre dice che siamo stati deludenti? Il Power Pack è riuscito a recuperare un Occhio di Set, a uccidere un Generale...”

Lui scosse la testa. “Se non fosse stato per quei due umani, saremmo stati massacrati. Un branco intero contro solo due Generali, e abbiamo fatto la figura di un cucciolo di fronte ad un grizzly...Senza contare che un Generale non muore, non almeno finché vive il suo infame padrone. E Thulsa Doom è, per quanto ignobile, più ostinato di un lupo in caccia. Se decidesse di usare tutti i suoi nove Generali insieme...” una mano gli chiuse il muso, trasformando le sue parole in un borbottio inarticolato.

“Non ora. Ti prego.” Rahne scosse la testa. “Nuovi Mutanti, X-Men, X-Factor...So quanto sia importante terminare la minaccia di quel mostro. Ma ho visto troppe volte i miei amici farsi ossessionare dalle responsabilità. Ho bisogno del mio rjein, adesso, non di un crociato. Per favore.”

Lui le leccò il muso. “Mi dispiace. Ma dobbiamo.” All’uggiolio di lei, aggiunse, accarezzandola dietro un orecchio, “Appena verrà il momento, ti prometto interi giorni e notti di pace, solo per noi e nessun altro...Ma non possiamo abbassare la guardia per un solo istante.”

La coppia riprese a camminare verso la chiesa.

 

Vetrate decorate con immagini di lupi e lupi mannari, questi ultimi vestiti o con antiche armature, o con altri abiti e costumi dei secoli lontani. Cariatidi mannare per le travi di supporto. Un simbolo di lupo bifronte contro un sole stilizzato sulla parete dietro l’altare...

L’aria era tesa, nella Chiesa Lykeana. L’intero Power Pack, rappresentato da,

-        Sir Wulf, capobranco, il grigio lupo antropomorfo nella sua armatura rossa e blu; non un mannaro, ma un prodotto della scienza deviata dell’Alto Evoluzionario

-        Karnivor, dal pelo rosso, un tempo il nefasto Uomo-Bestia, un altro, precedente ‘prodotto’ dell’Evoluzionario.

-        El Espectro, nero-bluastro, dagli occhi di fuoco, indossante un’armatura hi-tech,

-        Warewolf, la versione tecno-organica di un mannaro, ultimo acquisto del Pack

-        Il Predatore nel Buio, sedicente alieno da un mondo ancora sconosciuto, ma non per questo meno letale di un licantropo terrestre,

-        Jon e Rahne,

stava in piedi, in cerchio, intorno alla figura in armatura blu ed oro di Tyr di Asgard. Il Dio della Guerra sostenne i loro sguardi inquisitori, interrogativi, curiosi, diffidenti, uno ad uno, senza un’esitazione nel volto.

Fu Sir Wulf a rompere il lungo silenzio, con una voce dura, bassa. “La tua condotta nell’ultima battaglia è stata a dir poco deplorevole, Tyr. Persino di fronte all’imminente sconfitta, hai preferito evitare di fare intervenire Fenris...”

“...”

Gli occhi d’ambra si accesero di rinnovata minaccia. “Se contiamo così poco, per te. Se il Popolo stesso non ha importanza, per te, dillo adesso, e spiegaci cosa ti ha spinto ad unirti a noi, oppure...”

“Non volevo essere catturato.” La voce che interruppe Wulf era un qualcosa di sinistro, profondo, gutturale. Una voce che non apparteneva minimamente a Tyr. La mano destra, sostituita da una nera zampa di lupo, si contrasse.

“Solo di recente,” continuò la voce di Fenris, “ho appreso che Asgard è sopravvissuta alla Teomachia dalla quale ero fuggito[iii] grazie a Tyr. E, con Asgard, molti dei suoi abitanti; inclusi i maledetti Odino e Thor. Loro, come ogni Asgardiano a loro fedele, non avranno pace fino a quando non sarò stato riportato nella mia prigione, a Lyngvi, incatenato fino al Ragnarok. E non intendo permetterlo.

“Quando mi sono unito a voi, ho pensato che obbedire agli ordini di un fratello mortale fosse un piccolo prezzo in cambio della libertà...Ma ora...Ora ho bisogno di restare nascosto. Mi sono esposto già troppo quando ho colpito il Generale Nacrom. Il cacciatore Asgardiano mi ha visto[iv]. Presto, Thor in persona potrebbe essere qui. Non posso restare.”

“Fenris...”

“Ha ragione,” disse Tyr, ora con la propria voce. “Siete in pericolo. Thor è un osso duro per gente molto più potente di voi. Non ce la far...”

Stronzate!” ringhiò Karnivor. “Mi sono battuto contro Thor personalmente[v], e sono stato ad un passo dallo sconfiggerlo con queste mani! Contro un intero branco, le sue possibilità sono pressoché nulle.”

Sir Wulf lanciò una breve occhiata alla figura femminile, vestita di una tonaca bianca e verde, dai lunghi capelli biondi ed il volto degno di una Dea Greca. Ma la Sacerdotessa rimase seduta sulla panca, impassibile –non sarebbe toccato a lei, prendere una decisione. Sir Wulf era il responsabile per ogni lupo del suo branco, e spettava solo a lui...

“Sei in grado di rintracciare i cacciatori?,” chiese.

Tyr levò la testa di scatto. “Hai intenzione di portarli qui?”

Sir Wulf annuì. “In un certo senso. Voglio incontrare i cacciatori, ma su un territorio neutrale, dove nessuna vita del Popolo possa essere messa in pericolo. Un’esistenza da fuggiaschi, sempre a guardarsi le spalle, mentre ben altre sono le nostre priorità, è inaccettabile; credo sia meglio cercare la via del dialogo, invece di iniziare una battaglia che, alla lunga, ci vedrebbe perdenti. Se anche potessimo battere Thor, Odino è un altro discorso.”

Dentro Tyr, Fenris dovette annuire. La sua vendetta contro coloro che lo imprigionarono per millenni avrebbe dovuto aspettare. Per ora...

 

Circa un’ora dopo, lo scenario era pronto.

In un bagliore di mistico teletrasporto, i cacciatori si materializzarono dentro una sala grande come il Colosseo.

“Su la testa, gente. Se credono di...?” il gigantesco umano, vestito di pelliccia e di una cotta d’oro, l’elmo vichingo decorato da enormi corna ricurve, e i folti capelli e barba rossi che ben gli valevano il nome di ‘Red’ Norvell, sembrò finalmente realizzare i dintorni ad alta tecnologia. “Maccheccavolo..?” Levò il suo martello di Uru dalla lunga staffa in posizione difensiva, indeciso sul cosa farci.

“Strano, invero,” disse Fandrall, la cui espressione guardinga mal si intonava con un volto dai biondi capelli e baffi fatto per sorridere. L’Asgardiano tenne pronta la sua fedele spada. “Non ho mai saputo che il vile mostro potesse essere familiare con la tecnologia dei mortali.”

Hogun il Fosco stava immobile, la mazza borchiata levata all’altezza della vita, i suoi occhi esaminare i dintorni con consumata esperienza. Lui stesso non aveva avuto sufficiente esperienza con i mortali per potere riconoscere alcunché nel design ambientale.

“Degno figlio di suo padre, Fenris adora giocare con gli inganni, evidentemente,” sbottò il voluminoso (per carità non diteglielo in faccia!) Volstagg. “Ma non riuscirà ad impedire al Leone di Asgard di somministragli la giusta punizione per i suoi misfatti.”

“Non è una finzione,” disse il quinto membro di quel gruppo, un lupo antropomorfo dal candido pelo dai riflessi argentei. Parallelamente ai suoi sensi fisici, capaci di trovare il proverbiale chicco di riso in una spiaggia, la sua vista astrale esaminava i dintorni, non trovandovi altro che una conferma alle sue parole. “Siamo davvero in un ambiente artificiale, ma...”

HRIMHARI!

Arrivò veloce come il fulmine! Il Principe-Lupo ebbe appena il tempo di voltarsi, che una specie di cometa rossa lo abbrancò! I due rotolarono a terra diversi metri, prima che egli riconoscesse il suo ‘aggressore’. E la sua sorpresa divenne all’istante una gioia quasi incontenibile. “Rahne!

Era un sogno! Quasi non voleva crederci, ma lei, la sua lupa con il fuoco dentro, era lì, sopra di lui, scodinzolante e felice, e bella come non mai! “Sei qui! Sei...Dio, come mi sei mancato.”

Si strinsero in un abbraccio, sotto le espressioni fra l’incuriosito e l’esterrefatto di Norvell e dei Tre Guerrieri.

Fandrall fece per rinfoderare la spada, ma ci ripensò. “Non posso dire che non siamo lieti di rivederti, mortale. Molte volte il Principe ha cantato il tuo nome alle stelle, ma...Puoi forse renderci edotti su quello che sta succedendo?”

Fra le varie qualità che annoverava Hrimhari, una era la capacità di sapere concentrarsi su quello che era importante. In un attimo, la gioia per quell’inaspettato incontro fu sostituita dal ricordo della sua missione...e da un odore che non aveva notato prima. Odore di un altro maschio, odore che si era insinuato in lei così a fondo da diventare parte del suo corpo...

Wolfsbane si accorse del cambio di umore di lui, e sciolse gentilmente l’abbraccio... “Mio Principe, io*Yawp!*

Una manona la prese per la collottola e la sollevò come fosse stata una cuccioletta.

“Norvell!” ringhiò Hrimhari. “Lasciala. Lei non...”

“Chiedo scusa per l’intrusione, Maestà,” disse Norvell, il martello posato su una spalla, “Ma credo che in questo momento sia più importante stabilire se questa palla di pelo sia chi voi pensiate o no. E vedo che voi non siete il più idoneo allo scopo. E per quanto riguarda noi, bellezza...”

In quel momento, una catena dorata si avvolse intorno al polso che reggeva la licantropa! “Così, Odino finalmente rivela la sua vile natura, e manda all’attacco individui capaci di colpire una fanciulla!”

Mentre Rahne cadeva a terra, gli Asgardiani sussultarono all’unisono, riconoscendo prima la voce e poi il suo proprietario. “Che prodigio è mai questo?!” fece Hogun, che molto di rado si permetteva di mostrarsi scosso. “Ti abbiamo lasciato in Asgard, al fianco del Sire Thor!”

Hrimhari studiò attentamente quell’impossibilità, il Dio della Guerra in persona, nella sua armatura blu ed oro, intento a reggere l’invincibile Gleipnir che partiva dalla sua... “La tua mano!”

“Il che prova l’impostura, mi sembra,” disse Norvell, usando l’altra mano per puntare il martello su Tyr. “Con tutto il rispetto, Principe, ti sei arrugginito non poco, se non riesci a riconoscere un travestimento quando...”

“NO!” scattò Hrimhari. “Quello non è Fenris! È davvero Tyr di Asgard!”

“Invero,” ghignò il Dio. “Impulsivo come sempre, mortale. Morire, anche più d’una volta[vi], non ha fatto molto bene al tuo carattere, vedo.”

“Sai che segreto,” disse Norvell, pronto a colpire. “Lo sanno anche i sorci, cosa successe durante quel finto Ragnarok! Non credere di potermi fregare con delle belle paroline!”

Tyr fece spallucce. “Allora, dovremo convincerti diversamente.”

“Dovremo..?” ma prima che potesse chiedere spiegazioni, le ebbe. La presa di Gleipnir fu sciolta.

E il cerchio di lupi entrò nella stanza. Entrarono con calma, con la certezza dei signori del territorio.

Sir Wulf si avvicinò al gruppo, e fece le presentazioni. “Quanto alla locazione, signori, siamo a bordo dell’Umbra.”

 

Se il famoso Eli-Velivolo dello SHIELD era considerato la più superba struttura artificiale mai posta in orbita intorno alla Terra, allora tale giudizio sarebbe stato riscritto alquanto in fretta, alla vista

della Umbra. Una nave di dimensioni doppie rispetto all’E-V. Una nave la cui fusoliera, dalle torri armate alla prua simile alla bocca di un mostruoso cannone, tradiva in ogni suo centimetro la sua funzione principale: la guerra.

L’Umbra, in conformità al suo nome, procedeva su un orbita geostazionaria sulla verticale del Brasile, invisibile ad ogni strumento elettronico ed ogni talento psichico, grazie ad un oscillatore di fase che le permetteva di restare de-sincronizzata rispetto all’universo. Un suo attacco rapido, senza preavviso, avrebbe potuto facilmente avere ragione degli USA o di una qualunque altra grande potenza nucleare.

 

“Ritengo che siate abbastanza saggi,” continuò Sir Wulf, “da comprendere la stupidità di una battaglia nello spazio vuoto, battaglia che non vedrebbe alcun vincitore.”

Stallo. I due gruppi si confrontarono in silenzio...E, alla fine,

Fandrall rinfoderò la spada per primo, imitato dai suoi compagni -anche Red Norvell tornò a posare il martello sulla spalla, pur tenendo i muscoli del braccio tesi al massimo. “Non sia mai detto che un Asgardiano non sia pronto ad ascoltare la voce della ragione, quando ce n’è la possibilità. Quali ragioni, dunque, o Sir Wulf, puoi dare al nostro Sire Thor per questa strana alleanza, se di tale si tratta?”

Il lupo grigio annuì. Fece un cenno a Tyr, e in un attimo il corpo del Dio della Guerra fu sostituito dal titanico, quadrupede lupo nero, alto 5 metri al garrese, gli occhi due braci accese, minaccioso come non mai.

Gli Asgardiani quasi fecero un salto in avanti. Quasi.

“La ragione è molto semplice, Fandrall di Asgard,” rispose Wulf, “e si condensa in una domanda: cosa ha fatto, Fenris, per meritare la sua prigionia?”

Al minuto di silenzio allucinato che seguì, Norvell si mise a...ridere. “Tu stai scherzando, vero??”.

“Fenris ucciderà il Padre di Tutti,” disse Hogun, come se bastasse quella risposta.

“Conosciamo la leggenda,” disse Karnivor, sogghignando. “Poi Vidar ucciderà Fenris, mentre dalle ceneri della fine di Asgard e del nostro mondo, sorgerà un paradiso fecondo. Uno scambio alla pari, direi...Ma nel frattempo? Perché imprigionarlo? Avete paura che cerchi di adempiere alla profezia prima del tempo?”

“Il Ragnarok giungerà a suo tempo,” disse Hogun. “Fenris fu imprigionato perché era diventato pericoloso. È pur sempre il figlio di Loki e di una gigantessa.”

“Un strano cucciolo, lo ammetto,” disse Wulf. “Un cucciolo che voi Asgardiani avete allevato con amore, tuttavia. Crescendo, ha mostrato di possedere un carattere così caparbio che solo Tyr poteva avvicinarlo per nutrirlo...Uno strano legame, il loro: un legame in nome del quale, alla fine, Fenris stesso ha accettato di farsi imprigionare, quando avrebbe potuto facilmente evitare la sfida delle catene e stare lontano a seminare terrore fino al Ragnarok. Non è vero?”

Altro silenzio.

“Allora, Asgardiani? Fenris dice di non avere ucciso nessuno, durante la sua prigionia, e che solo delle armenti erano cadute sotto le sue zanne, durante la sua gioventù burrascosa. La sua malefatta più grande è stata minacciare, sotto mentite spoglie, Iduna, la custode delle mele d’oro. Una macchia, vero...ma difficilmente degna, da sola, di una prigionia lunga secoli. In fondo, ci sono Dei oscuri, nel vostro regno, che non solo hanno fatto molto di peggio, ma sono anche liberi di muoversi in una quasi completa libertà...Devo fare nomi? O potete dire, in tutta certezza, che Fenris ci abbia mentito?”

Mai come in quel momento, si stava sfiorando il conflitto aperto –quei miseri, bestiali mortali, osavano dubitare della saggezza di una decisione di Odino..!

Ma cosa ne avrebbe pensato Thor? Il nuovo Sovrano non pensava solo come un Dio, e nei giorni scorsi ne aveva dato una prova che, non fosse stato egli designato da Odino e dall’Althing al trono[vii], sarebbe stata dichiarata blasfemia!

E la verità era, che Fenris non aveva mentito!

Hrimhari guardò Rahne. La licantropa gli si avvicinò. “Ho passato una vita con la paura di me stessa, mio Principe. Sono stata odiata per la mia natura, e non posso negare che, qualche volta, dentro di me, ho provato anch’io il desiderio di ricambiare quella violenza, quell’odio. Io ho avuto la fortuna di avere trovato prima degli amici per i quali dare la vita, ed ora un branco di miei simili, e...” sospirò, e guardò brevemente Fenris, seduto, cauto, la bocca chiusa. Tornò a rivolgersi a Hrimhari. “Non posso dire di conoscerlo veramente, ed egli è una figura inquietante...Ma non credi che le cose sarebbero diverse, se non fosse più imprigionato, perseguitato per il suo retaggio? Ho imparato il valore di una seconda possibilità. Non potete chiedere al vostro Sovrano di dargliela?”

Ebbe la risposta appena l’aria sopra i due gruppi esplose in un assordante tuono! Allo stesso tempo, un bagliore accecante salutò l’ingresso

di Thor in persona.

“Il Sire di Asgard ha pesato le tue parole, onorevole fanciulla,” disse il Dio del Tuono, atterrando, “e le ha trovate malriposte, per quanto sincere. Il destino di Fenris ed il suo retaggio sono una sola cosa, scritti col sangue dei suoi infami genitori. La sua natura è selvaggia e la menzogna è la sua filosofia, come dimostra il suo assurdo travestimento.” Puntò il martello verso il nero lupo. “Troppe volte il Regno Dorato ha sofferto per avere sottovalutato i Suoi nemici. Io dico basta! In nome del braccio che ho personalmente tagliato al perfido Loki che tante volte ho chiamato fratello, più nessuna minaccia si muoverà incontrastata!”

A quel punto, il branco intero si strinse davanti a Fenris. Anche se a malincuore, Wolfsbane si mise al fianco di un minaccioso Talbain.

“Hai espresso la tua opinione, Asgardiano,” disse Sir Wulf, estraendo l’elsa della sua spada. Accendendo la lama-laser, aggiunse, “E io ti dico che Fenris resterà con noi. Resterà perché siamo un branco. Perché, fin quando respira, un lupo non abbandona un suo fratello. Perché, indipendentemente dalle sue motivazioni, ci ha salvato la vita in più di un’occasione...E se i suoi nemici dovessero sconfiggerci per arrivare a lui, dovranno farlo al più caro dei prezzi!”

Questo è parlare, animale!” esclamò Red Norvell, puntando il martello. Aveva pazientemente atteso, caricando l’artefatto con ogni iota della sua volontà. Sapeva che i fulmini non sarebbero serviti a nulla, e fece ricorso alla sola arma che gli rimaneva per trasformare la bestia in un oscuro ricordo era l’anti-potere.

Una raffica sufficiente a fare vacillare Thanos in persona, vero...Ma Fenris, fra le tante cose che si potevano dire di lui, non era uno stupido. Quella mossa gli era stata praticamente telegrafata, e quando la raffica partì, si era già spostato –si ritrovò il fianco destro strinato, vero, ma il peggior colpo dovette subirlo

la parete? L’anti-potere, per un attimo, sembrò potere atomizzare la paratia...prima di venirne fagocitato, come un’ameba assorbita da un organismo ben più vorace!

“Co..?” lo stupore di Norvell come degli Asgardiani fu spezzato dalla risata di Karnivor.

“Poveri idioti!” disse il lupo rosso. “I dispositivi di questa nave sono stati concepiti per assorbire le energie delle Gemme dell’Infinito! Una tecnologia ampiamente sperimentata, come potete vedere[viii].”

“Mentre tu, abominio che cammina in guisa d’uomo,” disse Thor, facendo roteare il martello, “non hai ancora visto quale sia il destino di chi intraprende la strada del male!” E lanciò un Mjolnir crepitante di energie.

Successero due cose contemporaneamente: il Power Pack si divise per combattere contro gli Asgardiani, che a loro volta attaccarono appena il martello fu partito.

Karnivor, per conto suo, lanciò contro Thor la sua migliore raffica psicocinetica, sottoforma di un raggio smeraldino dall’ovale sulla fronte del suo elmo. Un colpo, naturalmente, insufficiente a ferire il Dio del Tuono. Sufficiente, tuttavia, a farlo vacillare! L’istante successivo, ancora prima che Mjolnir iniziasse la sua traiettoria di ritorno nelle mani del padrone, il lupo rosso fu addosso al Dio, e completò l’opera con un violento uppercut, potenziato dall’esoscheletro dell’armatura! Thor volò letteralmente fino all’altro lato della stanza. Mjolnir cadde a terra, inerte.

 

Mio Sovrano!” Fandrall l’Intrepido fu il primo a reagire a quella vista, ma il tentativo di soccorrere il suo amico di tante battaglie fu interrotto da una guizzante lama di luce che incrociò la lama incantata.

Fandrall ricorse ad ogni manovra imparata nel corso della sua secolare esperienza, ma Sir Wulf parava ogni colpo con la fluidità del mercurio. Ancora una volta, le lame si incrociarono in uno scoccar di scintille. I guerrieri si ritrovarono faccia-a-muso.

“Non me lo –hnn- aspettavo,” Fandrall stava spingendo con tutta la forza, ma l’altro non cedeva. “Cotanta abilità è invero rara.”

Sir Wulf stava lentamente spingendo la lama nemica in basso. “Dovresti aspettartelo…nella…mia…specie!” Un ultimo sforzo, e la lama-laser salì di colpo verso il braccio armato di Fandrall! Fu solo con un salto laterale, che l’Asgardiano evitò una brutta ferita.

 

“State solo sprecando forze,” disse Hogun, cercando, invano, di arrivare con la mazza ad El Espectro. “Non potrete prevalere, alla fine. Intere legioni vi verranno addosso, ad un comando del Sire!”

Carlos Lobo avrebbe benissimo potuto essere fatto d’aria, per come la mazza non faceva che colpire il punto dove si era trovato un secondo prima. “Io dico di cominciare a preoccuparsi del presente, amigo.” schivata “E della tua salute,” altro salto, “che ora come ora,” salto. E si portò alle spalle del Fosco, dandogli la schiena. Lo afferrò, “mi sembra più importante!” e lo lanciò

contro la parete! Un colpo che, in condizioni normali, non avrebbe certo causato danno al Fosco, abituato a situazioni ben più difficili...Purtroppo, era anche vero che i Tre Guerrieri erano reduci freschi dalla battaglia contro il nuovo Uomo dei Miracoli. Erano stanchi, e Hogun non fece eccezione. Si ritrovò sdraiato a terra, due futuristiche pistole puntate su di lui, e dovette cedere alla situazione.

 

Volstagg, per conto suo, apparentemente impegnato a perdere tempo, stava decidendo quale avversario scegliere per primo, quando la decisione fu presa per lui da un ringhiante Warewolf, che gli si parò davanti!

 

“Patetico,” disse Karnivor. “Sei fortunato, che Wulf abbia deciso di darvi una scrollata alla collottola, invece di lasciare a me la decisione finale...Ed ora...” a un suo comando mentale, la nave rispose protendendo tentacoli di indistruttibile adamantio dal pavimento...

L’ordine di imprigionare Thor,però, non fu mai portato a termine, perché il potente Mjolnir colpì il lupo alla schiena!

Mentre i tentacoli rientravano da dove erano venuti, Thor si rimise in piedi, la mano ad accogliere la sua arma. “Sei diventato più forte ed esperto, animale...Ma il traguardo dei tuoi nefasti fini resterà sempre lontano, per te! Preparati a*Huff!*”

“Pomposo arrogante!” ringhiò Karnivor, affondando un diretto allo stomaco, poi un gancio al mento. “Sei così perso nelle tue santimonie, da non volerti neppure curare di conoscere il tuo avversario. Di me, tu non sai niente!”

 

“Rahne, ti conosco abbastanza da sapere che non stringeresti mai un’alleanza con un essere vile come Fenris! Cosa ti è successo, per cambiarti così?” Il Principe-lupo era da solo contro Wolfsbane e Talbain, che lo stringevano ai lati.

Ma Rahne non rispose, limitandosi a fissarlo con ostilità. Era chiaro che, fino a quando il Pack non avesse dato prova della sincerità delle proprie intenzioni, non ci sarebbe stato spazio per il dialogo –ringhiò sommessamente. Perché Thor doveva intervenire proprio in quel momento?

Il ringhio era stato un verso puramente automatico, di frustrazione. Purtroppo, nel calore della battaglia, il lupo di Asgard lo interpretò diversamente. E reagì di conseguenza.

Hrimhari saltò, e a mezz’aria, il suo candido corpo fu sostituito dalla sua forma estrema –una manifestazione quasi demoniaca, nella sua ferocia, di ruvido pelo grigio acciaio, occhi gialli e orecchie nere ed appuntite come corna, che Loki aveva a buon motivo chiamato, a suo tempo, Cuorenero

Un mortale qualunque ne sarebbe stato impressionato, avrebbe esitato. Jon Talbain non apparteneva a una simile schiatta, e la sua reazione fu immediata. In un fluido movimento, unì i nunchaku nella sua mano in un bastone, che si allungò all’istante. Portò il bastone sotto lo stomaco del Principe, e usò l’inerzia di quell’attacco,

per spedirlo contro la parete!

Tuttavia, neppure Hrimhari era un novizio della lotta. Roteò a mezz’aria, e atterrò sulle zampe, per ri-utilizzare la stessa inerzia per un nuovo attacco.

Jon era già pronto a riceverlo...ma fu preceduto da un altro lampo grigio-acciaio. Dalla forma estrema di Wolfsbane, per la precisione. Avrebbe potuto passare per la sorella gemella del Principe-lupo, in quel momento, per la decisione con cui incontrò il ‘nemico’, a difesa del proprio compagno.

 

“Il Principe non esagerava, descrivendola come una creatura del fuoco,” commentò Volstagg, masticando un pasticcino, mentre i due lupi in questione rotolavano a terra, avvinghiati, le mascelle scattanti come tagliole. “Un vero peccato vedere quei due giovani cuori impegnati in lotta.” Inghiottì il resto con la voracità di un buco nero. “Una vera rogna, per il valoroso Volstagg, dovere restare fuori da questa lotta, a causa di ferite riportate nella precedente battaglia...Ma se avranno bisogno di me, dovranno solo fare il mio nome e accorrerò come una furia vendicatrice...” si leccò le dita. “A proposito, grazie per l’offerta di cibo: te lo dico io, le migliori trattative dovrebbero essere fatte davanti ad una buona tavola imbandita e una banda di menestrelli.”

“Non potrei essere più d’accordo,” disse Warewolf, in piedi al suo fianco. “E, per il cibo, ringrazia pure il cuoco automatico di questa nave...Anche se, devo dire, sei davvero una buona forchetta. Questa nave non è stata programmata per servire cibo solitamente consumato da umanoidi. E prima che tu me lo chieda, lo so perché me l’ha detto il sistema centrale.”

Fu a quel punto, che Volstagg divenne stranamente verde. Prontamente, a un altro digitar di pulsanti, dallo stesso sportello da cui aveva estratto il cibo, Warewolf prese un sacchetto di carta. “Prego.” E si tappò le orecchie, sghignazzando.

 

“Malediz..E stai &%$! ferma, bestiaccia!” Red Norvell stava scoprendo che una velocità sovrumana poco poteva contro la velocità naturale del Predatore nel Buio. E non si rendeva conto, preso com’era dalla rabbia, che il lupino alieno avrebbe potuto ferirlo seriamente in almeno un paio di occasioni. Per qualche ragione, invece, l’impellicciato preferiva schivare e scansare, mentre i sonori colpi del martello venivano assorbiti dagli smorzatori inerziali della nave.

Preferiva guidare il suo avversario nella direzione desiderata...

Gli occhi del Predatore erano pressoché ciechi, a vantaggio di tutti gli altri sensi, incluso un senso di energia, una capacità di percepire le più sottili variazioni elettromagnetiche, un senso capace sia di permettergli di ‘vedere’ il corpo di un essere vivente come mappa termica, sia di potere osservare le alterazioni del martello –di fatto, il Predatore nel Buio sapeva che Norvell stava per colpire con la sua arma.

Così che, quando arrivò il momento...

 

“L’apparenza è tutto, non è vero, ‘Sire’?”

Karnivor e Thor erano impegnati in un feroce corpo a corpo. Thor stringeva in una morsa d’acciaio il polso del lupo rosso. Il lupo stringeva, in una morsa altrettanto feroce, il braccio armato di Thor.

“Le tue azioni hanno parlato per te, Uomo-Bestia,” sibilò Thor a denti stretti. Effettivamente, non ricordava una simile forza nel suo vecchio nemico! “E la vostra alleanza col mostro non depone a tuo...favore...”

Dove la fronte di Thor era imperlata di sudore, Karnivor stava cominciando ad ansimare. Ed a cedere. “Sai qual’è...l’ironia? Degli umani, dei semplici...mortali...hanno saputo vedere dove tu non riesci...Sire...”

 

...Il Predatore finse un attacco. Norvell sorrise, e scatenò una tempesta di fulmini contro l’avversario,

che, invece, scartò, lasciando che il potere scatenato si scaricasse contro Thor!

“Ommio...” e non ci fu tempo, per il semidio dalla rossa barba, di aggiungere altro. La sorpresa gli impedì di reagire per tempo al nuovo scatto in avanti del Predatore, che lo afferrò per un braccio. Nello stesso movimento, sollevò il guerriero come fosse stato senza peso...

E lo scagliò contro Thor! Dio e semidio rovinarono a terra in un mucchio scomposto. Allo stesso tempo, una gabbia di energia si formò intorno a loro.

I Tre Guerrieri ed Hrimhari furono circondati dal resto del Pack.

“Una cosa dovrete ammetterla, signori,” disse Wulf ai due Thor, rinfoderando la spada. “Se vi avessimo voluti morti, lo sareste già stati. La gabbia che vi intrappola è fatta dell’Anti-Potere assorbito dal martello di Norvell, e avremmo potuto usarlo direttamente contro di voi. I vostri amici sono in inferiorità tanto numerica quanto di potere. E Fenris non è intervenuto una volta sola. Allora? Possiamo contare sulla vostra ragionevolezza, adesso?”

In risposta, Red Norvell levò il martello...e lo sbatté contro le ‘sbarre’! “Puoi contare solo sulla tua sconfitta, mostro! Per il potere di Odino che mi ha dato questo martello, mi riprenderò le energie che ne avete indegnamente rubato!” E, effettivamente, i campi energetici tremarono, le sbarre si deformarono, mentre l’energia tornava a confluire nel martello...

Espectro si tese, pronto a trasformare la sua armatura nella potente Unigun. Un ringhio di avvertimento dal capobranco lo fermò. “Lascia che faccia. Voglio che sia chiaro che non ammetterò inutile spargimento di...” poi, il suo naso lo sentì.

“C’è qualcosa che non va,” disse Hrimhari, annusando l’aria nella stessa direzione. “L’odore di Norvell...sta cambiando. Non capisco, è come se adesso la sua ira fosse alimentata...dalla paura.”

“Scanalisi conferma,” disse Warewolf. “Gli squilibri chimici in corso nel corpo di Norvell sono compatibili con una crescente intensità emotiva associata alla paura.”

Muerte!” Bestemmiò el Espectro. “Tyr non aveva detto, prima, che Norvell es un hombre che puedes morir?”

Sir Wulf abbassò le orecchie. “E’ umano?”

“Aye,” fece Hogun. “Anche se trasmutato in divinità da artifici Asgardiani, il retaggio di Roger ‘Red’ Norvell appartiene a Midgard.”

“La phobia,” disse Jon, ora veramente preoccupato. “Un antico incantesimo, in virtù del quale ogni essere umano ci teme fino a volerci uccidere. Norvell deve avere resistito grazie alla sua natura ibrida...ma sta cedendo, adesso.”

“Le menzogne non serviranno, lupi!” Thor iniziò a fare roteare il martello crepitante di arcane energie. “L’Uomo vi teme perché la vostra stessa natura bestiale è corrotta!” Le sbarre di energia erano state quasi completamente assorbite. Mjolnir aveva perso tutte le apparenze di un oggetto solido, era ora parte di un tremendo cerchio luminoso.

Red Norvell levò il martello alto sulla sua testa, e questa volta, anziché sprecare l’Anti-Potere in una raffica, calò il martello a terra con tutta la sua forza!

Gli smorzatori inerziali funzionarono –nel senso che impedirono allo scafo di spaccarsi in due. Ma la scossa che travolse l’ambiente artificiale fu l’equivalente di un potente terremoto! Lupi ed Asgardiani ne furono egualmente travolti. Solo Fenris rimase in piedi, anche se stordito.

Thor approfittò di quel momento, per lanciare un martello veloce come non mai! Un colpo definitivo, la battuta finale della Caccia! Non ci sarebbe stato*

Mjolnir colpì, oh sì! La mira era perfetta, diretta al cranio del nero lupo. Colpì, in un’esplosione luminosa.

Gli altri lupi sfoggiarono espressioni dall’ammirato di Espectro, all’incredulo di Wolfsbane, al terrorizzato di Karnivor!

Ma mai si sarebbe potuto raggiungere l’assoluto stupore degli Asgardiani, uno stupore che Thor bene espresse in una parola appena sussurrata. “Impossibile..!”

Perché il potente Mjolnir era stato non solo intercettato da Sir Wulf...Ma ora, il capobranco del Power Pack stava addirittura serrando l’arma fra le mani, chiuse a coppa intorno al campo di energie! Le zanne scoperte nello sforzo brillavano del riflesso del potere, ma Sir Wulf non cedeva!

“Nessun mortale può fare una cosa simile,” disse Thor, ancora incapace di comprendere appieno la portata di quell’evento miracoloso. “Nessuno, tranne...”

“Tranne chi ne sia degno, figlio mio, come io stesso ho inciso sul metallo di Uru.” La voce di Odino  rimbombò come l’eco del Giudizio. Poi, fu la sua figura ad apparire –una maestosa proiezione, degna di chi aveva detenuto il Trono di Asgard nel corso dei millenni, una proiezione che si ergeva sulla figura di Wulf come a volerlo benedire. “Ancora una volta, Thor, hai lasciato che le tue emozioni prendessero il sopravvento sulla ragione. Sir Wulf non è umano, ma è un guerriero d’onore, dallo spirito puro ed il cuore saldo, pronto a pagare il prezzo finale in difesa dei suoi compagni.

“In un’altra occasione, il tuo errore di giudizio sarebbe stato trattato meno severamente...Ma ora sei il Sovrano, e devi comprendere che le conseguenze di uno sbaglio sono più gravose. Devi bere l’amaro calice fino in fondo.”

Mentre la proiezione scompariva, Sir Wulf ringhiò, “Non...lo...trattengo...”

Guidato dall’infallibile volontà di Odino, Mjolnir partì dalle mani che lo trattenevano, velocemente esattamente come era arrivato.

Thor ne fu colpito in pieno! Un volo che lo avrebbe proiettato all’indietro per chilometri terminò contro una parete, nella quale fini con l’incassarsi. Fu solo per pura forza di volontà, che rimase, a stento, cosciente.

“NO!” urlò Norvell. “Io vi*Unnh!*” Due pugni ben mirati alle tempie dal Predatore, e lo pseudo-Dio del Tuono fu a terra, incosciente...Ma il biondo dio vichingo era più concentrato su una scena che non credeva di potere vedere...

Anima mia!” Karnivor si era subito chinato su Wulf. Uggiolava, mentre gli leccava il muso. In quel momento, non era un guerriero, non un diabolico nemico, ma un individuo spaventato per colui che...amava...

A parte un tremito muscolare diffuso a causa dello stress, il più giovane lupo rossiccio, in ginocchio, sembrava stare bene. “Non...preoccuparti...” ma lasciò che il suo compagno di vita lo aiutasse ad alzarsi. “Gli...altri..?”

“Stiamo bene,” rispose Jon. “E così gli Asgardiani, a parte quei pazzi agitamartelli. Capobranco, che cosa facciamo, ora?”

Sir Wulf guardò i loro ‘nemici’, fissandoli negli occhi uno ad uno. “Per l’ultima volta...Parliamo.” E, ad Karnivor, “Quanto a te, mio unico compagno d’anima, c’è un’ultima cosa che devi sistemare con Thor.”

 

“Conosco bene il maligno Set, il Dio-Serpente, avendolo combattuto anche di persona,” disse Thor dopo che ci fu stato il tempo per riprendersi e per dettagliate spiegazioni. “Ma non ho mai sentito il Sommo Odino menzionare questa inimicizia fra lui ed il Popolo.”

Jon Talbain annuì. “Perché tale inimicizia è più vecchia della stessa Asgard. Molti Dei che la videro nascere sono ormai morti[ix]. E Set non ha alcuna ragione di pubblicizzare l’esistenza di una forza capace di opporsi ai suoi adoratori.

“Thor, ogni aiuto che vorrete darci in nome della lotta al Serpente sarà benvenuto...Ma è altresì vitale che le nostre comunità, la nostra stessa specie, per ora, continuino ad appartenere al mito. Come hai potuto vedere di prima persona, un essere umano può facilmente perdere il controllo, alla nostra sola presenza. Come Power Pack, il nostro compito è difendere il Popolo da ogni minaccia di Set...Sarebbe davvero prezioso, sapere di non dovere temere dalla comunità dei super-esseri.”

Thor annuì. “Comprendo. E rispetteremo questo vostro desiderio...Ma,” e si voltò, “Sir Wulf, hai detto all’Uomo-...a Karnivor, che doveva sistemare un’ultima cosa, con me.”

Il lupo rosso fece avanzare il suo compagno. Uno scambio d’occhiate fu sufficiente.

Karnivor si tolse i guanti metallici, che passò poi a Sir Wulf. Avvicinò quindi le mani alla testa di Thor. “Non fare resistenza, adesso.”

Thor si irrigidì istintivamente, mentre le mani artigliate si posavano sulle sue tempie.

Contatto!

Ci volle poco più di un minuto, a Karnivor, per trasmettere ogni singolo ricordo. Un’eternità, per il Dio del Tuono.

Quando le mani si staccarono dalle sue tempie, Thor si sentì come...sporco, per quello che aveva pensato fino a quel momento del lupo rosso[x].

Gli occhi di Karnivor brillavano ancora di quel terribile rancore, rancore per tutto quello che gli era stato inflitto, per l’innocenza perduta nel più brutale dei modi. Rancore, e la consapevolezza. Consapevolezza di dovere vivere con il ricordo delle malefatte portate avanti in nome di un odio cieco, inutile.

Incapace di pronunciare alcunché di degno, Thor si voltò verso Tyr. “In questo giorno di sorprese, cosa debbo aspettarmi da te, che non sei Fenris?”

Una scrollata di spalle. “Solo la verità. Adesso so che Fenris può contare su un branco compatto...e mi dispiace sinceramente, di avere permesso che si arrivasse a questo. Anche se è stato maledettamente divertente!”

Asgardiani e lupi, rinfoderate le armi, guardavano tutti Tyr, che ora sorrideva –un’espressione carica di una strana, allegra malizia, allo stesso tempo innocente ed antica come il mondo.

“Ve lo ripeto, Asgardiani: vi credevo morti, e se anche il solo Thor fosse sopravvissuto –un’abitudine alquanto perniciosa, devo dire- non avrebbe dubitato del travestimento. Mi sbaglio?”

Thor fece un cenno di diniego. “Non sbagli. Se non ti avessi visto poco prima nella Sala del Trono...”

“Ad ogni modo,” lo interruppe ‘Tyr’, godendo del suo breve corruccio, “è andata come è andata, e non ci sono più ragioni di portare avanti la mascherata.”

Ancora una volta, i contorni del Dio della Guerra tremarono,

cambiarono colore e forma,

fino a quando non rimase non il lupo nero, bensì un...coyote. “Sorpresa!”

Gli rispose un pauroso ingobbimento generale con rumorosa caduta di mascelle!

L’animale, un maschio in perfetta forma dal pelo rossiccio/grigio venato di nero, ed il muso appuntito dall’allegra espressione, si sedette e si grattò un orecchio. “In fondo, chi meglio di Coyote il Burlone, poteva fregare voi saputelli ammassi di fango e sputo?

“Quando le armate di Seth –quel pollo egizio, beninteso- ebbero raggiunto anche le Grandi Praterie, e i miei ‘fratelli’ decisero di diventare Quintessenza, mentre Manitù si sacrificava per permettere la fuga, io decisi di non volerne sapere di tutte quelle balle lì. Mi misi al sicuro, e stetti a guardare.

“Purtroppo, mi resi subito conto che, alla lunga, me la sarei mica cavata, da solo. C’era poco da scegliere, e mi diressi a Lyngvi, dove Fenris era imprigionato, presentandomi sotto la forma del solo che lui avrebbe rispettato abbastanza da non volere uccidere, una volta liberato. Fenris è uno tosto, più di quanto voi capelloni pensiate, e sarebbe stato un alleato prezioso –almeno, con lui me la sarei spassata, per un po’.

“Lo convinsi ad unirsi a questo branco di matti, perché solo fra il Popolo avrebbe trovato adoratori disposti a fondare una chiesa di loro volontà, così come ora ci sono degli umani che stanno costruendo i primi templi di Thor. L’adorazione può essere una fonte di grande potere, utile tanto per lui quanto me.” Coyote si mise in piedi, e si scrollò. “E questo è tutto.”

Il silenzio meditativo che seguì fu interrotto da Thor. “Cosa intendi fare, adesso?”

“Io? fortunatamente, sulla Terra stanno maturando eventi che potrebbero portare alla liberazione dei miei fratelli[xi], e dovrò seguirli con muy atencion...E non credo che il buon Fenris abbia voglia di sentirsi vincolato da me...”

In risposta, il lupo nero si materializzò esattamente sopra la figura di Coyote. “Dici il vero. E per quanto avverta il bisogno di farti pagare col sangue l’avermi ingannato, è anche vero che senza il tuo aiuto sarei caduto sotto l’attacco di Seth, o peggio.” Guardò gli Asgardiani, sfidandoli a contraddire quanto disse dopo, “E il selvaggio Fenris riconosce l’onore dei lupi, dei quali ha preso le sembianze.”

Per la prima volta, Thor non seppe cosa dire o fare. Per la prima volta, avvertì tutto il peso del suo rango –qualunque decisione, nel bene e nel male, avrebbe dovuto essere solo sua...

Lasciare libero Fenris? Non su Asgard, lì sarebbe stato esca allettante per i piani di suo padre o di qualche altro malvagio. No, la scelta di Midgard, con il Power Pack, era obbligata.

Imprigionarlo nuovamente? Magari in qualche dimensione deserta, dove non avrebbe nuociuto a niente e nessuno...Ma sarebbe stato giusto? Di certo, il male scorreva nelle sue vene; era innegabile. Ma era anche vero che, avendone avuta la possibilità, convinto com’era che nessuno lo avrebbe fermato, aveva scelto di combattere al fianco dei mortali...

La verità, alla fine, era che Thor non conosceva Fenris. Poteva solo fare supposizioni...

E quelle non bastavano. “Sir Wulf...Puoi assicurarmi, almeno, che non sarà lasciato libero di agire senza redini?”

Il lupo grigio annuì, lanciando una breve occhiata a Fenris. “Se dovesse uscire dal branco, uscirà da ogni protezione, e tu sarai il primo a saperlo. Hai la nostra parola.”

Thor stese la mano, che venne presa in una stretta salda. “Così sia, dunque. E, Karnivor...”

Karnivor posò la sua mano su quella del Dio. “Qualunque sia successa in passato,” sorrise, “spero solo che il nostro prossimo incontro possa avvenire in circostanze...meno turbolente.”

“Aye, questa è una speranza comune...Dovremmo prendere proprio esempio dai più giovani...” E guardò verso i due in particolare.

 

“La Terra è abbastanza piccola,” disse Wolfsbane, stringendo fra le sue mani quelle di Hrimhari, come avevano fatto tanto tempo prima, la prima volta che dovettero lasciarsi. “Almeno, se sei con i Campioni dello Zilnawa, saprò come trovarti.”

Hrimhari strofinò il muso contro quello di lei. “Voglio che tu sappia che sono fiero di te. E che sarò al tuo fianco non appena vorrai fare il mio nome.”

Lei annuì. “E lo stesso vale da parte mia –da parte nostra,” specificò, quando vide il sorriso di approvazione di Jon.

 

Thor fece per chiamare il Principe-Lupo, ma Sir Wulf lo prevenne. “Ci pensiamo noi, a farlo arrivare dai suoi compagni...O ritieni che la sua presenza sia indispensabile ad Asgard?”

Thor ci pensò, poi, “Nay. Comprendo bene quanto sia affascinante la vita su Midgard. Ha il diritto di scegliere di restare...Spero che, almeno, saprete proteggerlo, se fosse necessario.”

Una risatina. “Oh, ci puoi contare. Non credo che Rahne permetterebbe altrimenti.”

 

Osservando gli Asgardiani svanire nel vortice teleportante di Mjolnir, una voce carica di un male tanto profondo quanto antico il suo proprietario sibilò, “Mille maledizioni!”

L’uomo, dalla carnagione chiara, vestito di un elaborato abito blu e oro, decorato da bordi di pelliccia bianca e un mantello rosso-sangue, aveva osservato gli sviluppi a bordo dell’Umbra attraverso una sfera di cristallo sospesa fra le zanne di un ardente braciere a forma di testa di serpente.

La testa dell’uomo era un nudo teschio dalle orbite scintillanti. L’uomo era il negromante Thulsa Doom, Primo Sacerdote di Set. “Gli Dei Asgardiani sono poco più di mocciosi che giocano su una scacchiera disposta lungo l’eternità. Irrilevanti, di fronte al potere del Padrone...Ma rilevanti abbastanza da costituire una seccatura nella caccia al rimanente Occhio di Set. Dovrò...”

“Dovrai accettare il tuo fato, alla fine, negromante.” La voce venne dalle sue spalle. Una voce quieta, eppure gravida dell’infallibilità divina. Una voce umana solo perché percepita come tale da Thulsa Doom

“Chi osa..?” voltandosi, le sue orbite nere già scintillavano di una luce intensa...Poi, la luce si spense. La voce di Thulsa Doom si quietò. “Ah, sei solo tu.”

L’essere avanzò, fluttuando a un metro dal suolo. A guardarlo, chiunque avrebbe pensato ad un fantasma, poiché era un mero sudario bianco dalle vaghe forme umane. Il cappuccio non faceva che evidenziare il vuoto oscuro che conteneva.

“Sono qui perché tu lo vuoi, Thulsa Doom,” disse Sayge, avvicinandosi. “Un altro passo è stato compiuto, e una parte di te sa cosa ti riserva il futuro. Una parte di te conosce la Verità.”

Thulsa Doom rise, spalancando oscenamente la mascella, emettendo un suono dannato. “La Verità, Sayge, è la parola del vincitore. Nulla di più. La tua profezia sulla Grande Alleanza si è già compiuta, se non te ne fossi accorto. Niente può uccidermi, ormai, la Lunga Caccia a danno del Popolo continua, inarrestabile, e Set è prossimo a radunare i frammenti di sé dispersi da Thor[xii]. Le tue verità sono evanescenti come la tua figura...Comunque, puoi restare, se preferisci. Presto, sul tuo volto maledetto vedrò il regno di sangue che attende questo infimo mondo!”

Sayge seguì quietamente il negromante. Non era nella sua natura, insistere su un punto; perché Sayge era la Verità incarnata. Non aveva nulla da temere, semmai erano, fin troppo spesso, gli altri, a temere lui...

 

Episodio 12 - I fuochi del male (I Parte) [un tie-in di INFERNO2]

 

Folta criniera leonina, bionda, con un ciuffo castano-scuro. Un collare di pelliccia bianca non dissimile da quello del famigerato mutante Sabretooth. Folta pelliccia rossiccia. Un corpo che era un’esplosione di muscoli.

Si muoveva tra la neve, in quel silenzio capace di trasformare i suoi passi altrimenti rumorosi in un felpato movimento felino.

Il suo aspetto era bestiale, anche più grottesco del solito, la sua massa si era accresciuta del doppio, le sue fauci sporgevano dalla bocca come schegge di vetro, i suoi occhi erano rossi, camminava ansimando. Era furioso, e proprio preda di quella furia si stava muovendo.

Furioso per l'attacco delle bestie dello Stige, furioso per la sparizione di Blaze, furioso per l'arrivo di Steel Wind e Steel Vengeange, che aveva risvegliato i ricordi più dolorosi. E più il suo animo era preda della rabbia, più il suo aspetto diventava mostruoso e sentiva nel suo cuore crescere la voglia di sangue e distruzione...

L'aveva sempre saputo, fin da quando era un bambino, che dentro di se covava un mostro e aveva sempre fatto di tutto per cercare di tenerlo nascosto, ma così non aveva fatto altro che accrescere la rabbia repressa rendendo più arrabbiato la bestia...E in quel momento, si muoveva in preda alla furia cieca, deciso a massacrare qualsiasi cosa fosse apparsa davanti ai suoi occhi...

Una voce giunse alle sue spalle, "Sei tu Kody?"[xiii]

Si voltò, ringhiando.

Il ringhio si trasformò in un uggiolio. La furia assassina non svanì, ma venne relegata in un angolino remoto dei suoi pensieri.

Quello che vide gli sarebbe sembrato impossibile, se non fosse stato che ogni altro suo acutissimo senso ne confermava la veridicità.

Dal nulla, erano apparsi altri quattro lupi mannari. Suoi simili!

Due maschi e due femmine. Uno dei maschi, quello in testa, dalla pelliccia bianca, indossava una veste porpora e rosa di foggia antica. Era un esemplare anziano, ma in qualche modo ciò sembrava aumentare la solennità della sua presenza. L’altro maschio, vestito degli stessi colori, ma con un berretto  sulla testa dalla pelliccia del color dell’acciaio, sembrava l’incarnazione vivente della furia guerriera.

Una delle femmine era rossa come il sangue, e la sua veste terminava in un ampio cappuccio. L’altra era nuda, e nera, nera come la sua stessa ombra, come se non possedesse un corpo solido a parte le tremende zanne bianchissime contro il nero.

Kody non li conosceva, ed allo stesso tempo sapeva di trovarsi di fronte a quattro figure la cui autorità era totale, indiscussa. Gli Alfa di tutti i lupi mannari. Non importa quante domande avesse in mente di fare, non avrebbe mosso un muscolo senza il loro permesso!

D’istinto, Kody si mise in ginocchio, prostrandosi. Con un angolo dell’occhio, li vide annuire, soddisfatti, prima che il maschio bianco si facesse avanti per primo. “Salute a te, mezzosangue: noi siamo il Consiglio del Popolo.”

Kody sollevò la testa. La voce del bianco era come un solido scoglio in mezzo al mare in tempesta, un punto fermo, ed ascoltandola, fu riempito da una rara felicità...

“Sappi che il Popolo ha seguito le vicende della tua esistenza fin dal giorno del tuo concepimento,” proseguì il bianco, “figlio di Kara e di Radius.”

Kody non credette alle sue orecchie. Si trattenne a stento dal saltare addosso all’Anziano. “Conoscete i miei genitori?”

“Li conosciamo,” disse la femmina cremisi. “Fui io stessa a convincere i miei fratelli ad esiliare Radius, per avere mescolato il suo seme a quello di un’umana straniera agli affari del Popolo.”

Rispetto istintivo o no, Kody sentì la furia tornare a dominare i suoi pensieri. Il ringhio che gli scappò fu qualcosa da fare tremare la neve sugli alberi. “Tu...”

“Esiliare, non uccidere,” intervenne il maschio grigio. “Ad uccidere tuo padre sono stati dei bracconieri. Ad uccidere tua madre, le sue stesse ‘sorelle’ streghe.”

“Sei sempre stato un cucciolo interessante, Kody,” disse la femmina nera, con una voce simile al sussurrare di uno spirito. “Non lo hai mai saputo, ma il Popolo ti ha protetto in molte fasi della tua crescita, in modo che tu potessi essere libero di esercitare il tuo arbitrio.”

Kody si passò la lingua fra le zanne, in segno di sfida. “Bella ‘protezione’! Molti miei amici del Circo Quentin sono morti sotto le orde di Centurios. E...il mio...patrigno...”

“Sappiamo tutto,” disse il bianco anziano. “Tuttavia, quegli eventi sono stati a loro modo necessari, nella storia della tua formazione. Non puoi saperlo, ma i traumi della tua esistenza ti hanno protetto.”

“...”

“Una parte di te lo sa, Kody. Un grande potenziale mistico scorre in te. Potenziale rimasto tale a causa della tua ignoranza nelle arti arcane.

“E’ nostra intenzione aiutarti a raggiungere quel potenziale, ad affrontare i tuoi traumi. Intendiamo darti la vita che ti è finora stata negata, Kody.”

Se fosse stato umano, il giovane licantropo avrebbe sputato per terra. “Naturalmente non si tratta di un’offerta disinteressata, vero? Cosa volete, in cambio? Guardate che il Medaglione del Potere non lo porto io.”

“A parte il fatto che non hai bisogno di alcun medaglione,” disse la lupa rossa, lasciando che fosse

il bianco a continuare il discorso, “in un certo senso, è in gioco la tua stessa sopravvivenza.” Uno dei suoi occhi brillò di energia.

Improvvisamente, fra Kody ed il Consiglio, apparve una figura: una figura umana, vestita di un abito blu e oro, con simboli arcani dorati dipinti dal petto alla cintura. Coronava l’abito un mantello scarlatto ed orli di pelliccia bianca –ma poteva essere nudo, per quello che riguardava Kody, morbosamente affascinato dalla vista del nudo teschio dalle orbite infuocate. Un teschio la cui espressione era di un’ostilità tale da fare rabbrividire il giovane mannaro...

“Si chiama Thulsa Doom,” disse la lupa nera. “Un negromante, un sacerdote del dio-Serpente Set. Un nemico giurato del Popolo, votato alla sua distruzione. È morto una volta, ma la sua furia arde ancora con forza ineguagliata. Persino il potente Dormammu avrebbe difficoltà a combatterlo.”

Il bianco avanzò verso Kody, senza nemmeno un frusciare della neve. “La scelta è semplice, Kody: combattere come membro di un branco di guerrieri, difendere la tua gente, che a sua volta difenderà te, o perire sotto il tallone di Thulsa Doom. Il sacerdote oscuro è stato troppo occupato per badare a te...finora. Ma non durerà.

“Sarà una vita dura, non lo neghiamo, ma avrai nel frattempo modo di costruire qualcosa per te, di ottenere un po’ della felicità che hai vanamente perseguito. Questo, ti possiamo offrire, fino a quando Set non sarà annientato dall’esistenza.”

E cosa poteva rispondere, lui, che fino a pochi istanti prima era convinto di essere destinato alla solitudine ed al tormento, vagabondo della propria vita? “Io...” Kody esalò un lungo sospiro, non osando guardare il Consiglio. “Io non posso decidere subito, su due piedi. Ho delle...questioni irrisolte, devo ancora...”

“Sappiamo quali sono i tuoi fantasmi personali, Kody figlio di Kara e di Radius,” disse il lupo grigio. “Siamo disposti a concederti il tempo di esorcizzarli. In fondo, sarà come un test: riesci, e sarai un degno membro dei protettori del Popolo. Fallisci, ed almeno Thulsa Doom non potrà averti.”

Spirali di fumo di giada giunsero dal nulla, avvolgendo in turbini le quattro figure ammantate...

E quando il fumo si diradò, Kody era di nuovo solo. Solo con la proiezione di Thulsa Doom, che scomparve lentamente, come a volere ricordare a Kody la realtà di quello strano incontro...

Perché non un’orma sulla neve, non una particella di odore nell’aria, erano rimasti a testimonianza della presenza del Consiglio...

 

“Accetterà,” disse Slajshe, il maschio grigio, mentre il Consiglio riappariva nel mezzo di un salone interamente costruito in pietra, dalle arcate gotiche perse in un soffitto altissimo. Figure di lupi mannari facevano da cariatidi, con fuochi ardenti a bruciare fra le fauci aperte. L’aria era fredda, ma fresca, non stantia. “E’ confuso, ma motivato. L’istinto lo spinge verso i suoi simili, deve solo imparare ad avvicinarsi al lupo che ha in sé.”

“Avremmo dovuto rimuovere quell’inutile blocco mentale imposto dalla madre,” ringhiò Ku’rrja, la femmina sanguigna. “Se anche accettasse, dobbiamo assicurarci di disporre del suo pieno potere. Nelle sue condizioni attuali, è come uno storpio per quanto concerne combattere il negromante.”

“Sarà pronto...se supererà la prova che ha davanti adesso,” ribadì il bianco, con tono conclusivo. Ancora una volta, fece brillare l’occhio destro.

Sette immagini a grandezza naturale apparvero nel mezzo della stanza. Sette lupi mannari, ognuno diverso dall’altro.

Kody era il primo. Accanto a lui stava una femmina, il pelo grigio-rosso, digitigrada, la testa e la mascella contornata da ciuffi di pelo grigio-scuro, gli stessi ciuffi presenti sulle spalle come intorno ai polsi ed alle caviglie.

“Anche costei ha un grande potenziale inespresso,” disse il bianco, l’unico dei Consiglieri a non usare un nome proprio. “Una dolce ironia, che proprio un essere umano abbia deciso di trasformarla da Naturale a Guerriera.”

“Un’amara ironia, che Ferocia si sia lasciata sedurre dalle folli promesse di Superia,[xiv]” disse Ku’rrja. “E’ forte nel corpo, ma debole nello spirito.”

“Una condizione correggibile, sorella, non appena avremo ottenuto l’armonia dell’umana e della lupa,” disse la nera Darika. “Come Kody, questa guerriera deve ancora trovare la sua identità.”

“Il nostro Power Pack sarà uno stimolo sufficiente,” disse il bianco, passando al terzo mannaro. Questi aveva una pelliccia azzurrina, con un ciuffo dello stesso colore sulla testa ed occhi rossi. A torso nudo, indossava calzoni di cuoio bruno e una mantella di un azzurro più scuro. Al collo portava un sottile collare metallico, identico ai bracciali. “Volk accetterà volentieri la protezione del branco, pur essendo un umano modificato geneticamente[xv]. Ha abbracciato il Lupo con una prontezza ed una spontaneità decisamente rara nell’Uomo moderno. Sarà un guerriero formidabile.”

Il quarto mannaro sembrava tutt’altro che indifeso. Era un esemplare grande quanto lo stesso Predatore nel Buio. Ma al contrario dell’alieno semicieco, l’immagine mostrava una pelliccia nero/bluastra, con malevoli occhi verdi. Indossava solo delle fasce sulle braccia, cosce e petto, fasce di pelle nera piene di tasche.

“Questo è un raro caso in cui la morte si sia dimostrata davvero utile,” disse Slajshe. “Il suo indomito spirito è pronto a tornare ad un corpo vivo. Si tratta solo di terminare gli ultimi canti di rinascita.”

“Sono molto interessato a vedere come reagirà il nostro Carlos Lobo, sedicente Espectro,” disse il candido anziano, indicando una massiccia figura grigio-nera, più simile ad un orso che ad un lupo, con due occhi gialli come fari, “alla vista di Maximus Lobo…”

“Oh,” fece la femmina nera, con una mezza risata divertita, “credo che sarà niente di fronte alla necessità di integrare una creatura come questa Sorella Ursula.” La sesta figura, da lei indicata, era una femmina simile ad una versione adulta ed un po’ più irsuta di Wolfsbane, con lo stesso tipo di criniera. Una croce brillava sul suo collo. “Ci vorrà tempo prima che questa femmina possa integrarsi perfettamente. Sarà un test interessante per il branco.”

“Una mera questione di tempo,” disse il bianco, tristemente –per quanto fosse difficile immaginare tristezza associata ad un muso di simili zanne. “Ed il tempo, proprio adesso, è quello che ci manca. Anche Nightwolf,” aggiunse, indicando la settima figura, umana, vestita di un body rosso con un dorso nero a ‘V’ ed una falce lunare incisa sul petto. A parte la bocca, tutta la testa era avvolta da una maschera rossa e nera, “dovrà attendere il suo momento, alla fine dell’imminente crisi.”

Come se quelle parole fossero state un segnale, l’etere fu scosso! All’occhio nudo, inesperto, non era successo proprio nulla. Al massimo, una persona più ‘sensibile’ avrebbe avvertito come un senso di forte disagio.

Ma i Consiglieri erano gli ultimi rappresentanti viventi dei primi a fregiarsi del titolo di Figli degli Dei. La loro sensitività raggiungeva sfere, che anche un mannaro moderno versato nelle arti arcane avrebbe stentato a raggiungere. Per i Consiglieri, fu come avvertire un’improvvisa scossa del più violento terremoto! I quattro mannari ringhiarono all’unisono.

A un loro comando, le sagome dei candidati al Pack scomparvero. Al loro posto, apparve una scena allucinante persino per questi lupi, che avevano visto i mostri percorrere la Terra oltre centomila anni prima.

La scena mostrava tre figure in cima ad un edificio di New York City, sotto un cielo che si stava riempiendo di orde di demoni. Una, una donna interamente vestita di nero, il cui volto incappucciato era una maschera pure nera: Darklady. La seconda, un’altra donna, con indosso un costume più succinto ed i capelli corti, a spazzola, la cui sorridente espressione, e lo sguardo freddo, calcolatore ed allo stesso tempo acceso di oscura passione, era inconfondibilmente legata al male. La terza, un demone alato dal muso prolungato, quasi una parodia di quello equino. Un demone che, per quanto sembrasse fatto di metallo, era inconfondibile.

“Così,” disse Darika, con la calma di chi stesse enunciando le previsioni del tempo, “Anche N’Astirh è tornato a nuova vita...E la sua esperienza potrà solo giovare ai suoi alleati, purtroppo.”

“Un fattore irrilevante, al momento,” disse il bianco, cambiando l’immagine, passando ad una panoramica della strada. Con orrenda chiarezza, il caos fu pienamente visibile: le strade erano diventate un campo di battaglia! In mezzo ad un delirio di oggetti improvvisamente animatisi di vita diabolica, fra automobili rovesciate o aggrovigliate fra loro, uomini e donne erano impegnati in feroci corpo-a-corpo, in scontri armati, o più semplicemente stavano prostrati in ginocchio, chi a ridere maniacalmente, chi a piangere senza freni...

E in mezzo a quella follia, intenti a lacerare e mordere senza più alcun freno inibitorio, c’erano dei lupi mannari!

“Questo nuovo Inferno sta corrompendo le menti umane,” disse il bianco. “I mannari coinvolti sono i discendenti di coloro che vennero creati dai Custodi facendo ricorso al Darkhold. L’uomo dentro di loro è sensibile al richiamo dell’oscurità.

“Tuttavia, questa follia ci è di aiuto, perché nessuno penserà al Popolo, bensì a degli altri demoni. È tempo prezioso, che dobbiamo sapere sfruttare al meglio.” Altro gesto. L’immagine svanì. “Se Darklady e la sconosciuta hanno fatto ricorso ad un demone del limbo quale N’Astirh,  dobbiamo presumere che S’ym non sia lontano.”

“Una sorta di piano di emergenza,” disse Darika, fliccando le orecchie in assenso. “Possibile. Nel qual caso...”

“Nel qual caso è indispensabile trovare S’ym,” continuò Ku’rrja, “per assicurarsi che gli eroi si liberino il più facilmente possibile dei cospiratori su questo piano.”

“E per farlo,” riprese il bianco, “non possiamo che rivolgerci all’unica entità dotata del potere e dell’esperienza necessari. È un rischio per la nostra segretezza, ma è inevitabile. Intanto, raduniamo il Pack.”

 

Muir Island, Scozia. Ore 17:50

 

In quella stagione, la vita diventava molto difficile, per i pescatori. Prima ancora della sera, sull’isola calava un gelido vento, un vento forte, capace in un solo momento di ridurre una felice famiglia ad una vedova ed un bambino piangenti. In quella stagione, erano davvero pochi, i rudi uomini di mare costretti a pescare nelle condizioni più difficili. I più avveduti, o i più fortunati, avevano messo da parte a sufficienza per trascorrere l’inverno in condizioni dignitose.

Presto, avrebbero avuto ben altro di cui preoccuparsi!

 

La ragazza sedeva sul ciglio di una scogliera.. Indossava una felpa generosa e, in un curioso contrasto, un paio di bianchi shorts. Il vento scompigliava i suoi lunghi capelli biondi, ma i suoi effetti finivano lì.

La ragazza contemplava l’oceano, verso Ovest, con uno sguardo penetrante, attento, come fosse una sentinella in attesa.

In attesa di cosa? Una vita trascorsa in situazioni ed ambienti che avrebbero fatto vacillare molti altri l’aveva resa alquanto...sensibile. L’etere era calmo, ma era la quiete prima della tempesta. Già, ai suoi occhi capaci di scandagliare i piani più reconditi, il mana, lo spirito del mondo, era percorso da ondate di colori malati, alieni.

Colori familiari. Purtroppo.

Era successo una volta, ed allora dovette ‘sacrificarsi’ per il bene del mondo; le sembrava solo ironico, che dovesse succedere proprio ora che era rinata.

Era destino: la felicità, per lei, non era un’opzione...

Ma ciò che la faceva arrabbiare di più era che non sapeva come stesse per succedere. Sì, le barriere fra questo piano ed il Limbo si erano progressivamente indebolite, ma...

No, inutile pensarci, adesso. Non poteva impedirlo, lo sapeva.

La ragazza si voltò a guardare verso l’edificio del Centro di Ricerche della Dott.ssa McTaggart. Povera donna, non aveva certo avuto un esempio di vita facile, ed ora questo...

Ore 18:00

Scomparvero i suoi abiti, per essere sostituiti da un’ampia veste semitrasparente. Il braccio destro venne coperto da un’armatura d’argento. Nella mano, le apparve una spada dalla lama fiammeggiante.

La ragazza si alzò in piedi. Allo stesso tempo, il vento cominciò a girare in ogni possibile direzione. Nuvole iniziarono ad apparire dal nulla...

<Mancano pochi istanti, e lo sappiamo entrambi, Illyana Rasputin. Poi, le orde saranno anche qui, come nel resto del globo.>

Lei voltò la testa, istintivamente. Una voce mentale! Appartenente ad un essere antico, saggio...Ma chi..? <Identificati, amico o nemico che tu sia!>

<Sono un membro del Consiglio del Popolo. Dovresti sapere chi siamo, discepola di Ororo e di Belasco.>

<I lupi mannari? Cosa volete da me?> Intanto, il gelo si faceva più intenso, il vento una corrente sferzante.

<Non sei nelle condizioni di affrontare da sola questo nuovo Inferno. Non sai neanche da che parte cominciare. Ti proponiamo una strategia che riteniamo efficace...se accetterai un nostro aiuto a tua volta.>

<Un aiuto? Di che tipo? Cosa intendete guadagnarci?>

<La sopravvivenza. I demoni non faranno distinzioni fra umani ed il Popolo, e non guadagneremmo nulla, nascondendoci in un momento in cui occorre combattere. Nella tua precedente vita, sei cresciuta nel Limbo, lo conosci abbastanza da supplire alla nostra ignoranza. La cooperazione è una via obbligata.> E le spiegò i sospetti del Consiglio riguardo S’ym.

S’ym. Ex-servitore di Belasco. Assassino degli X-Men nel Limbo. Ex-servitore di Illyana. Cospiratore al fianco di Madelyne Prior contro gli X-men durante Inferno.

Yllyana lo metteva al secondo posto nella propria lista nera, dopo Belasco. E non a torto: il bruto aveva imparato ad essere pericoloso come i suoi padroni! <Ditemi dove siete.>

E scomparve in una spirale di nebbia verde, mentre il cielo iniziava a riempirsi di orde demoniache.

 

Riapparve nella stanza in pietra del Consiglio. Nel vederli per la prima volta, come Kody Illyana avvertì forte l’impulso di rendere loro omaggio -questi esseri erano, in fondo, ben più antichi di Belasco e persino di diversi Dei...

Ma la situazione era critica, e fra le priorità della ragazza c’era ben altro, anche se comunque fece svanire la spada. “Dunque?”

Il bianco espose la situazione, partendo da Darklady ed i suoi alleati, ponendo l’accento sulla corruzione delle menti, mostrando immagini di caos e distruzione che si allargava nel mondo come una tempesta di fuoco in un campo di sterpaglie secche. “Purtroppo, già una volta cedesti al fascino del male, e ti occorse uno sforzo eccezionale per vincere il tuo lato oscuro. E in quell’occasione, le forze del Limbo non erano concentrate contro i tuoi stessi pensieri.

“Nonostante tu sia ora qualcosa di più di un essere umano, la scelta della tua forma tradisce la tua debolezza. Con l’aiuto di un lupo, saprai mantenere l’equilibrio nella lotta che ti aspetta.”

Illyana non disse nulla, mentre un suono di artigli sulla pietra annunciava l’arrivo dell’’animale’ in questione.

Il nuovo arrivato era un maschio grigio e bianco, che indossava le parti minime di un’armatura blu e rossa –i bracciali, i gambali, il torso e le spalle, e una cintura. Un mantello purpureo scuro con un ampio spacco, e un frontale dorato che andava dalla base delle orecchie alle sopracciglia completava l’abbigliamento. Di fatto, quel rivestimento era insieme protezione e perfetto accomodamento anatomico.

“Ti presentiamo Sir Wulf, alfa del nostro Power Pack. Nonostante il suo aspetto, si tratta di un lupo vero e proprio, e quindi assolutamente incorruttibile. Nessun demone o forza oscura potrà trovare accesso nel suo cuore come nel suo spirito. Sarà la tua salvezza, se dovessi cedere alle tentazioni oscure.”

Prima che Illyana potesse dire o far qualcosa, un cenno del maschio bianco fece apparire un medaglione. L’oggetto era d’oro puro, venato di argento e... “Legno?” Illyana toccò le delicate rune in rilievo, indubbiamente fatte con quel materiale, che alla sua pelle trasmetteva un piacevole senso di tepore. Poi, vide che lo stesso, identico medaglione era apposto al petto di Sir Wulf.

“Sir Wulf non ha poteri propri,” spiego Slajshe. “L’amuleto sarà il tramite del vostro legame. Da questo momento, la sua purezza è parte di te. Allo stesso modo, se fossi fisicamente incapacitata ad effettuare magie, Sir Wulf potrà fungere da ricettacolo alla tua volontà. Per ora, di più non possiamo fare.”

Illyana annuì. “E se non trovassimo S’ym? Se lui non c’entrasse per niente? Se stessimo perdendo tempo, mentre i leader del mondo, impazziti, fanno saltare tutto? Non sarei più utile esorcizzando loro, che...”

“Ci rimettiamo alla tua volontà e buona fede, Illyana Rasputin,” disse Darika. “Il primo attacco portato da N’Astirh non era lontanamente paragonabile a questo, per portata ed effetti. Se le ragioni per ciò fossero a tuttora nel Limbo, devi trovarle, S’ym o no. Se ci sbagliassimo, ne saremmo lieti, perché la crisi sarà allora risolvibile dalle forze di questo mondo.”

“Quanto ai ‘leader’,” disse Ku’rrja, con disprezzo, “loro sono più al sicuro dei loro simili. I nostri fratelli infiltrati hanno apposto dei sigilli nei maggiori centri di potere militare e politico, proprio per una simile eventualità. I sigilli, come il medaglione, proteggono dall’influenza delle forze oscure...O credi che troveremmo godimento abitare in un mondo contaminato dalle radiazioni?”

Illyana non commentò –era ammirata da questa capillarità di una specie che credeva ancora composta di assassini sanguinari con poco cervello...Lo stesso Consiglio era lontano anni luce da quello che aveva imparato dai tomi di Belasco...

Senza perdere altro tempo, Illyana evocò un disco luminescente, che apparve ai piedi suoi e di Wulf. In pochi istanti, il disco si sollevò,

inglobando gradatamente i due eroi,

fino a che essi non furono del tutto scomparsi.

 

Allo stesso, nella stessa identica sequenza, essi erano apparsi all’interno del più grande crocevia dimensionale. Il non-luogo per eccellenza, inferno, purgatorio e paradiso uniti in una sola cosa.

Anche se, di Paradiso, nel punto in cui erano finiti, c’era ben poco.

Magik e Sir Wulf si trovavano all’imboccatura di una grotta. E fuori da quella grotta, lo spettacolo era a dir poco fantastico, a suo modo.

Il ‘cielo’ era fatto di sfumature sanguigne, dominato da un immenso vortice che terminava in un buco nero, un vortice così grande che lo si vedeva ovunque venisse voltato lo sguardo. E in quel cielo che era anche un infinito abisso, stavano montagne volanti, connesse ad altre montagne da sottili lingue di roccia frastagliata; alcune delle montagne avevano come cima coni vulcanici spillanti lava abbagliante come il fuoco solare stesso, lava i cui rivoli si perdevano nell’abisso.

“C’è qualcosa che non va,” disse finalmente Illyana, gli occhi ancora rapiti da quell’infernale bellezza –l’anziano bianco aveva avuto ragione: una parte di lei chiamava ancora questo posto ‘casa’... “Non percepisco il dolore. E questo posto dovrebbe esserne pieno. Dove sono le anime agonizzanti le cui grida eterne mi hanno quasi portato alla pazzia?”

Wulf non poté che essere d’accordo. Il silenzio era pressoché totale, un’assenza di rumori da fare male alle orecchie. Lo zolfo era una puzza onnipresente, ma istintivamente si era aspettato il sangue, l’odore delle carni arrostite...

“Questo posto è vuoto,” disse il leader del Pack. Non importava quanto ne sapesse o no del Limbo, i suoi sensi non si sbagliavano, e la sua conclusione un dato di fatto. “Non c’è nessuno.”

“E’...impossibile...” Ma lei stessa non poteva che, un po’ alla volta, giungere alla stessa conclusione. E ne fu spaventata oltre la sua stessa immaginazione.

Questa volta, i demoni avevano avuto successo. In un certo senso.

Non il Limbo, era stato portato sulla Terra, come la prima volta N’Astirh e S’ym si proponevano di fare, ma ogni possibile, singolo abitante dei suoi recessi infernali!

Il Consiglio aveva detto che Darklady aveva usato la Cappa delle Ombre e il Cerchio dei Cinque come una chiave per aprire la porta...E quell’onnipresente vortice dal cuore nero doveva essere la ‘porta’...

E quali speranze avevano gli eroi, di fronte ad un simile, brutale numero di forze a loro ostili?

“Andiamo,” disse lei, ricomponendosi, mentre evocava un altro disco.

 

Riapparvero, questa volta, in un vasto salone. I pavimenti e le pareti erano costellate da ossa fuse nella pietra, e rivoli di vecchio sangue rappreso facevano mostra di sé come tentacoli di muffa.

La sola, pallida luce, veniva da una sorta di colonna di quarzi, frastagliata, posta accanto a un trono vuoto e coperto di polvere e ragnatele.

“La sala del trono di Belasco,” disse. “Dove la mia innocenza di bambina finì per sempre, dove vidi i miei cari morire...Vedi quella tibia fusa nel pavimento? Il piede di Nightcrawler. Uno solo dei tanti che...” scosse la testa. Improvvisamente, quei ricordi non facevano male, non quanto aveva temuto. Influenza del lupo, o una ritrovata maturità? “Speriamo di trovare delle risposte in questo palazzo. Come potrai immaginare, il Limbo non è un posto dove trovare delle biblioteche...”

A sorpresa, lui le mise una mano sulla spalla...e strofinò il muso contro la guancia di lei! “Non avere timore,” disse, allo sguardo stupito di lei. “Volevo solo tirarti su. Sembri averne bisogno...La tua amica Rahne mi ha detto di quanto...” questa volta fu lui a fare 2 occhi come piattini, quando lei gli si mise naso-a-tartufo. “Conosci Rahne? Come...”

“E’ un membro del Pack. Se lo vorrai, alla fine di questa storia, credo proprio che il Consiglio non obietterà a farvi incontrare. Potrai farle tutte le domande che vuoi.”

Rahne...Rahne con un branco di suoi simili. Al solo nome, Illyana si sentì travolta dalla nostalgia. Roberto, Sam, Warlock, Amara, Dani, Shan...I Nuovi Mutanti.

Per la prima volta in molto tempo, Illyana sorrise. Era sopravvissuta a prove terribili, aveva condotto una vita da guerriera, dentro e fuori dal Limbo, ma aveva anche avuto una vita con degli amici meravigliosi. Una vita che rivoleva indietro! Col cavolo, che avrebbe ceduto alla disperazione proprio ora... “Wulf?”

Il lupo aveva quasi smesso di respirare. Era immobile, le orecchie fliccanti e le narici spalancate. Una porzione della sua criniera si era drizzata, la folta coda semiabbassata. La ragazza non ebbe bisogno dell’alfabeto lupino per sapere che lui percepiva qualcuno! E il suo sguardo andava alla porta.

Magik fece riapparire la spada. Wulf estrasse una sorta di scettro dalla cintura. Un tocco di pulsante, e da quella che era un’elsa spuntò una lama di luce nera. O, meglio, di Forza Oscura. Invisibile a distanza. Efficace.

Wulf le fece un cenno di attendere. Era un capobranco, ed avrebbe rischiato per primo senza esitare...Senza contare che, comunque, i suoi sensi gli stavano dando una posizione più precisa degli intrusi...

Illyana lo vide scattare talmente in fretta che sembrò teleportarsi fino alla porta. La colpì con la spalla corazzata, e la buttò giù come fosse stata di cartone! Allo stesso tempo, si udirono un paio di esclamazioni femminili strozzate, e una voce maschile che disse, “Ach du lieber Gott! Ein Werwolf!

Illyana riconobbe tanto quella voce in tedesco che almeno una di quelle femminili. “Wulf! Aspetta! Non sono nemici, sono..!” ma quasi non osava pronunciare i nomi, mentre si precipitava alla porta...

 

E quando ebbe oltrepassato la soglia, ebbe voglia di piangere dalla gioia, alla vista di Katherine ‘Kitty’ Pride, Nightcrawler, e... “E tu chi sei, strega?” fece, a spada tratta, perché la giovane donna era una perfetta sconosciuta. E in quelle circostanze, in quel posto, uno sconosciuto poteva essere tanto amico quanto nemico mortale!

Senza contare che i suoi amici, tenuti a distanza da un ringhiante Sir Wulf, erano, ai suoi sensi, contaminati spiritualmente! E poteva benissimo essere opera di quella donna!

 

Episodio 13 - I fuochi del male(II Parte) [un tie-in di INFERNO2]

 

Napoli, Italia. Inferno: giorno 2.

 

Il Museo Archeologico Nazionale è una delle tante strutture che, in questo paese gravemente sottovalutato all’estero, testimoniano non solo un passato di sapienza, ma anche una persistente e ricca tradizione culturale.

L’attuale palazzo che ospita il museo fu voluto nel 1586 da Don Pedro Giron, allora Duca d’Ossuna e Viceré di Napoli. Trasformato alla fine del ‘700 da Schiantarelli in Real Museo vero e proprio, esso ospitava le pregiate collezioni da luoghi celebri quali Ercolano, Pompei e Stabia. Collezioni che, col tempo, sono state generosamente rinfoltite da quelle dalla Villa Reale dei Portici, di Stefano Borgia, e, sopra tutte, dalla collezione Picchianti.

Entro la fine del ‘900, il museo, ben prima che Garibaldi lo rinominasse ‘Nazionale’, la struttura testimoniava concretamente la diffusione della cultura Egizia nel Mediterraneo fra l’VIII secolo a.C. e l’età Romana.

Questo, per quanto riguardava le branche ‘ufficiali’ degli ambienti accademici.

Sfortunatamente, la precisione nel trattamento e la raccolta dei reperti è una disciplina che ha richiesto tempo, per essere affinata. Non sono infatti stati rari, i casi di preziosi papiri e bende di mummie usati per imballaggi. Di vasellame distrutto alla ricerca di un tesoro in monete e gioielli...

O di gioielli sfusi che, se non trovavano immediata classificazione in una determinata collezione, venivano abbandonati in qualche magazzino, nella paziente attesa che un nuovo ritrovamento aiutasse a catalogarli. Un processo che poteva prendere decenni...

 

Il magazzino in questione conteneva una fortuna in quei pezzi ‘inclassificati’. Casse su casse di materiale, per un valore inestimabile. Merce che, ironicamente, sul mercato valeva per la sua natura e null’altro. Collane d’oro, pietre preziose, statue, dipinti...tutta roba che al massimo poteva essere venduta ad un prezzo gonfiato a qualche miliardario più ignorante del ricettatore che gli proponeva l’’affare’.

Ma a quest’uomo, non poteva importare di meno. Quest’uomo era venuto per prelevare quanto più possibile le sue tasche potessero contenere, e preparare una vendita che lo avrebbe reso ricco. Quest’uomo era una guardia del Museo; un dipendente esemplare, con 30 anni di onorato servizio sulle spalle. Un uomo con una famiglia, una pensione sicura, ed il rispetto del suo Direttore.

Un uomo, sotto sotto, estremamente frustrato dalla ricchezza che, giorno dopo giorno, sorvegliava macinando pensieri carichi di invidia per i suoi deceduti proprietari.

Un uomo che avrebbe tenuto tali pensieri ben sotto controllo...almeno, se nel mondo non fosse giunto, letteralmente, l’Inferno: una crisi mistica, l’invasione totale di innumerevoli demoni, portatori di caos, distruzione...e liberazione. La liberazione dei pensieri e delle emozioni represse, controllate in nome del ‘vivere civile’. C’era chi uccideva l’odioso superiore, chi si suicidava, chi cedeva alla pazzia...Quest’uomo, Diego Campagna, aveva deciso di cambiare vita. A qualunque costo. Sapeva dove si trovavano i pezzi più pregiati, le pietre preziose più facili da portare via. Certo, ci era voluto molto tempo, per arrivare al Museo attraversando mezza città senza potere disporre di un solo mezzo –e che differenza avrebbe fatto? Le strade erano un unico ingorgo di lamiere, morti e feriti. Chiedere aiuto a qualcuno? E chi aveva bisogno degli altri? Mica voleva dividerlo, il bottino!

Diego non aveva trovato nessuno, nell’edificio. Tutti in vacanza! E lui conosceva a memoria tutti i codici degli antifurto, ed aveva le chiavi.

Raggiunto il magazzino, aveva disattivato l’antifurto, aveva acceso la luce (e chi lo fermava? La Polizia che non c’era?), si era diretto alla cassa dei preziosi Egizi con un piede di porco. Davanti a sé vedeva la promessa di una vita migliore, in qualche paradiso fiscale tropicale. Avrebbe ucciso quella baldracca di sua moglie, sì, e forse anche quei tre mocciosi frignoni. Avrebbe avuto tutte le donne che voleva...

Pochi colpi dell’attrezzo, e la cassa fu aperta. Al suo interno, la ricompensa: involtini in seta rossa o azzurra, accuratamente disposti, a proteggere il loro contenuto.

In preda alla febbre dell’oro, Diego Campagna afferrò a casaccio alcuni involtini, preoccupandosi solo del loro peso e di farli entrare nelle tasche...Poi, ne notò uno in particolare.

Per un momento, la guardia traditrice esitò. Quel ‘pacchetto’ era l’unico la cui corda era tenuta insieme da un sigillo che sembrava di ceralacca, ma con venature d’oro...e legno?

Diego prese l’oggetto. Al tocco, il sigillo era...tiepido. Ma non se ne curò più di tanto: quello che importava era che se qualcuno si era preso la briga di un simile decoro, l’oggetto che custodiva doveva essere davvero il più prezioso!

Se Diego si fosse fermato a riflettere, avrebbe distinto delle voci sussurrare quei pensieri nella sua testa...Invece, l’uomo spezzò il sigillo, e srotolò l’involto...

Fece tanto d’occhi: l’oggetto era un gioiello, sì, ma uno di quelli mai visti prima!

Era un opale, rosso come il fuoco, pulsante di una luce propria, e grosso come un pugno! Era talmente perfetto, che la sua superficie era quasi completamente priva di attrito...Doveva valere “Uh?”

Movimento! Diego si voltò di scatto –dietro di lui...No, alla sua sinistra!

“Chi c’è lì?” ma gli rispose solo il silenzio.

Diego estrasse la pistola. Si voltò più volte, cercando una qualche minaccia concreta, pronto ad uccidere...senza badare alle ombre. Dietro di lui, accanto a lui, le ombre delle casse, di ogni oggetto...la sua stessa ombra –tutte, impercettibilmente, si stavano muovendo. Movimenti che, col passare dei secondi, si facevano sempre più pronunciati –e non solo...

Diego, nel frattempo, aveva rimesso la pistola nella fondina. Intrusi o no, aveva ben altro a cui pensa*

La mano affondò nelle carni del suo collo, sprofondando in esso come fosse stato fatto di niente! Una mano nera come un’ombra.

La mano dell’ombra di Diego Campagna, un’ombra che aveva assunto una sua solidità!

Un Diego urlante di un dolore inimmaginabile fu sollevato per il collo come un pupazzo. Le connessioni nervose impazzite causavano contrazioni casuali delle gambe e delle braccia. La vescica si svuotò spontaneamente.

L’ombra crebbe in dimensioni, facendosi più robusta, cambiando forma. Chiazze luminose apparvero sulla ‘carne’, chiazze che, a vista d’occhio, si fecero sempre più grandi, mentre l’ombra sembrava rientrare in esse...

...Fino a quando al posto dell’ombra vivente c’era una figura umana in armatura! L’essere sembrava fatto di luce, un ingannevole angelo vestito di freddo metallo color del sangue...

Diego, ancora vivo, sentì una mano guantata di metallo afferrare la sua, contratta meccanicamente intorno al gioiello. Sentì le dita fracassate una ad una, mentre la mano veniva aperta –non sentì il dolore, perso com’era nella nebbia della morte del suo sistema nervoso centrale.

La creatura, dal delicato fisico femminile, ma dal volto che avrebbe potuto essere tanto di donna quanto di uomo, prese il gioiello. “Grazie per avere spezzato il sigillo protettivo,  umano,” disse, con una voce ambigua quanto i suoi tratti. “Un vero peccato, che il Padrone non abbia bisogno di creature infime par tuo. Per il favore che ci hai fatto, meriteresti di meglio...” Pronunciò quelle parole con un’indifferenza agghiacciante. Le pronunciò per tenere in vita la sua vittima ancora per qualche istante. Le pronunciò per sottolineare uno stato di fatto.

La creatura androgina estrasse la mano dal collo dell’uomo, che crollò a terra, il suo ultimo pensiero carico di pentimento per avere ceduto al suo lato oscuro...

 

Tempio di Set, Set Atra-no, Antartide

 

Sedeva al centro del salone, su un trono forgiato da figure serpentine, di fronte ad un braciere-cobra nelle cui fauci fiammeggianti brillava una sfera di cristallo. La sfera da cui il ‘Padrone’, un uomo in blu ed oro, la cui testa era un malevolo teschio nudo, aveva seguito soddisfatto l’impresa nel museo.

Le ombre gettate dalle fiamme del braciere iniziarono a danzare di vita propria. In pochi istanti, esse conversero sulla familiare figura tridimensionale oscura, che quando assunse l’aspetto finale, stava prostrata su un ginocchio. “Ave, Thulsa Doom! Ave, sommo Sacerdote del Dio Serpente e Padrone del Tempo. Sul Tuo Regno non calerà la Morte!” sollevò la testa, al contempo porgendo il gioiello con una mano.

“Sono fiero di te, Generale Evilar. Per questo successo, il Dio saprà essere ancora più riconoscente.” Thulsa Doom si alzò in piedi, ed andò a prendere il gioiello. Lo tenne fra le mani con sincera reverenza. “Finalmente uno degli Occhi di Set è nelle mie mani; la prima metà del Potere che riunirà i frammenti del nostro Signore!

Marada la Lupa, poteva avere avuto una brillante idea, ponendo una simile protezione...Peccato che neppure la sua alleata strega potesse immaginare la caduta delle barriere fra Realtà e Limbo...La crisi mistica che ha avvolto il mondo non poteva essere capitare meglio.” Spostò lo sguardo verso il braciere.

“Il maledetto Power Pack è troppo impegnato con altri problemi, così come lo stesso, vanaglorioso Consiglio del Popolo è troppo distratto dal male nell’etere per sapere cosa sia appena successo!” un cenno della mano, e la sfera mostrò la trionfante figura della responsabile di quella follia: la donna, vestita di nero, solo apparentemente troppo fragile per combattere contro dei super-esseri, stava letteralmente facendo a pezzi il non-gruppo dei Difensori. “Thulsa Doom vuole essere generoso con te...per ora, Darklady. Uccidi quanti più ‘eroi’ possibile, indebolisci le difese del mondo...e al momento opportuno, ti darò personalmente il colpo di grazia. E sarà la tua testa appesa alle mura della città, a vedere l’espansione del risorto Regno di Set.”

Lo stregone cantò una litania in una lingua morta da centinaia di migliaia di anni. L’Occhio di Set sembrò esplodere, si trasformò in una vampata di energia che dalla sua mano

passò direttamente nell’occhio destro della testa centrale della statua di Set posta all’esterno del Tempio. Qui, tornò ad essere un solido gioiello, un sanguigno faro nel cuore del gelo più intenso della Terra.

Thulsa Doom tornò a sedersi sul trono. Poteva stare tranquillo: fino a quando i demoni del Limbo non fossero stati esplicitamente diretti contro di lui, in quella città, per ora, non avrebbero trovato alcuna preda. Le uniche vittime disponibili erano quelle degli insediamenti sparpagliati nel continente bianco.

Thulsa Doom spostò la sfera di cristallo su un nuovo scenario. Adesso, era ora di godersi la fine dei maledetti ‘difensori’ del Popolo. Dopo, recuperare il secondo Occhio di Set sarebbe stata una sciocchezza...

 

New York City. Epicentro di Inferno.

 

Era capitato, semplicemente, troppo in fretta. L’Inferno era giunto come il più potente predatore in un branco di pecore indifese. Le avvisaglie c’erano state, ma era come essersi aspettato un puma, mentre era arrivato un drago. Si poteva solo arginare il danno, salvare il salvabile.

Il Power Pack era stato mandato a NY per arginare un imprevisto effetto collaterale della crisi –per quanto vero che i licantropi erano immuni dalla follia che, per contro, divampava come un incendio nell’erba secca nelle menti umane...era anche vero che una branca dei mannari non era così ‘esente’.

Era la branca dei discendenti di quei lupi mannari creati secoli prima da una razza aliena, che mescolò il seme umano e quello di lupo usando riti magici basati sulle terribili formule del Darkhold. Il risultato era stata una razza sensibile ai richiami dell’oscurità. E l’Inferno era come un faro, per questi sfortunati esseri.

Scopo del Pack: isolare i mannari impazziti, mentre l’attenzione dei media era radicalmente altrove. Con un po’ di fortuna, le apparizioni pubbliche durante la crisi sarebbero state scambiate per alcune delle tante apparizioni demoniache.

Sempre in caso di collaborazione da almeno una delle due parti.

 

“Signore, ma come possono vivere qui?”

Lo scenario: il monumentale rifugio antiatomico sotterraneo concepito durante la Guerra Fredda, un complesso, incredibilmente, rimasto segreto al pubblico fino ad ora. Un complesso, cionondimeno, abitato dall’elusiva stirpe di reietti della società e dai mutanti –un popolo a parte conosciuto come Morlock.

Un popolo che, anni prima, era stato quasi interamente spazzato via dalla banda di assassini nota come Marauders. I pochi sopravvissuti non si sono mai più riorganizzati come prima, e i nuovi arrivi vivevano in una tragica anarchia, piccole tribù in attesa di un capo…o di prede.

Il branco di lupi si muoveva prudentemente, in formazione serrata, lungo cunicoli illuminati da rare e deboli luci di servizio…Inutile, del resto, chiederne di migliori: i loro sensi compensavano ampiamente. I lupi, nella loro forma transpecie, erano:

-        Karnivor, in testa al gruppo. Era questi un maschio rosso in armatura smeraldina decorata da un ampio mantello rosso. In assenza dell’alfa del branco, Sir Wulf, impegnato in un’altra missione[xvi], era lui il capo designato in quanto partner nella coppia alfa. Sulla Contro-Terra, aveva personalmente creato un’efficiente comunità con i Nuovi Uomini che si erano come lui ribellati al loro tormentatore, l’Alto Evoluzionario. Questi cunicoli non erano un ambiente nuovo…

-        Wolfsbane, rossa anche lei, il più giovane membro del branco per età, ma fra i più forgiati da una vita di sopravvivenza, quando ancora credeva di essere un umana mutante, e non un vero e proprio membro del Popolo.

-        Jon Talbain, nero e bianco, compagno di Wolfsbane, intento a coprirle il fianco sinistro. Lui era il Sidar-Var, il Campione del Popolo, ma decisamente troppo giovane per essere un capobranco…Non per questo, era un guerriero meno letale. E questi tunnel, per lui, erano solo un’altra sfida che si sentiva sicuro di affrontare.

-        El Espectro, cioè Carlos Lobo, dalla nera pelliccia e gli occhi rossi, con indosso la sua armatura/Unigun. Per quanto si sarebbe trovato più a suo agio con l’arma pienamente configurata, essa sarebbe stato solo un pericoloso impaccio a fronte di un attacco a sorpresa. Il Morlockworld gli ricordava una versione chiusa della terribile miseria in cui lui e suo fratello Eduardo erano vissuti da bambini…E, nemici o no, neppure gli abitanti di questo mondo meritavano di essere costretti ad un simile squallore..!

-        Il Predatore nel Buio, imponente e dalla pelliccia bianco/argento, misterioso alieno di poche parole e grande forza. Era semicieco, e il resto dei suoi sensi sviluppatissimi, incluso una sorta di ‘sesto senso’. Non era la prima volta che raggiungeva il Morlockworld, avendo avuto il ‘piacere’ di passarvi durante la fuga dai suoi persecutori[xvii]. Da qualche parte in quel labirinto, aveva poi incontrato i due androidi, Elsie Dee ed Albert…Scoprì di avvertire una sfumatura di nostalgia mista a quel pensiero…

-        Warewolf, una creatura del cui passato non si sapeva nulla. Era un fuggiasco, a suo dire, ma anche un’entità tecno-organica, e che aveva assimilato la mente di un mannaro di Starkesboro… Ma, possedendo egli informazioni sul misteriosissimo Progetto Exodus, doveva essere guardato a vista dal Pack. Letteralmente. E a lui, la cosa, finora, non sembrava dispiacere.

-        Fenris. Liberato dalla sua prigionia su Asgard dal capriccioso dio Coyote, si era dimostrato un valido membro del Pack. Anche se con le dovute riserve, Odino in persona aveva accettato che restasse nel branco. In quel momento, il figlio di Loki procedeva in coda al gruppo. Possedeva una nuova forma umana, adesso: armatura nera e oro, bordata di pelliccia, con uno spesso mantello nero. La testa era interamente coperta da un elmo dalle corna frontali, con una sottile visiera triangolare dalla quale traspariva solo un’intensa luce bianca. Brandiva la potente spada Valtran nella destra.

L’acqua intorno alle loro caviglie era limacciosa, quasi gelatinosa, costellata di detriti e rifiuti sulla cui natura era meglio non indagare. L’aria era satura di un fetore di scorie chimiche, cadaveri di piccoli animali e qualcos’altro, e feci.

“Come l’Uomo, il Lupo è un animale adattabile,” rispose Karnivor. “Secoli fa, in mancanza di prede nelle foreste, i branchi erano costretti a nutrirsi dei cadaveri nei cimiteri poveri. Per questo ci appiopparono la fama di ghoul. Fra le altre cose.”

Wolfsbane, si guardò ancora intorno. L’ex Uomo-Bestia, aveva ragione, naturalmente…Eppure, la parte ‘civilizzata’ di lei, quella abituata allo stile di vita prettamente umano, faticava ad accettarlo. Inoltre, la desolazione di quel luogo contrastava orribilmente con i ricordi: dall’ultima volta che era stata nel Morlockworld[xviii], il decadimento aveva proceduto implacabile. Chiunque potesse passare l’infanzia quaggiù, adesso, doveva essere*

Il gruppo si fermò di colpo all’intersezione con altri due tunnel. Sette paia di orecchie fliccarono in avanti. Sette nasi percepirono la stessa traccia nello stesso momento. Sei paia di occhi videro distintamente le forme altrimenti invisibili all’occhio umano.

“Sono loro,” disse Warewolf, con una voce perfettamente modulata. “Razzo, non sono mica pochi! Ne conto quarantasette, di cui...”

“Sono tanti, e tanto ci basta,” lo interruppe Talbain, estraendo i nunchaku dalla cintura, per poi mettersi in posa da combattimento.

I mannari uscirono allo scoperto, a passi misurati. I loro musi ed i loro occhi riflettevano la malignità del maledetto volume responsabile della nascita dei loro antenati.

Il Pack serrò i ranghi in un cerchio. Le gallerie erano piene dei ringhii di entrambe le fazioni, entrambe immobili sulle proprie posizioni.

“Possibilità di dialogo?” chiese Espectro, rivolgendosi a Karnivor.

Il lupo rosso scosse le orecchie.  “I loro pensieri sono completamente incoerenti…se si esclude la loro voglia di sangue.” Sorrise, contraendo le mani che già brillavano di energia. “Come dissi a suo tempo, in altre circostanze, possiamo vincere questa battaglia solo con la bruta forza!” Lanciò una doppia raffica ad ampio spettro dalle braccia tese di colpo.

Una porzione del fronte del nemico fu aperta come lardo da un coltello rovente. Il branco nemico fu sorpreso

quel tanto che bastava per Talbain a scattare in avanti, facendo roteare la sua arma ad una velocità impossibile; sfrecciò fra le fitte fila nemiche come argento vivo. Gli ordini erano di neutralizzare i mannari maledetti senza ucciderli, e ogni colpo di nunchaku faceva esattamente questo, spezzando le ossa delle gambe con chirurgica precisione. Le formule runiche incise nel metallo argenteo garantivano che per un po’ le vittime non si sarebbero riprese da quelle ferite.

Il caos prese il sopravvento. Era ognuno per sé, e il Pack se la cavava meglio del previsto: i loro avversari erano tanti, ma avevano solo il numero, dalla loro.

Il Predatore non era solo forte, era anche capace di manipolare e vedere nelle correnti temporali. Mentre si lanciava all’attacco, la sua mente aveva già visto le principali variazioni delle sue mosse. E fra esse, aveva scelto l’attacco più efficace e meno letale…Certo, mentre colpiva, egli stesso veniva ferito da decine di artigli…ma era anche vero che quelli erano graffietti, paragonati agli artigli di Wolverine. E in quello spazio ridotto, la sua efficacia era moltiplicata!

Per Espectro, quel combattimento era semplicemente un tiro a segno! Dai fucili nelle mani, ogni colpo, un centro. Ogni colpo, un proiettile energetico regolato per ‘cortocircuitare’ il sistema nervoso dei bersagli…

…Una tattica efficacemente usata anche da Warewolf, che per contro aveva il vantaggio di essere lui stesso un’arma. I colpi partivano da ogni punto del corpo a cui si avvicinava un nemico –ottimo sistema per difendere Wolfsbane, che, davanti a lui, stava sulla difensiva. “Osservazione: la tua forma estrema ha maggiori possibilità di difesa corporea e di offesa…”

“No.”

“Con tutto il rispetto, femmina,” disse l’’uomo’ Fenris abbattendo attaccanti su attaccanti con larghi fendenti saturi di energia, “Non credo che sia il momento di dare voce alle proprie paure!”

Ma non era questione di paura! Non solo Rahne provava ripugnanza all’idea di combattere contro dei suoi simili…Ma non capiva che senso avesse quello scontro, salvo di…

Poi, lo percepì. E fu certa che anche gli altri lo avevano sentito…ma erano persi nella battaglia!

Ci sono dei bambini, qui vicino!” nel gridarlo, Wolfsbane passò alla forma estrema –una creatura antropomorfa di oltre 2 metri di altezza, massiccia, dal pelo grigio ed il muso affilato. Scattò in avanti, perfettamente noncurante dei suoi oppositori, i cui attacchi non sortivano alcun effetto se non quella di spingerla a raddoppiare i suoi sforzi.

“Rahne!” Jon non ci pensò su due volte. In un solo gesto, rinfoderò i nunchaku, e lasciò scorrere l’energia del suo chi intorno al proprio corpo. Una fiamma azzurra lo avvolse in una sfera, sfera che divenne la testa di una cometa, quando Talbain partì a tutta velocità dietro la sua compagna.

Involontariamente o no, tuttavia, quel gesto riuscì ad aprire un varco nella cerchia degli attaccanti. Karnivor lo ampliò con altri colpi di energia, imitato da Fenris al suo fianco. Un attimo dopo, l’intero Pack si stava dirigendo in direzione della coppia, seguiti a ruota dai loro nemici abbaianti.

 

Jon non ci credeva: doveva letteralmente concentrarsi, per stare al passo con Rahne! Correvano, svoltavano, e svoltavano ancora, una rotta impazzita lungo un dedalo nelle cui spire in molti del ‘sopramondo’ si erano definitivamente persi...C’era solo da sperare che i sensi dei loro compagni fossero altrettanto buoni nel rintracciarli, oppure...

KY-III!!

Giunse all’improvviso, quasi si fosse materializzato sulla loro strada: un pugno metallico che abbatté Wolfsbane con irrisoria facilità! La licantropa crollò nell’acqua, inerte, tornando alla forma transpecie.

Visione e reazione furono una sola cosa, per Jon. Ancora saturo di energia, la concentrò nei propri artigli, e si gettò in quello che sperò essere l’attacco decisivo.

E, effettivamente, gli artigli colpirono! Come sciabole, affettarono il nuovo nemico, facendolo a pezzi con un doppio colpo a ‘X’ –un’esecuzione perfetta, i cui risultati Talbain non si curò di osservare, preferendo chinarsi subito a verificare lo stato di salute di Rahne. Il maschio uggiolò, leccando la ferita alla tempia, totalmente assorbito in quel compito, totalmente ignaro delle gambe della ‘cosa’, gambe metalliche che, come in una macabra moviola, stavano ricostruendosi, molecola dopo molecola, pezzo dopo pezzo. E dopo le gambe, il bacino, la vita, il busto...

Fino a quando un demone non si ritrovò pronto, il pugno sollevato, a colpire l’ignaro Sidar-Var..!

Jon si accorse solo del sibilo dello spostamento d’aria. Reagì istintivamente, gettandosi su Wolfsbane per proteggerla.

I missili sfrecciarono su di lui, ed andarono a colpire il mostro, che esplose in mille frammenti.

Tu es loco en la cabeza, hombre!” ringhiò Espectro, reggendo l’UniGun, le canne lanciamissili ancora fumanti. “Siamo un branco, te lo eri dimentica..Mierda!” questo lo aggiunse alla vista di Rahne, che Jon stava aiutando a rimettersi in piedi. Riprendendosi, lei borbottò un, “Sempre la testa...Li odio quando fanno così...”

Il Pack era riunito...e, di nuovo, era circondato. “Qui si sfiora il ridicolo,” disse Warewolf. “Un solo input, capo, e li skeltro tutti!”

La risposta di Karnivor in merito dovette essere rimandata. L’entità che avrebbe dovuto essere stata distrutta dai missili stava, ancora una volta, reintegrandosi nel suo stato originale...

“Dovrei essere impressionato?” ringhiò divertito l’essere, una creatura brillante di luce propria, una creatura demoniaca, composta interamente di circuiti. Era di un malsano colore rossastro, ed indossava un gilet. La testa presentava un corto corno frontale, lunghe orecchie appuntite, ed un sorriso sfrontato evidenziato dagli occhi gialli ed il sigaro stretto fra le sue zanne. “Una bambina sapeva fare molto di meglio.”

S’YM!” non c’era alcun dubbio sul terrore che impregnava la voce di Warewolf, mentre dal petto partivano raffiche di plasma e di proiettili –una potenza di fuoco sufficiente a demolire un palazzo.

S’ym non la evitò. Semplicemente, divise il suo corpo a ‘V’, in due segmenti attraverso i quali la scarica passò senza fare danno...se non al muro su cui esaurì la sua potenza! “Tsk. Qualcun altro vuole provare?”

“Io non ‘provo’, idiota,” rispose Karnivor con un ringhio sprezzante. “Io riesco!”

L’arroganza di S’ym fu estinta nel momento in cui il demone avvertì la tremenda pressione mentale! Aveva tenuto bassa la sua guardia, e questo poteva rivelarsi fatale contro un lupo evoluto allo stadio di semidivinità!

Una volta, Karnivor, parlando alla sua vecchia nemesi Adam Warlock, si era definito ‘cattivo’...ma era anche vero che non aveva mai incontrato un vero demone. Il contatto con S’ym quasi lo fece vomitare, era come giocare ad essere un cucciolo cattivo con un adulto in preda alla rabbia...ma col cavolo che avrebbe mollato la presa!

“Sei...in...gamba...cagnolino...” S’ym doveva ammetterlo, aveva sottovalutato questo avversario...Sfortunatamente, la mente del demone era regolata da processi insieme mistici e tecnologici, da quando un virus trasmodale aveva trasformato l’ex-servitore di Belasco prima e di Magik poi in un essere tecno-organico. “Ma...S’ym...Resta...il più forte!” e, a sottolinearlo, emise una scarica di energia dagli occhi, investendo in pieno Karnivor! Il super-lupo fu colpito contemporaneamente dall’attacco fisico e dallo choc dell’improvviso stress mentale.

In tutto questo, il piccolo esercito di mannari nemici se ne stava bene in disparte, riconoscendo nel mostro un superiore nella cui lotta non era il caso di interferire.

Almeno, fino a quel momento. Caduto il capobranco del Pack, l’armata si gettò all’attacco come un sol mannaro!

“Ma fatemi il piacere!” urlò Fenris l’uomo, un momento prima che la sua figura venisse sostituita da quella naturale di un colossale lupo alto 6 metri al garrese e nero come la notte!

L’attacco collettivo si fermò di colpo. Guaiti terrorizzati si levarono da creature che, pur persi nella loro brama di sangue, sapevano ancora riconoscere un dio. Un dio irato!

Fenris spalancò le fauci, già accese come quelle di un drago, pronto a scagliare un turbine di energia sufficiente ad incenerire quei patetici cuccioli...

“Adesso basta!”

La voce echeggiò fra le pareti con tutte le sfumature di un tono abituato ad essere obbedito. E così fu: Fenris chiuse la bocca, osservando incuriosito, così come il resto dei suoi compagni, verso il punto da cui la voce era venuta, Allo stesso tempo, i mannari nemici si erano prostrati in ginocchio. S’ym sbuffò un fumo mefitico. “Proprio ora che ci si divertiva un po’...”

Avanzò a passi larghi, sicura di sé, come solo il vero capobranco poteva essere...

Fisicamente, almeno, quella era l’impressione. La pelliccia rossa e grigia della femmina era ben tesa sotto i fasci di muscoli, gli artigli erano lunghi come pugnali, il muso era una costellazione di zanne bianchissime. Tutto in lei, fino all’odore, gridava ‘sono il tuo boia’.

“Sono debitamente impressionata, stranieri. Naturalmente, se la battaglia fosse stata prolungata…” non ebbe bisogno di aggiungere altro. Dietro di lei, nella fitta oscurità, si accesero altre decine e decine di paia di occhi.

Il Pack non ebbe nulla da commentare, in merito. Una cosa era certa: l’idea di infoltire i ranghi non sembrava più così tanto campata in aria…

“Io sono Minoxes,” disse la femmina, “Sovrana di questa porzione del Morlockworld. Datemi una ragione per cui dobbiate restare ancora in vita.”

“Il tuo coraggio ti fa onore, femmina mortale...o sei semplicemente folle,” disse Fenris, sogghignando. “Dammi tu una ragione per essere risparmiata.”

“Basta così,” disse Karnivor, frapponendosi fra la femmina e l’enorme muso. A Minoxes, disse, con tutta la sicurezza che potesse ostentare, “Siamo stati mandati qui solo per avvertirti: il Consiglio non intende tollerare ulteriori attacchi agli esseri umani. Libera quelli che avete prigionieri, cercate altre fonti di cibo. Non ci saranno altri avvertimenti.”

La regina dei mannari del Morlockworld rise. “Quei vecchi si stanno dunque rammollendo? Da quando in qua si preoccupano del nostro cibo?”

Fu Jon Talbain, a rispondere, le zanne snudate, “Parla con più rispetto, Minoxes! Senza contare che, nel Popolo, solo voi osate predare gli umani, alimentando le fiamme dell’odio nei confronti di tutti noi! Vi abbiamo ostacolato cercando di non spargere sangue in nome della sopravvivenza della specie...Ma non spingerci la mano: il Power Pack è pronto a sterminarvi, se servisse!”

Curiosamente, in contrasto con quello sfogo di ira, le parole di Karnivor furono le più moderate. “Che ti piaccia o no, Minoxes, il Popolo è in minoranza, e fino a quando Set non sarà sconfitto per sempre, dovrà restare tale se vorrà sfuggire alle attenzioni degli umani. Pochi li odiano quanto me, femmina...ma è vero anche che rispondere al fuoco col fuoco ci consumerà tutti.

“Nel vostro sangue scorre l’oscuro potere del Darkhold...Sai cos’è la Formula Montesi, vero?”

Quel nome, e le implicazioni delle parole, irrigidirono la regina: purtroppo, sapeva benissimo che quel tomo maledetto conteneva formule potentissime, atte a sterminare non solo i vampiri, come fu fatto una volta, ma anche creature come i licantropi!

Minoxes avrebbe volentieri squarciato la gola a quei cuccioli insolenti...Ma era anche vero che non poteva permettersi di perdere i soli, potenziali alleati nella lotta contro Set, ora che ci pensava...

Minoxes, a sorpresa, sorrise. “E, dimmi, capobranco...Cosa ti fa pensare che l’umanità stessa si preoccuperà di noi?” puntò il muso verso la volta della caverna. “In fondo, adesso il caos regna sovrano, lassù. E non sembra affatto una situazione transitoria, anzi...”

Karnivor rispose con un identico sogghigno. “Una cosa che ho imparato, osservando i super-eroi di questo mondo, è che la combinazione delle loro forze e volontà ha la tendenza a sopraffare minacce ben superiori a una strega ipertrofica. Le sconfitte subite da Thanos, la Fenice Nera e Galactus, per farti degli esempi, dovrebbero farti capire che il tuo regno di terrore rischia una prematura estinzione.”

Altro punto a favore. Per quanto le piacesse pensare che la rivoluzione di Darklady potesse durare, Minoxes sapeva che Karnivor aveva ragione. Per questo, aveva catturato quanti più umani possibile: per avere una riserva del loro cibo preferito... “Se li liberiamo tutti, cosa ci promettete?”

Sotto sotto, Karnivor ammirava quella creatura! Gli ricordava lui, quando era più giovane...anche se più incosciente, capace di sfidare gli Dei... “Sarete liberi di prosperare, se limiterete le vostre aggressioni agli umani alla sola legittima difesa. Non osate rivelare la nostra esistenza, o morrete ugualmente. Rubate il loro cibo, se ci tenete tanto. Quanto a quello che succede in questi tunnel, stante le precedenti condizioni, è solo affar vostro.”

Rahne, appoggiata a Jon, si irrigidì. Appiattì le orecchie...ma non disse nulla. Non per ora, almeno...

La femmina incrociò le braccia, sollevando la coda. “Accettabile, capobranco.”

Karnivor annuì. Stava per dire qualcosa, quando Warewolf lo precedette, “Un ultimo byte, regina: che ci fa quel sacco di pus, qui?” e indicò S’ym, questi appoggiato ad una parete in una posa da ‘teppista’, a gambe incrociate e sigaro fra le dita.

“A S’ym piace essere libero dal Limbo,” disse il demone. “S’ym sa che umani sono potenti, e preferisce stare quaggiù, buono buono. S’ym ha giurato obbedienza alla regina.” Il che voleva dire, e S’ym lo sapeva benissimo, che il Pack avrebbe potuto trovarsi a difendere anche lui!

Una situazione ovviamente di convenienza, destinata a non durare –e c’era da scommettere che, nel frattempo, il Consiglio avrebbe trovato il modo di risolvere quella situazione. Per ora, invece... “Portaci gli umani,” disse Karnivor. Inutile sprecare forze ulteriormente: ne avrebbe avuto bisogno per fare un lavaggio del cervello collettivo ai prigionieri...

 

“Potrebbero vincere. Fenris, da solo, ha potere a sufficienza da ridurre S’ym all’impotenza.”

In una località conosciuta solo a loro, i quattro Consiglieri osservavano la scena attraverso uno ‘schermo’ sospeso in una fitta voluta di fumo.

Alla femmina rossa, che aveva parlato, il bianco maschio rispose, “Con perdite gravissime...senza contare che se il Figlio di Loki venisse infettato dal virus trasmodale, perderemmo definitivamente il controllo su di lui. No...Accontentiamoci di questa piccola vittoria. Lo scopo della missione è stato raggiunto.”

“Dovremmo preoccuparci di ben altro,” disse la nera femmina, fissando con attenzione l’espressione di Wolfsbane. “Rahne Sinclair potrebbe decidere di lasciare il Pack, a fronte di questo sviluppo. La sua etica è in totale contrasto con i termini dell’accordo con Minoxes.”

Il maschio bianco annuì. “Tutto a suo tempo. Anzi, non credo proprio che si renderà necessario intervenire...”

 

Episodio 14 - Nuovi Cacciatori (I Parte)

 

Starkesboro, Massachusetts, 24 ore dopo Inferno2.

 

Un giorno dopo la seconda crisi mistica più grave affrontata dalla Terra[xix]. Molte, molte persone erano morte, altrettante impazzite per sempre, famiglie erano state distrutte irreparabilmente…

Rahne Sinclair non provava compassione per loro. Non più.

La giovane licantropa scozzese si vergognava di quei pensieri, essi andavano contro tutto quello che le avevano insegnato, contro tutto quello per cui aveva combattuto. Quando credeva di essere solo una mutante, aveva ‘imparato’ che non c’erano differenze, che odiarsi era insensato, sciocco, inutile.

Rahne Sinclair non era una mutante. La sua licantropia era stata ereditata per parte di madre, una mannara lei stessa. La sua ‘mutazione’ consisteva, ironicamente, nei geni umani trasmessi dal padre, il Reverendo Craig. Rahne Sinclair apparteneva al Popolo.

Rahne Sinclair, in quel momento, odiava gli esseri umani come niente altro al mondo. Un odio feroce, consumante come una fiamma, che non credeva di possedere.

Stava in ginocchio, il volto rigato dalle lacrime, gli occhi rossi e gonfi, la voce roca per il dolore espresso.

Davanti a lei, in una stanza che per dimensioni avrebbe potuto benissimo essere un deposito, un ambiente studiato per mantenere l’aria purificata e priva di umidità, stava una testimonianza che, a suo modo, era terribile come la vista dei cumuli di cadaveri di Auschwitz.

Pelli. Un cumulo di oltre un centinaio di pellicce, tutte di mannari e di naturali. Adulti, cuccioli, anziani…Alcune mostravano visibili le tracce delle sevizie inflitte alla vittima, altre con fori alla ‘lanterna’, altre ancora di vittime uccise da un cacciatore inesperto, che aveva colpito parti non vitali, condannandoli a una lenta agonia. Decapitati, catturati da trappole, avvelenati da cuccioli con esche, o uccisi da vivi con l’elettrocuzione interna…L’Uomo aveva usato ogni metodo a sua disposizione per sperimentare il suo talento di migliore assassino del mondo.

Così tanti…Quale miracolo aveva permesso la sopravvivenza del Popolo, quando il solo numero delle ‘prede’ in quella stanza poteva riempire intere foreste...?

In qualche modo, Rahne era sicura di potere udire i ruggiti di dolore, gli uggiolii, percepire il senso di perdita dei branchi improvvisamente svuotati…

Lei stimava l’umanità. Sapeva che c’erano brave persone, al mondo…Ma come poteva l’Uomo vantarsi di alcuna ‘nobiltà morale’, quando era capace di simili atrocità?

“Il peggio è che l’incantesimo, la Phobia, c’entra fino a un certo punto,” disse una voce triste dietro di lei.

Jon Talbain sedeva contro una parete, le gambe rannicchiate in modo da poggiarci il muso. Nella sua pelliccia nera e bianca dalla folta criniera e la morbida coda, le era sembrato subito bello e fiero come un principe…Eppure, ora, il Sidar-Var, il Campione del Popolo, parlava con voce uggiolante, e nella sua tristezza sembrava un cucciolo bagnato, indifeso. “Spesso, l’uomo non ha bisogno di ‘incoraggiamenti’…Noi tutti ricordiamo che centomila anni fa, eravamo alleati, e il Consiglio sta lavorando duro per ripristinare quest’alleanza. Solo lavorando insieme, l’Uomo ed il Lupo potranno sconfiggere Set e le sue forze…Ma è così difficile…” uggiolò.

Rahne si alzò in piedi, ed andò ad inginocchiarsi accanto a colui che amava. I due si strinsero in un abbraccio.

Rahne disse, “Quando avete fatto quel…patto con Minoxia[xx], per un momento ho creduto…di…” le parole le si strozzarono in gola. Aveva creduto di essersi messa con niente altro che bestie sanguinarie, assassini spietati per il gusto di esserlo…Ma di fronte a una testimonianza di simile crudeltà, poteva solo ringraziare il Cielo che nel cuore del Lupo ci fosse ancora posto per la speranza, insieme all’istinto di sopravvivenza…

Jon le accarezzò lentamente i lunghi capelli rossi. “Minoxia sbaglia. Uccidere umani non ci porterà avanti, se non verso l’estinzione. Ma ugualmente, non possiamo uccidere ne’ lei ne’ il suo branco. Non possiamo sprecare altro sangue di mannaro.

“Come Power Pack, dobbiamo difendere il Popolo, e colpirlo solo se il Consiglio l’ordinerà…” le sollevò il mento, e le leccò via le strisce salate delle lacrime seccate. “Dobbiamo difenderlo, ad ogni costo. Lo capisci, adesso?”

Le parole possono mentire. Il corpo non mente. Rahne aveva imparato a fidarsi dei suoi sensi, del suo istinto –e sensi ed istinto le dicevano che Jon non mentiva. E lei seppe che capiva, e che avrebbe combattuto al suo fianco, per la loro gente… “Mi dispiace di avere dubitato di…” un artiglio le si posò sulle labbra.

“Ssh, rjein. È passata.” Guardò verso il mucchio dei morti. Il suo sguardo si perse, mentre la sua voce assumeva un tono cantilenante. “Noi non dimentichiamo, ma non smetteremo di vivere/Noi sfidiamo il male non sopravvivendo/ma vivendo e prosperando/Noi cancelliamo il male lottando per il futuro/Noi cacciamo e cantiamo e facciamo l’amore/perché Gaea è la Dea/e Feronia è la sua messaggera…” terminò con un corto ululato.

“Feronia..?” fece Rahne. Jon si alzò in piedi, tirandola a sé. “Te lo spiegherò un’altra volta. Adesso, ci aspettano.”

Rahne se ne accorse solo in quel momento. Si passò una mano incredula fra i capelli lunghi?

 

Municipio di Starkesboro

 

L’atmosfera nella sala del Consiglio Municipale era quella delle grandi aspettative. Il branco dei protettori del Popolo era radunato al gran completo. Jon e Rahne, le due promesse generazionali, seduti in prima fila insieme alla coppia alfa. Gli altri:

  • Sir Wulf, rosso lupo americano, capobranco, vestito della sua armatura rossa e blu con un ampio mantello scuro ‘spaccato’ per lasciare movimento alla coda.
  • Karnivor, il suo compagno di vita, lupo europeo rosso, maestoso nella sua armatura smeraldina, anche senza la coda.
  • El Espectro, cioè Carlos Lobo, nero di pelliccia, con indosso una delle creazioni di Karnivor: l’Unigun, super-arma ricomponibile in armatura.
  • Il Predatore nel Buio, l’enigmatico alieno dalla pelliccia argentata, decisamente il più grosso bipede di quel branco, anche se a fargli degna concorrenza c’erano
  • Fenris, che, privato della simbiosi con Coyote che si fingeva essere il dio Norvegese Tyr, aveva comunque selezionato un aspetto umano per camuffare le sue sembianze. Una selezione che, a suo modo, faceva non poca impressione: indossava un’armatura nera e oro su un corpo degno di Thor in persona, con un elmo dalle corna frontali ricurve, ed una sottile visiera triangolare che lasciava intravedere solo una luce bianca
  • Warewolf, il misterioso licantropo-‘mannita’ composto di nanomacchine tenute insieme dal virus trasmodale.

Nessuno parlava. Tutti attendevano, ansiosamente ma disciplinatamente, che si manifestassero i latori della prossima missione…

L’attesa non fu delusa. Fumo verde si sprigionò dall’aria stessa –dapprima uno sbuffo delicato, fluido, come se la giada fosse diventata liquida…Poi, col passare dei battiti di cuore, lo sbuffo si espanse, divenne presto una massa che riempiva la metà della stanza non occupata dal Pack. Tutto avvenne in un silenzio rotto solo, almeno per le orecchie più fini, dal respirare dei lupi. Non un orecchio si muoveva, non una coda frusciava.

Ed apparve, in tutta la sua maestà. I quattro sommi anziani, i re dei re. Coloro i cui nomi avevano significati persi nelle nebbie del tempo. Un maschio bianco con un pizzo al muso, un altro grigio come l’acciaio, una femmina rosso sangue, ed una nera più della notte ma dalle zanne bianchissime. Il Consiglio del Popolo.

“Il nostro plauso per avere concluso con successo la vostra ambasciata presso Minoxia, branco,” disse il bianco. “Ora, è indispensabile per voi concentrarvi sull’incorporazione dei sette nuovi cacciatori.

“Un branco di quindici elementi può sembrare rilevante, ma sarà appena sufficiente per difendervi da Thulsa Doom, ora che questi ha uno degli Occhi di Set.” Come previsto, quella frase fece salire di parecchi punti la tensione nella stanza, nonché drizzare parecchia pelliccia.

La femmina rossa riprese il discorso. La sua voce era intrisa di ferocia, conformemente alla durezza del suo muso. “La crisi mistica ha schermato le sue attività persino a noi. Abbiamo appreso del suo successo solo quando è riuscito ad inserire l’Occhio nella statua del suo infame Dio[xxi]. Ora la lotta sarà più dura che mai: il negromante sa che deve passare su di voi, per giungere al secondo Occhio. Dovete essere capaci di difendervi e di contrattaccare con eguale forza.”

“Eccellente,” disse il maschio grigio. Impossibile capire se il suo sorriso fosse minaccioso o compiaciuto. “Contattare tre dei cacciatori sarà vostro compito. Nonostante si trovino in tre locazioni diverse del mondo, non possiamo correre il rischio di separarvi: i Generali di Thulsa Doom vi schiaccerebbero facilmente, ora che hanno il potere di un Occhio a sostenerli.” Un discorso disfattista? Niente affatto: fra i lupi, sopravvissuti a millenni di persecuzione, dorare la pillola era semplicemente un concetto alieno, anzi, un insulto.

“Quanto agli altri due,” disse l’oscura, “non vi preoccupate: sapranno essere da voi al…momento giusto.” Ed era anche vero che, maestri cacciatori, sapevano fare buon uso delle mezze verità. L’unica certezza era che dei sommi anziani ci si poteva fidare ciecamente…

 

Mercantile Felicidad de Maria, Atlantico Settentrionale

 

Se la nave fosse stata una petroliera, l’avrebbero affondata al molo, pur di non rischiare un'altra catastrofe ecologica. Cosi com’era, era ancora utile per il trasporto di qualunque merce più o meno legale che qualcuno volesse affidare ad una carretta lenta e disposta ad affrontare qualunque rotta –il tutto in cambio del giusto compenso, naturalmente.

Da qualche giorno, la Felicidad de Maria trasporta un carico di banane, caffè, cacao…ed armi. Tutta roba fine, compatta, trasportata dagli USA alla Colombia e da lì per l’ultima rotta relativamente sicura –un po’ complesso, forse, ma l’unico modo per evitare i supercontrolli delle autorità Americane a causa delle nuove leggi antiterrorismo. Ironia della sorte, era più facile farla uscire, la roba, che portarla dentro…Anche se ogni cartello criminale noto avrebbe volentieri preso la testa del responsabile dell’11 Settembre per avere reso loro la vita molto più difficile!

L’Inferno aveva colpito in tutto il mondo. L’equipaggio della nave non era stato risparmiato, naturalmente…E, potete crederci, se qualcuno è disposto a violare la legge ignorando la propria coscienza, è certo che è preda di un gran bel demone personale. Sopravvivere ad esso è questione o di un’eccezionale forza interiore, o semplicemente di saperlo accettare…

Ecco, provate a spiegarlo ad un pugno di marinai collaudati –gente tosta sotto molti aspetti, ma preda anche dei demoni della superstizione e della paura, demoni che si alimentano delle difficoltà di lavorare giorno dopo giorno in un ambiente capriccioso come il mare, capace di prendersi una vita a volte per il solo gusto di farlo.

L’Inferno giunse come un incubo uscito dall’Apocalisse. Le acque si erano tinte di rosso ed avevano preso fuoco, le onde si erano levate, alte come palazzi, ed esse avevano ruggito, mentre il vento ululava echeggiando dei lamenti delle innumerevoli vittime prima di loro.

L’equipaggio della Felicidad de Maria aveva, a dir poco, perso la testa. Il caos a bordo era semplicemente diventato incontrollabile in capo a pochi minuti, favorito anche dall’improvviso animarsi diabolico di diversi oggetti che, come gremlin arrabbiati, avevano morso più d’un uomo. Il capitano, che aveva patteggiato il prezzo per il trasporto del materiale illegale, era stato squartato vivo e poi impiccato da un gruppo di marinai pentiti delle proprie azioni. Chi non era morto di paura o sotto i colpi di un compagno deciso a riparare a modo suo alle malefatte commesse in vita, si era suicidato.

La Felicidad de Maria navigava placidamente sotto il sole battente, spinta dalle correnti. Una nave fantasma…ufficialmente, almeno…

 

…Perché nessuno a bordo sapeva di stare trasportando un carico ancora più speciale di un mucchio d’armi e munizioni.

Un carico consistente di una lupa mannara. Una femmina dal pelo grigio/rossiccio, con folti ciuffi sulle spalle, sugli avambracci e le caviglie, come intorno alla mascella.

Il suo nome, almeno quello che le era stato dato da un umano tempo addietro, era Ferocia. Quello attuale non avrebbe avuto molto senso, non in quest’epoca.

Una cosa buona quella crisi mistica l’aveva avuta: aveva permesso alla sua vera identità di risorgere pienamente. Essere prigioniera in un corpo capace solo di combattere fisicamente era stato alquanto…frustrante. Anche se, decisamente peggio, era stato il vagare in uno stato di semi-stupidità, vulnerabile a qualunque stolto con un po’ di carisma.

Superia era riuscita ad irretirla per ben due volte. Se ci avesse provato ora, le avrebbe aperto la gola –supremazia femminile…Tss, avrebbe dovuto nascere lupa, e avrebbe comandato un branco. Umani! Mai viste creature con simili, patetiche ambizioni!

Ferocia si mosse come un’ombra fra i ponti della Felicidad –non che ne avesse bisogno, ma alla sua metà naturale veniva istintivo, e non aveva ragione di contraddirla. L’odore di morte era fastidioso: un cadavere era di solito roba da mangiare, non da lasciare a marcire. Per un po’ non sarebbe morta di fame, ma quella nave poteva trovarsi nel Mare delle Nebbie, per quanto ne sapeva. Non si annusava terra neanche per caso.

Ferocia arrivò sul ponte principale. Solo per abitudine, scrutò l’orizzonte…niente, come ieri. A confermarlo, neanche un uccello nel cielo.

 

Sbuffò. Se almeno gli Dei della sua epoca fossero esistiti ancora, avrebbe potuto elevare una preghie…

Uno scintillio colse la sua attenzione! Un riflesso metallico a pelo d’acqua. Un oggetto volante, veloce. In avvicinamento!

 

L’occhio era stato trasformato in una specie di teleobiettivo corredato di minuscoli sensori. “Uhm,” disse Warewolf, scandagliando la capigliatura di Rahne. L’occhio, alla fine, rientrò nell’orbita. Warewolf sentenziò, “Niente di anomalo. Chiaramente, il tuo precedente stato era di natura psicosomatica.”

“Vuol dire che in un certo senso volevo che i miei capelli non crescessero?” Rahne era a dir poco incredula.

Il mannita annuì. “Niente di strano. Avevi formattato il tuo output in conformità agli insegnamenti di tuo padre, che ti voleva con un look severo. Un mannaro è in grado di controllare le proprie cellule corporee, dovresti ben saperlo… ”

Rahne annuì. Era chiaro che lo choc della vista…dei morti…aveva spezzato le ultime barriere di deferenza nei confronti di Craig. Possa tu stare bruciando all’Inferno che evocavi per me, pazzo assassino!

“Ci siamo,” disse Karnivor, chino sulla strumentazione. “E’ davanti a noi, su quella nave. Wolfsbane..?”

All’udire il proprio nome in codice, la ragazza assunse la forma transpecie.

“Ferocia è l’unico segno di vita,” disse il lupo rosso. “sarà una passeggiata.”

 

Il velivolo nero stealth fu portato accanto al mercantile. Una passerella fu estroflessa dalla fiancata. Un portello si aprì subito dopo, e Sir Wulf, seguito dal branco, uscì per dirigersi sulla Felicidad.

Ferocia, che nel frattempo era rimasta sul ponte, in attesa dei potenziali nemici, era rimasta a dir poco allibita alla vista del Pack –una simile concentrazione non la vedeva da…da molto, molto tempo!

Riconobbe d’istinto la coppia alfa, e si chinò davanti a loro.

“Alzati, Ferocia,” disse Wulf. “Noi veniamo in nome del Consiglio del Popolo,” a quelle parole, le si drizzarono le orecchie “E abbiamo una proposta da farti…” ci volle una buona mezz’ora, ma il capobranco non risparmiò alcun dettaglio.

Convincere Ferocia non fu comunque difficile: aveva distintamente percepito il ritorno di Thulsa Doom, e sapeva che era questione di tempo, prima di diventare un bersaglio delle sue attenzioni lei stessa. Nel branco c’era sicurezza…e non solo da quel vecchio negromante, nossignore!

“Come dissi una volta, signori,” disse lei, in un bagliore di zanne, “Fate strada. Vi starò dietro.”

 

Set Atra-No, Antartide

 

“Il fato ha deciso di sorridere su di voi, cani…Godetevi pure questo momento di falsa sicurezza, crescete pure di numero…Alla fine, in un colpo solo, mi sarò liberato di più ostacoli di quanto avessi inizialmente sperato.”

Quasi sibilando quelle parole, Thulsa Doom osservava, dalla sfera posta nella bocca del braciere a cobra, il velivolo sfrecciare nel cielo verso la sua prossima destinazione.

Alle spalle del negromante seduto sul suo trono dei serpenti, una voce femminile disse, “Mio signore, perché aspettare? Un colpo solo, adesso che il tuo potere è ancora più grande, e la conquista del secondo Occhio sarà questione…di…” la voce tremò, quando il nudo teschio che era la testa di Thulsa Doom si voltò. Nelle orbite, brillavano piccoli soli irati.

Poi, Thulsa Doom si alzò. Lentamente. “C’è una cosa che sopporto meno di un’inazione forzata, Generale Faidara…”

La donna in armatura, che di fronte ad un uomo poteva apparire come un temibile angelo sterminatore, fece un passo indietro, pallidissima in volto. Le sue mani tremavano…Ma prima che potesse anche solo pensare di scappare, una mano saettò ad afferrarle la gola! La stessa mano la sollevò, poi, come un pupazzo. Faidara emise dei rantolii pietosi.

“…E’ che qualcuno, soprattutto uno dei miei Generali, osi dubitare della saggezza del mio operato!!” E su questa parola, Thulsa Doom scagliò il suo Generale dall’altra parte della stanza. Il volo di lei si infranse contro la statua di un uomo-serpente, che finì in pezzi.

Il negromante indicò la sfera nel braciere. Il velivolo del Pack scomparve, per essere sostituito da un altro uomo-lupo –un maschio bianco, perfetto, vestito di un’armatura verde e oro, con uno spacco che andava dal petto alla cintura. La creatura cavalcava un grande dragone blu.

“Chi è?” chiese Faidara, rialzandosi.

L’espressione del negromante era imperturbabile, ma la sua voce aveva un tono…deluso. “Comincio a sospettare che l’umana del cui corpo ti sei impadronita stia onubliando il tuo senno.

“Concentra i tuoi sensi sulla gemma che quel cane porta, Generale. E capirai.”

Faidara lo fece. Osservò l’immagine come le aveva detto il suo padrone, focalizzandosi sulla gemma pulsante di luce vermiglia incastonata in una sorta di collare elaborato… “Per le spire del Signore!”

Thulsa Doom annuì. “Quella pietra è la Godstone. E il suo portatore è lo Stargod, una creatura virtualmente onnipotente. Ed è qui, su questo piano[xxii].

“Se attaccassi il Power Pack adesso, Stargod sarebbe su di noi con abbastanza forza da annientarci senza la minima difficoltà. Ora lo capisci, Generale, perché devo trattenere la mia mano? Dobbiamo aspettare fino a quando, in un modo o nell’altro, l’emissario di Antesys lasci questo mondo per tornare ad Altro Regno.” Qui, la sua voce si fece implacabile, la sua mascella spalancata in un urlo orrendo a vedersi. “E ricordalo, tu e i vermi che strisciano ai miei piedi! Sono il tramite vivente fra Set e questo mondo, e la mia volontà è indiscutibile!”

 

“Anni fa, un mistico di nome Dhasha Khan scatenò un branco di lupi addestrati da lui personalmente contro una straniera in fuga con il proprio figlio per le montagne della regione che chiamate Tibet.

“La lupa che guidava quel branco era stata plagiata fino a perdere ogni pietà e rispetto verso la preda. Inseguì la donna fino a quando non l’ebbe in trappola. E la uccise, mangiandola viva.

“Apparentemente, per Dhasha Khan fu sufficiente, perché dopo quell’empio atto uccise la lupa, e vi legò la mia essenza, ribattezzandomi Ferocia. In quello stato, possedevo la forma transpecie, ma con un intelletto limitato, perché non potessi ricorrere alle mie arti…almeno, fino alla recente crisi mistica.” La figura della mannara si dissolse in un lampo di luce, rivelando una donna. Una donna bellissima, alta, dai lunghi capelli grigio/viola, le labbra cremisi e gli occhi rossi. Indossava una cotta grigia e oro, con un mantello porpora lungo fino ai piedi, ed al collo portava un collare nero spinato di aculei d’argento. “Ora sono svincolata dalla ‘maledizione’ imposta da Khan, e sono integra…E vedo con piacere che la presenza femminile è alquanto…ridotta…” annusò discretamente l’aria, individuando rapidamente le coppie già formate e quelli ‘impegnati’…

“Qual è il tuo vero nome? Cosa facevi prima di essere imprigionata da Khan?”

La femmina osservò la sua simile dal pelo rosso. Nei suoi occhi di smeraldo brillava una curiosità spontanea, una luce allegra e contagiosa. Ferocia sorrise un sorriso amaro. “Il mio nome originale non ha più importanza, così come ogni mio fare. Piccola, io appartengo ad un’era che solo il Consiglio può ricordare, poiché vissi e cacciai quando il potente Conan combatteva da ragazzo ben prima di diventare Re[xxiii]. Non ho alcun desiderio di rinvangare quello che fu e che niente potrà correggere.”

Su questa frase, il silenzio regnò per un momento sovrano nel velivolo. Un silenzio spezzato presto da un insistente cicalio dalla metà della consolle a cui sedeva Karnivor. “Signori, ci siamo. Il nostro prossimo obiettivo è vicino.”

 

Il velivolo era uno dei tanti mezzi da combattimento creati da Karnivor quando questi era, per tutti, l’Uomo-Bestia. La conoscenza guadagnata da numerosi mezzi, inclusi quelli del suo creatore, l’Alto Evoluzionario, unita alla sua intelligenza superiore, aveva permesso a Karnivor di escogitare soluzioni tecnologiche che nulla avevano da invidiare a creazioni equivalenti di Reed Richards o Anthony Stark.

Il velivolo d’ordinanza del Pack era propulso da un motore nucleare, capace di raggiungere velocità mach-10, dotato, fra le altre cose, di smorzatori inerziali per evitare di stritolare i passeggeri.

Dai mari tropicali, il branco era giunto all’estremo opposto: le lande ghiacciate della Siberia.

 

Sperduto in mezzo ad una fitta foresta, dove perdersi era questione di pochi passi. E chi riuscisse a trovare l’orientamento, doveva fare i conti con una fauna ostile, che le autorità avevano, ironicamente, lasciato intatta proprio per ridurre le possibilità dei fuggitivi. Un tempo, questo agglomerato di baracche, campi recintati, e piccole industrie artigianali, non aveva un nome, bensì solo un numero. Questo posto era un gulag, uno dei tanti campi di sterminio che le autorità dell’URSS avevano eretto per soffocare le voci dissenzienti al regime.

Quando i gulag furono costruiti, le autorità pensavano di durare molto, molto a lungo. La fine le colse di sorpresa. Le prove più evidenti, i gulag più famosi, furono distrutti, ‘dimenticati’. Quelli come questo, invece, il numero 131, rimasero pressoché intatti, ma abbandonati da un personale che non aveva più ragione di presidiare il relitto di un’era morta.

Oggi, il gulag 131 è una specie di porto di mare per un altro tipo di fauna umana: bracconieri, minatori, contrabbandieri, trafficanti d’armi e di droga a cui serva un rifugio per cibo economico e riposo indisturbato prima di riprendere il viaggio.

Come si può immaginare, data la qualità della clientela, il concetto di ‘tranquillità’ nel 131 è alquanto relativo…

 

Un rumore di vetri infranti e di legno spezzato, e uno degli avventori volò via urlando dalla finestra della baracca adibita a bar.

Un pezzo d’uomo, ad essere onesti, un figuro che tradiva la sua natura di figlio dei boschi. Pure, atterrò nella neve, a faccia in avanti, come un saccaccio.

Si rialzò in piedi. Il volto era una maschera assassina, rigata di sangue dal naso rotto e dai tagli da vetro che costellavano fronte e guance. Esalava il suo respiro a nuvole, come un drago. Era talmente teso che i muscoli sembravano volere esplodere dalla camicia.

L’uomo emise un ruggito pauroso, e si precipitò nel locale. “TU! Piccolo, lurido baciatronchi! Io ti…”

L’interno del bar era stato ridecorato dalla rissa. I clienti più avveduti se l’erano squagliata alle prime avvisaglie. I ‘veterani’ formavano una specie di semicerchio ronzante di chiacchiere fra il faceto e l’ammirato. I soldi volavano di mano in mano insieme alle bottiglie di vodka. Qualcuno sarebbe diventato ricco, in quel giro di scommesse volanti…Naturalmente, nessuno puntava un rublo sul ‘baciatronchi’ in questione. O, meglio, nessuno puntava sulla sua sopravvivenza oltre i 30 minuti. Fare incavolare Sergei era un suicidio bello e buono, lo sapevano tutti. Il grosso Sergei era il miglior cacciatore e boscaiolo sulla piazza. Le pelli degli animali da lui uccisi avevano scaldato più d’una famiglia e decorato le voglie di molte dame dell’alta società. Tagliava alberi interi in barba alle ordinanze locali, e molti lo ritenevano un eroe contro le angherie di un governo che, in quanto a comprendere i bisogni del popolo, non era meno alienato del regime che lo precedette.

Lo straniero, il ‘baciatronchi’, sedeva su uno sgabello al bancone. Era un uomo di corporatura robusta ma scattante. Capelli biondi, tagliati all’altezza del collo, tirati all’indietro; occhi azzurri, taglienti come il suo sorriso, basette lunghe. Indossava un paio di blue jeans stinti tenuti dentro un paio di stivali alti e neri. Il suo trench di pelle nera era aperto, mostrando una maglia di lana pettinata sotto il cui collo si intravedevano il colletto di una fine camicia bianca e la cima di una cravatta scura.

Lo straniero non sembrava minimamente impressionato dallo sfogo di Sergei. Da una tasca interna del trench, estrasse una fiasca d’argento. Svitò il tappo e bevve una sorsata –tutto lentamente, con sottili movimenti studiati per provocare l’avversario. Riavvitò il tappo, rimise a posto la fiasca e fissando Sergei, disse in un perfetto russo, “Sai fare di meglio che grugnire come un inverno asfittico, bracconiere? Puoi chiamarmi con tutti i nomi che preferisci, ma ti posso assicurare che non mi farai cambiare idea: quelli come te, depauperando le foreste di animali e piante, uccidono la Rodina efficacemente come i nostri vecchi padroni. Solo, più lentamente. E siete troppo stupidi, per accorgervene.”

Sergei avanzò nella stanza. Passando davanti ad un tavolo ancora in piedi, afferrò una bottiglia e la spaccò contro il bordo. Adesso sorrideva di un sorriso tremendo. “Noi saremo stupidi, cittadino, ma la vita è dura, in queste terre. E tu devi ancora impararlo. Quando avrò finito con te, sarai nudo come un verme, e mi pregherai di darti una pelliccia e scarpe foderate, e della legna per un bel fuoco. E io te le darò…forse. O forse godrò a vederti crepare di freddo.”

L’altro scese dallo sgabello, si aggiustò il trench, e si riavviò i capelli. Fissò Sergei…e la sua espressione divenne glaciale come il vento fuori dalla baracca. Un cambio d’umore così improvviso, che l’omone ebbe un’improvvisa esitazione.

Lo straniero disse, con una voce ora identica alla sua espressione, “Tu, quelli come te…Ci sono un po’ troppe persone che non dovrebbero neppure abitare in queste terre. Abbiamo città grandi, con tutto quello che può servire a sopravvivere senza uccidere tutto quello su cui si posa l’occhio. Quelli come te non sono neppure residuati di uno stile di vita arcaico, Sergei. Quelli come te sono dei palloni gonfiati. In un corpo a corpo, ti mangio vivo, cacasotto…O sei capace di fare qualcosa senza il tuo fucile?”

Sergei barrì come un elefante, e si gettò all’attacco. Nonostante la sua mole, era un uomo veloce e di pronti riflessi. Con la mezza bottiglia in mano, aveva buone possibilità di trasformare il suo avversario in un hamburger…Senza contare che lo straniero non si stava neppure muovendo, e teneva le mani bene in vista lungo i fianchi.

Non capì nemmeno come fosse successo. Un attimo prima, era sul punto di colpire lo straniero…Poi, un pugno potente come un maglio lo aveva colpito al plesso solare. Il fiato venne spezzato brutalmente, e Sergei vide stelle davanti agli occhi. Un secondo colpo, veloce come il primo al punto da sembrare invisibile, colpì esattamente all’altezza del cuore, facendo scricchiolare le costole. Colpì esattamente fra un battito e l’altro, e Sergei divenne livido in volto, mentre il cuore entrava in arresto.

In un momento. Sergei era come stato immobilizzato nel tempo, intento a scagliare la mezza bottiglia, un’espressione stupita in volto, incredula.

Lo straniero staccò il braccio dal costato del suo avversario. Sergei cadde a faccia in avanti, già morto. Nel bar era calato un silenzio allucinato.

Lo straniero afferrò un’oliva dal bancone. Se la infilò in bocca e dopo averla inghiottita, si tenne lo stuzzicadenti fra le labbra. Indicò il cadavere con un pollice. “Fateci qualche salsiccia, con quel maiale. Almeno, sarà veramente utile a qualcuno, adesso.” Ed uscì dal bar.

 

L’uomo si diresse al parcheggio, costellato di antiquate jeep e camion della Grande Guerra Patriottica. Era soddisfatto: aveva sistemato quel bestione senza ricorrere ai suoi poteri. È bello vedere che non ho perso il mio tocco. In fondo, era stato addestrato per questo ben prima dell’esperimento…

Arrivò di fronte ad un’anomalia, al centro di quella parata dell’usato: una specie di scooter delle nevi, tutto bianco, come quelli usati dai turisti facoltosi ma poveri di coscienza ambientale. Anche per tale ragione, Sergei l’aveva sottovalutato, quando avrebbe dovuto invece fare più attenzione al design che avvicinava il veicolo più ad un razzo tascabile che ad un giocattolo da ricchi. Sergei non poteva sapere che quello era un HoverSpeeder-J1, con scafo in metalceramica e motore a superconduzione magnetica. Un prodotto delle industrie dello Zilnawa, roba che richiedeva una patente speciale, di quelle che non venivano rilasciate con un corso veloce in una scuola privata…

L’uomo saltò a bordo. Un tocco di pulsante, e lo scooter partì sui suoi cuscinetti energetici –cioè, schizzò via verso la foresta.

 

Solo quando fu abbastanza addentro, fermò il veicolo. La sua espressione era di prudente curiosità. Apparentemente all’aria, disse, “Tana salvi tutti, signori. So che mi state seguendo da quando sono uscito dal parcheggio. Chi siete, e come mai odorate di lupo?”

“Forse perché lo siamo, Ilya Dubromovitch Skorzorki…O preferisci essere chiamato Volk?”

Solo due persone lo chiamavano ancora così: una aveva deciso di lasciarlo in pace. L’altra lo avrebbe perseguitato fino alla fine del mondo se necessario.

Decisamente, la vista di un branco di mannari in costumi ed armature andava oltre la sua più fervida immaginazione. Lo stuzzicadente cadde dalle labbra di Volk.

Il branco si fermò in cerchio intorno a lui. Sir Wulf venne avanti, presentandosi. “Abbiamo fatto molta strada per te, Ilya. Sappiamo tutto di te, e in virtù di quello che sappiamo vogliamo offrirti un posto nel nostro branco.”

Volk strinse gli occhi. Anche prima di essere sottoposto all’esperimento che avrebbe fatto di lui un licantropo[xxiv], era il migliore degli agenti del KGB, dotato sia di una capacità unica di concentrarsi sull’obiettivo, sia di una mente molto aperta, analitica ed adattabile. Questo, unito a quello che i suoi sensi gli stavano trasmettendo, gli fece capire che era ben sveglio e che, improvvisamente, si trovava di fronte ad un bivio che era sicuro non gli si sarebbe più presentato…

Gli venne istintivo, di chiedere cosa significasse tutto questo. E, ancora una volta, Sir Wulf spiegò tutto quello che c’era da sapere sul Popolo e gli scopi del Power Pack. E quando ebbe finito, Volk disse, “Intrigante…” e lo intendeva davvero. Da quando si era offerto volontario per quell’esperimento, superata la fase di ubriachezza da potere, aveva desiderato vivere da lupo, in pace con il resto del mondo…

Ma il resto del mondo la pensava diversamente. E da lupo, Ilya Skorzorki aveva vissuto ancora una volta da fuggiasco, concedendosi delle ‘distrazioni’ come la capatina al 131 per sistemare i bracconieri che invadevano il suo territorio…

Ed ora aveva la possibilità di dare non solo una svolta alla sua vita, ma di continuare a perseguire il suo obiettivo di difendere i lupi dei quali ormai si sentiva fratello! Questo Thulsa Doom era, per quanto lo riguardava, solo un altro lavoro… “Signori, avete appena guadagnato un nuovo lupetto. Quando si comincia a fare rotolare qualche testa?”

Una mano guantata di pelle nera fu avvolta in una ferma zampona grigia, a suggello…

 

Da qualche parte nella Louisiana

 

Secoli addietro, questa era stata una zona fertile e rigogliosa. Quando i coloni dall’Europa arrivarono, non esitarono a trasformare una generosa porzione di questa foresta in un insediamento urbano. Il futuro prometteva bene, per loro.

Poi, era arrivato un terremoto. Un evento di tale potenza da fare cambiare il corso del vicino fiume. Un terremoto tale da sollevare il terreno, isolando la comunità -o quello che ne restava, dall’acqua. Certo, non si trattava di un danno irreparabile, ma la comunità era stata colpita troppo profondamente, svilita dalla forza di madre natura.

La gente se ne andò. L’area colpita dal sisma iniziò a diventare una palude. Di un villaggio ormai dimenticato rimaneva solo lo scheletro di una chiesa, una piccola ma robusta struttura in pietra, dalle cui finestre vuote i rampicanti pendevano come strane lacrime.

Per quanto curioso potesse sembrare, la chiesa, non essendo mai stata sconsacrata, era ancora un valido luogo di culto.

Il che andava benissimo per la sua unica abitante.

Indossava un abito da suora, un’assurda macchia di pulito in mezzo al terreno moribondo. Ed era sola, lontana decine di chilometri dall’essere umano più vicino. I suoi soli amici erano la vegetazione e la fauna locale. Era appena una ragazza.

Stava lì, in ginocchio, di fronte al moncherino dell’altare. Una macchia di vegetazione sulla parete dietro il moncherino ricordava, molto alla lontana, una croce.

La suora  pregava in silenzio, giungendo le mani, stringendo fra esse una piccola croce dorata. Pregava per la salute di sua madre, pregava per la salvezza della propria anima. Pregava che le invisibili barriere poste intorno alla chiesa continuassero a resistere.

Avrebbe dovuto essere morta. Lo avrebbe meritato. Ma l’istinto del suo lato bestiale era più forte, e le aveva permesso di nutrirsi. Quando non era in sé, aveva addirittura accumulato una scorta, cibo ora putrido, puzzolente -e lei non poteva bruciarlo, non poteva gettarlo da nessuna parte.

Lo stomaco le si rivoltò all’idea che presto si sarebbe nutrita di quella roba. Ma sapeva che la bestia non era schizzinosa… Che ironia suprema: lei, una figlia di Dio, che avrebbe dovuto coltivare il dono della vita, avrebbe accettato la morte, ma non osava commettere l’ignobile peccato di darsela. La bestia, invece, voleva vivere a tutti costi.

Per seminare il male, seminare il male, uccidere e peccare!

“Sono pensieri sbagliati. È falso.”

Lei si voltò di scatto! Era impossibile, nessuno poteva sapere di quel posto!

E invece, eccoli lì: una ragazza, ed un'altra bestia. La ragazza, appena entrata nella sua maturità, indossava un abito sconciamente aderente, mentre la bestia indossava un’armatura.

La ragazza fece un passo in avanti. La suora lo fece all’indietro. “Non potete essere qui…” additò Karnivor. “Lui non può essere qui. I sigilli sacri…”

“Sono studiati per tenere a bada i licantropi, non gli animali…anche se evoluti al mio stadio,” rispose il lupo. “Ed ora perdonami, Sorella Ursula. Ma non c’è tempo per le spiegazioni: non qui.” Toccò la mente della donna con la propria…e quasi ci rimase secco! Riuscì solo ad emettere un flebile uggiolio, prima di crollare in ginocchio -il Consiglio li aveva avvertiti, lei era forte, ma fino a questo punto..!

“State indietro!” lei brandì la croce. “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, non osate avvicinarvi! Lui mi proteggerà!”

Rahne aiutò Karnivor a rimettersi in piedi. “Dobbiamo tentare un approccio diverso…io lo so, so cosa sta passando!”

“Il tempo è quello che non abbiamo,” ringhiò il maschio. “Ma su una cosa hai ragione, è ora di un approccio diverso.” Si concentrò, focalizzò la sua attenzione sul suolo sotto i piedi della suora. Un colpo telecinetico, non diretto a lei, ma al pavimento sotto di lei, le fece perdere l’equilibrio, scivolare all’indietro…

E cadere. Sbatté la testa, perdendo subito conoscenza. A quel punto, il super-lupo sollevò il corpo inerte. Rahne lo guardò con rabbia.

Lui disse solo, “Non ti preoccupare. A quest’ora, il suo fattore di guarigione avrà già riparato il trauma. E ora, muoviamoci. Il tempo stringe.” In un lampo di teletrasporto, scomparvero…

 

Episodio 15 - Nuovi cacciatori (II parte)

 

Distretto dei Magazzini, West Side Manhattan, New York City

Ironia, o semplice conseguenza dell’inossidabile lassismo burocratico? Fatto stava, che gli antichi, caratteristici edifici di questa zona della Grande Mela, avevano quasi tutti resistito ai molti piani di ristrutturazione edilizia. A quelli, nonché alla Guerra dei Mondi, e al più recente Inferno2.

Questi due eventi, uniti alla paura degli attentati terroristici, avevano ora trasformato il Distretto dei Magazzini frontespiciente il Fiume Hudson in un deserto. I passanti erano pochissimi, sia di giorno che di sera, ed i soli ad avere vita facile erano i poliziotti di pattuglia.

La creatura percorse quelle strade velocemente, con appena un ticchettare di artigli sul cemento e l’asfalto. Correva da un’ombra all’altra, concedendosi appena il tempo necessario ad analizzare i dintorni con i suoi acutissimi sensi ad ogni intervallo.

Il suo percorso poteva apparire erratico, ad un osservatore casuale; ma la sua destinazione non era scelta a caso.

L’essere arrivò davanti a una porta blindata, l’unica cosa nuova in quel palazzo così familiare, saturo di ricordi umilianti...

La porta era chiusa, e tenuta in tale stato da due giri di solide catene intorno alle maniglie. In alternativa a un buon scassinatore, una lancia termica avrebbe avuto ragione del metallo -ammesso di volere correre il rischio di perdere tempo per un interno abbandonato.

Terza opzione: buona, vecchia, superforza. Un paio di mani artigliate, coperte di candida pelliccia, afferrò le catene e, con una minima pressione, il metallo fu spezzato come carta. Solo una specie di schiocco metallico tradì quell’azione, ma nessuno si fece tradire ai sensi dello straniero.

Entrò, richiudendo accuratamente la porta.

Dentro era buio, ma ai suoi occhi d’ambra era sufficientemente chiaro. Le sue orecchie triangolari fliccarono di riflesso verso lo zampettare dei ratti. Il nero tartufo si dilatò e contrasse -nonostante il sovrapporsi di nuove fragranze, i vecchi odori erano rimasti, nella segatura, nella polvere e nel legno delle casse.

La creatura procedette fra i corridoi di pile legnose, ripercorrendo adesso ogni passo come lo percorse allora...Quasi quasi, sarebbe stato divertente spogliarsi, per poi mettersi a ringhiare, giocare al ‘selvaggio’ e ripercorrere fino in fondo la sciarada...

Ma quelli erano altri tempi. Allora, lui era solo un bruto per autosuggestione, ed aveva solo la sua forza fisica su cui contare.

Non solo oggi era, in tutti i sensi, migliore, ma era per motivi ben più seri ed urgenti, che era giunto qua.

Se non fosse riuscito, ci sarebbe stato un inferno ancora più terribile di quello appena trascorso, da pagare, per il mondo...

L’odore dell’altro si fece forte, tradendone la presenza.

Come allora, una mano umana tirò una cordicella. Come allora, si accese una semplice lampadina ad incandescenza, proiettando un cono intenso proprio sulla creatura.

Come allora, una voce disse, “Benvenuto, John Jameson. Non guardare dietro di, poiché non sono più .”

L’altro saltò su una pila di casse, una figura in un aderente costume blu e rosso, dotato di ‘ali’ ascellari. “Sono invece qui.

“Confuso? Eccellente, perché era esattamente così che ti volevo, amico mio...E ora, guarda sopra di te, uomo-lupo. Guarda, e incontra il tuo padrone.”

Lui, un uomo-lupo dal pelo bianco dai riflessi azzurrini, vestito di un’armatura smeraldo e oro con un largo spacco che andava dal collo alla cintura. Alle braccia, portava bracciali dorati con una lama dorsale; alle gambe, stivali verdi a larghe falde, che lasciavano scoperte le punte dei piedi. La sua folta coda si agitò leggermente. Un corto ringhio gli sfuggì dalle fauci.

L’altro si stagliò nel cono di luce -un uomo dai capelli neri, esaltati maggiormente dalla pelle color gesso. Il naso era corto e curvato all’insù in una macabra, perenne smorfia. I suoi occhi erano rosso-sangue, dalle pupille a fessura, e bordati di nero. E la sua bocca era irta degli aguzzi canini di un vampiro!

“Insieme, formeremo un gruppo formidabile, mio lupino amico. Tu, il minaccioso Uomo-Lupo...Ed io, Michael Morbius. Il Vampiro Vivente!

E sia chiara una cosa, caro lettore: non sei finito in un episodio di Knights Team 7.

 

Striker’s Island, New York

 

Come malasorte voleva, era una brutta giornata! Il mare fra l’isola e la costa prometteva poco bene, e le nuvole in avvicinamento promettevano ancora peggio!

Ma il dovere non attendeva, e il traghetto per il trasporto dei prigionieri procedeva verso il suo appuntamento.

 

A bordo, le due guardie armate stavano decidendo se mettersi a vomitare per il mal di mare o prima picchiare il prigioniero responsabile di quella missione ‘urgente’.

Il prigioniero era un ragazzo, un anonimo disgraziato che aveva toccato il fondo della vita. Tossicodipendente, ubriaco, perenne vittima di un tremito alle mani a causa della roba che aveva bevuto e sniffato. Le manette erano decisamente una precauzione superflua: non avrebbe saputo fare del male ad una mosca, nelle sue condizioni. Anche perché aveva paura di liberarsi -da questo punto di vista, era il prigioniero modello. Potevano fargli qualunque cosa, e lui non reagiva, non implorava avvocati o clemenza. La sua sola fortuna era di non essersi beccato un accenno di AIDS in tutto questo tempo.

Era finito in carcere anni fa, con l’accusa di spaccio e detenzione di droga -e mica la quantità minima, o roba ‘leggera’, se era per questo. No, lui possedeva la neve buona, ne aveva una vera e propria scorta, rubata, per sua stessa ammissione, un po’ alla volta dai fornitori. Lui ne prendeva la maggior parte, e un minimo lo mescolava a qualche schifezza per vendere senza destare sospetti. Era il sogno di ogni detective della narcotici!

Incuriosiva non poco il fatto che, nonostante si fosse sparato in vena della roba non tagliata, fosse ancora abbastanza lucido da camminare e respirare. E non era un mutante! Forse era per questo, che un qualche medicunzolo di grido lo voleva su un lettino. Su un soggetto del genere c’era da farsi qualche voto alla facoltà di qualche diavoleria cerusica.

Quello che importava era che l’ordine di trasferimento era valido.

 

Finalmente, la nave arrivò in porto. Come da prassi, ad attendere c’era un’ambulanza (blindata) e la sua scorta.

Le guardie portarono il prigioniero fuori dalla barca -cioè, quasi lo trascinarono, visto che lui tentava, debolmente, di resistere.

Le guardie di scorta all’ambulanza si avvicinarono ai loro colleghi del carcere. “Vi ha dato problemi?”

“Nahh, il nostro Johnny Lamb non farebbe male a una mosca.” Essendo assolutamente privo di qualunque documento, e non avendo una fedina penale sporca prima del suo arresto, lo avevano battezzato come l’ennesimo ‘John Doe’; presto, quel ‘Doe’ era diventato ‘Lamb’, data la sua mitezza.

Mentre una guardia caricava il prigioniero sull’ambulanza, l’altra porgeva al collega i moduli da firmare. “Dite a quei figli di baroni di non maltrattarlo troppo. Sono in molti che sentono già la sua mancanza.” Ridacchiò

L’altra guardia ricambiò con un sorriso di comprensione. Firmò e restituì i moduli. “State tranquilli. Lo tratteremo con molto rispetto.” Detto ciò, se ne andò alla macchina.

Le porte furono chiuse. Un momento dopo, i veicoli partirono.

Il prigioniero non sarebbe mai più tornato a ‘casa’.

 

New York

 

“Morbius,” disse l’uomo-lupo, “non ti stai più rivolgendo al mio selvaggio alter-ego, ma a Stargod, protettore di Altro Regno e detentore della Godstone.” Si riferiva alla gemma perfettamente rotonda incastonata nell’elaborato collare pendente d’oro.

“Più potente ancora?” replicò il vampiro vivente, accentuando il suo sorriso. “Meglio. Con il tuo aiuto, saprò…”

“Stai vaneggiando, Michael,” fu la quieta risposta, anche se la voce del Dio era comunque pronunciata con un tono profondo da fare rabbrividire un uomo. “Il tuo corrente stato, le tue memorie, tutto è indotto dai naniti che infettano tanto il tuo corpo quanto il mio. Sei uno scienziato, sai di cosa sto parlando.”

Morbius abbandonò la sua espressione trionfale, e sembrò vacillare, per un momento.

Per un momento. Con un sibilo orrendo, Morbius si gettò contro la sua vittima! Il suo sguardo era maniacale, decisamente meno lucido rispetto al loro ultimo scontro!

Stargod non dovette fare altro che accoglierlo con un sonoro manrovescio. Questa volta, i rapporti di forza erano invertiti, e fu Morbius a precipitare fra le casse.

“Sei disposto ad ascoltare, adesso?” chiese l’uomo-lupo, dopo che la polvere si fu depositata.

Morbius emerse dal cumulo. Si portò una mano alla fronte, lo sguardo rivolto verso il basso. “Naniti..? Io…Di che stai parlando?”

In risposta, Stargod proiettò il ricordo di quella notte fatale[xxv] nella mente di Morbius. Quella notte, in cui un uomo disperato, alla ricerca di una cura alla sua condizione aveva ‘assunto’ Man-Wolf per assicurarsi di riuscire senza debite interferenze.

Allora, appunto, John Jameson era preda del suo lato oscuro, incapace persino di parlare. Morbius lo aveva attirato in trappola, e lo aveva piegato alla propria volontà…mordendolo. Nel prelievo di sangue, Morbius aveva sì inserito in Man-Wolf un enzima che permetteva di esercitare un controllo mentale…

Ma aveva, altresì, ingerito una parte dei naniti che, sotto forma di spore, John Jameson l’astronauta aveva contratto durante una passeggiata spaziale!

Naniti rimasti allo stadio sporale, insufficienti ad esercitare un effetto visibile…fino a quando l’Inferno non li aveva, evidentemente, attivati e in qualche modo potenziati!

Morbius vide quei ricordi con una chiarezza terribile. E, se possibile, divenne ancora più pallido. “Io…ricordo…”

L’uomo-lupo tese una mano, il palmo verso l’alto, un gesto di aiuto. “Queste cose infettano entrambi noi, Morbius. Lascia che te li estirpi, o questa volta nessuna cura potrà liberarti da questa maledizione.”

Morbius sospirò. “E le persone che ho morso in tutto questo tempo? Ho trasmesso anche a loro..?”

Stargod scosse la testa. “No. I naniti si collegano al sistema nervoso centrale e a quello endocrino. Diventano pienamente operativi solo a fronte di una grande iniezione di potere.”

“Come la tua pietra?” era evidente che lo scienziato stava riemergendo. Adesso il suo sguardo tremava; la sua condizione pseudo-vampirica alterava quelli che erano i normali bio-parametri, e John non poteva ‘annusare’ una sua menzogna...Ma se non si fidava adesso…

La voce di Morbius aveva preso a tremare. “Dio…Ho attaccato il mio amico, Connors[xxvi]..! Ho desiderato il suo sangue!”

John lo strinse in un abbraccio confortante. “Michael…So cosa provi, credimi. Io stesso ho passato questi momenti, giorno dopo giorno, per così tanto tempo…Lascia che ti aiuti, ora. Fra i Vendicatori e l’Uomo Ragno, potremo*urk!*”

La variazione nell’odore e nel calore corporeo era giunta ai suoi sensi troppo tardi. La testa era scattata alla velocità del fulmine, ed ora le zanne di Morbius stavano bevendo direttamente dalla giugulare di Stargod! Due rivoli paralleli, osceni, di sangue chiazzarono il pelo…

 

L’ambulanza e la sua scorta abbandonarono la strada principale, proseguendo lungo un percorso che la portò nelle zone normalmente meno trafficate. A quell’ora della notte, non c’era anima viva, tranne i barboni che tentavano di dormire lungo i marciapiedi ed i tossici: nessuno di cui preoccuparsi in caso di testimonianza.

I veicoli svoltarono una curva, sottraendosi alla vista del poco traffico della strada principale. I ‘testimoni’ udirono i suoni dei motori e degli pneumatici scomparire dietro l’angolo…poi, più nulla. E se qualcuno avesse deciso di andare a vedere, quel qualcuno avrebbe semplicemente constatato che i veicoli erano scomparsi dalla faccia della Terra.

Letteralmente.

 

Se prima non era all’altezza del suo avversario, ora Morbius stava acquistando potenza ad ogni sorso. La sua presa acquistava forza, mentre la resistenza di Stargod sì indeboliva…

Questa volta, non ci sarebbero state finezze, da parte del vampiro -o, meglio, da parte dell’intelligenza aliena che lo controllava. Non appena i naniti nel sangue di Stargod avevano contattato quelli nello scienziato, lo scambio di informazioni aveva reso chiaro che il metodo di esecuzione del piano originale doveva essere modificato.

Lo scopo dei naniti era di diffondersi, come un virus organico, attraverso la forma di vita dominante, ma John Jameson si era rivelato troppo caparbio. Morbius non solo era controllabile, ma attraverso la sua ‘sete’, la diffusione sarebbe stata perfetta., una volta riprodottisi a sufficienza nel suo corpo…

L’importante era, adesso, effettuare il trasferimento completo, ed era solo questione di pochi secondi…

FATTO! Morbius lasciò l’uomo-lupo, che crollò a terra; sembrava a un passo dal tirare le cuoia, riusciva a stento a tenere sollevato il busto, ed ansimava. Il collo, all’attaccatura con la spalla, era impregnato di sangue, anche se la ferita vera e propria stava già rimarginandosi.

Morbius, per conto suo, aveva già quasi raddoppiato le proprie dimensioni fisiche. I naniti, potenziati da anni di simbiosi con Stargod, stavano già adattando il vampiro vivente. I suoi contorni già erano diventati tremolanti, e delle stelle erano visibili sulla sua figura. Gli occhi brillavano di energia.

“Sei caduto in pieno nella trappola, come volevamo,” disse la cosa-Morbius. “la tua nobiltà d’animo sarà la tua fine, John Jameson. Appena la simbiosi sarà completa, tu sarai il primo a cadere, e la tua gemma ci renderà invincibili!” l’essere avanzò verso il lupo. I suoi canini erano di pura luce, adesso. “Non puoi fare nulla per fermarci. Prova pure ad usare la Godstone, nutrici del suo potere!”

 

In una località sconosciuta, al sicuro da sguardi indiscreti, i quattro lupi mannari, gli ultimi dell’originale stirpe che per prima camminò per la Terra, assistettero soddisfatti a quell’inaspettata visita.

“Possiamo considerare questo sviluppo come una valida base per un compromesso, Sire?” chiese il maschio bianco, comunemente chiamato l’Anziano. Parlò con lo sguardo rivolto allo Scrying Smoke, ma con le parole rivolte a ben altro individuo.

Rivolte, per la precisione, a una quinta figura nella stanza in pietra. Una figura umanoide che, nonostante fosse quasi indistinguibile dalle ombre dell’ambiente, torreggiava fin quasi al soffitto. Nell’oscurità, un occhio umano avrebbe potuto distinguere appena i contorni di un ampio saio, e il riflesso di una cintura metallica. E non avrebbe mancato, lo spettatore, di percepire una sensazione cupa, opprimente, come se ogni vitalità del suo spirito fosse stata risucchiata, annichilita.

Una sensazione che la sola presenza del sinistro Re del Dolore tendeva a provocare.

“A differenza del mio ‘collega’, Mefisto,” rispose l’entità, con una voce dolce, eppure echeggiante di qualcosa di pauroso, “sono disposto ad adattarmi alle nuove esigenze.

“La vostra richiesta è prevedibile, Consiglieri, e l’approvo: datemi le anime che periranno sotto i vostri colpi, in questa battaglia, e vi darò il pezzo che mi chiedete della mia collezione.”

La nera femmina, Kurrja, levò una mano, e una sfera di luce apparve in essa. La sfera si staccò dal palmo calloso, e si diresse nell’esile mano del Re del Dolore.

“Il patto è sottoscritto,” disse Kurrja.

La femmina rosso-sangue, la cui testa era coperta da un ampio cappuccio, disse allo schermo di fumo, “Power Pack, avete il nostro esplicito consenso ad esaudire la richiesta di aiuto di Coyote. Tuttavia, che tale richiesta non esautori le vostre forze. Buona caccia.”

 

La ferita era guarita. E Stargod, fissando Morbius negli occhi...sorrise. “Parlando di trappole, temo che sia stato tu a commettere un grave errore di valutazione, alieno.”

Morbius fermò la sua avanzata. “Cosa?”

Stargod si rimise in piedi. “Era mia intenzione farmi mordere da te.

“Il solo limite al pieno uso della Godstone era il timore di essere completamente posseduto da te. Adesso, per quanto potente tu sia, non hai scampo contro la mia piena potenza.”

A quell’ultima frase, la cosa-Morbius, ormai quasi completamente trasformato in una finestra vivente, rise. “Davvero? Un conflitto diretto fra noi distruggerebbe l’intera città, e noi sappiamo bene quanto tu valuti la vita degli innocenti. Sappiamo come pensi, John Jameson, sappiamo che temi di usare appieno un potere così grande!” E per provarlo, levò una mano artigliata e crepitante di energia. Un colpo solo, e… “WAAARRGH!”

Archi voltaici azzurrini percorsero il suo corpo in una danza frenetica e letale per ogni essere umano. Nel caso di Michael Morbius, quella cruda energia elettrica fu più che sufficiente a donare un bello choc ai naniti -esattamente come successe tempo prima a John, quando l’Uomo Ragno adottò quella ‘cura’ su di lui…

Finalmente, dopo un interminabile minuto di quella tortura, l’effetto-campo stellare svanì, e quello che si accasciò fu…un ordinario vampiro vivente?

“Mi sembri perplesso…Ho sbagliato qualcosa?” disse una voce dal nulla. Poi, l’aria tremolò, ed assunse l’aspetto e la consistenza di un drago antropomorfo, una creatura dalle eleganti scaglie azzurre corazzate e una coda prensile. La sua testa era decorata da un paio di corna piegate all’indietro, candide come la cresta che correva fino alla coda. La sua mano ancora brillava della corrente da lui generata.

Stargod scosse la testa, tenendosi a distanza di sicurezza da Morbius. “No, Max, hai fatto esattamente come ti avevo chiesto…Solo che Michael doveva tornare allo stato umano, come successe a me[xxvii]. Invece, in qualche modo, i naniti continuano ad operare…”

Non ebbe finito di dirlo, che sia lui che Max avvertirono come una pressione mostruosa al cervello. Fu tutto quello che poterono fare, prima di perdere i sensi -semidei o no, anche il loro cervello doveva essere sensibile ad un micro-attacco ad alta gravità!

“Ti professi astuto, Stargod, e non sei in grado neppure di comprendere la vera potenza del tuo nemico,” disse Morbius, alzandosi in piedi, di nuovo trasformato in campo stellare vivente. “Questo errore sarà il primo passo verso la nostra vittoria. Da troppo tempo abbiamo aspettato di compiere la nostra missione, e voi avrete l’onore di essere i primi a realizzarla!”

“Allora, dovrai continuare ad aspettare,” disse una terza, profonda voce…alle sue spalle!

 

Si chiamava Umbra, ed allo stato attuale era la più grande e sofisticata macchina in orbita intorno alla Terra. Protetta ad ogni sensore da un dispositivo di sfasamento cronale, era come se non esistesse.

 

“Se non lo stessi vedendo con i miei occhi…” la ragazza sospirò. Passò una mano sul cristallo dell’oblò. “Non mi sembra possibile. Come possono delle bestie arrivare a tanta perfezione?” Si voltò, reprimendo a stento un brivido di paura, alla vista del lupo antropomorfo rosso in armatura.

La creatura la guardava chetamente, con quella placida intensità che solo un lupo possedeva. “È vero, un lupo naturale non potrebbe aspirare a tutto questo…ma il mio compagno, come me, è stato potenziato dalla tecnologia di un uomo. Ma anche i lupi mannari, che tua madre ti ha insegnato a disprezzare, sono capaci di vivere come persone civili e non solo come bruti sanguinari.”

La ragazza nota come Sorella Ursula aveva accettato di farsi togliere l’abito talare, in favore di un sobrio completo femminile. Sembrava uscita da un ritratto vittoriano, ma se si sentiva a suo agio così, non sarebbe stata costretta ad indossare qualcosa di diverso. Ursula strinse la croce al collo con una mano. “Il Diavolo è capace di distorcere la verità molto bene, animale. Non mi condurrai in tentazione.”

Fu la volta di Sir Wulf di sospirare. “Abbiamo preferito lasciarti da sola, in attesa di presentarti il branco, quando saremo al completo. Jessica…”

“Ursula. Sorella Ursula.” Fu la quieta ma ferma interruzione. Jessica Altmann era il nome di una vita di perdizione, il nome della ragazza incapace di resistere al Diavolo. Diventando Sorella Ursula, aveva accettato di gettare via quella vita!

Wulf le si avvicinò. “Sorella Ursula, i licantropi non sono figli del Diavolo, anche se mentirei dicendoti che non ci sono i pervertiti dal male fra di loro.

“Tu non sei corrotta; sei solo dotata di un dono meraviglioso.”

“Io…divento una bestia rabbiosa, quando…cambio…” la cosa le era così vicina che lei poteva quasi contarle i peli del muso. Da una parte, era sicura che il cuore le sarebbe esploso dalla paura. Un’altra parte di lei pregava per la salvezza della sua anima solo per stare dando ascolto a quelle parole…

…Ma una parte di lei era curiosa. Era sorpresa, sorpresa di vedere un atteggiamento così pacato in una simile creatura. Qualcosa dentro di lei si sentiva come…al sicuro. Avvertiva la superiorità di lui, la sua confidenza, e voleva tanto farsi proteggere…

Ursula rinnovò la forza della sua preghiera. Chiuse gli occhi. Il Diavolo, il Diavolo, il Diavolo…

“Apri gli occhi.” E lei obbedì. Vide una mano pelosa stesa verso di lei, con il palmo rivolto verso l’alto. Vide i cuscinetti sul palmo e le dita. “Prendila,” disse Wulf.

Lei stese la sua mano. Era così minuta, di fronte a quella zampa. Credeva di incontrare un arto calloso, irsuto, e si scoprì a toccare una carne muscolosa, ma sorprendentemente morbida. E la pelliccia era soffice, tiepida…

Lui usò l’altra mano per sfiorarle una guancia. Il contatto le mandò come una scintilla elettrica sul volto, ma era…piacevole.

Wulf era soddisfatto: la cucciola era talmente confusa, ad un livello razionale, che stava finendo con l’obbedire ai suoi istinti. Lo percepiva come il maschio alfa, e quella percezione era la sua sola isola di stabilità in una vita così tormentata da fare sembrare i problemi di Rahne come sciocchezze. Rahne aveva sofferto molto per mano di suo padre, ma non aveva mai saputo che Craig Sinclair lo fosse. Jessica, invece, era perseguitata dalla sua stessa madre, e c’era da scommettere che se non fosse stato per il fattore rigenerante, sarebbe già stata morta per i supplizi fisici. Poveretta! Isolata in un eremo in una palude, condannata ad una vita di solitudine ed alla morte per fame…

“Abbiamo bisogno di te,” disse il lupo. “Non sarà una vita facile, ci sarà da combattere e soffrire…ma ti posso promettere che il branco sarà la tua famiglia. Ti proteggeremo e ti ameremo come una sorella. Con noi, potrai essere libera, e noi non ti abbandoneremo.” Così tante altre cose avrebbe voluto dire, ma era come camminare sulle uova. Che lei lo avesse ascoltato fino a questo punto, era già molto.

“Perché..?” la voce le tremava. Stringeva la mano di Wulf fino a quasi sbiancarsi le nocche. “Perché avete bisogno di me? Se non siete demoni, chi siete? Io...” Poteva ancora rinnegarli, poteva ancora rifuggire al richiamo del peccato! Non voleva perdere la sua anima immortale!

Poteva restare sola. Fuggire, e fuggire ancora, da tutto e da tutti. Restare da sola.

Poteva ucciderli! Sì, poteva fingere di accettare, per ucciderli tutti! Forse era questo che Dio voleva: metterla alla prova!

Lui non era malvagio, non si stava comportando male!

Il Diavolo! Il Diavolo menzognero e mutaforma, che parla col miele per farti bere il veleno!

Qualunque cosa Sorella Ursula stesse per dire, fu messa a tacere da una mossa inaspettata del lupo: Sir Wulf si chinò in avanti e l’abbraccio! Una presa tenera, che non si impose su di lei, ma che ebbe ugualmente un effetto devastante sul suo guscio interiore: fu comunicazione senza parole, pura. E lei ne fu letteralmente sommersa, sommersa dalla tenerezza, dall’odore, dal senso di fiducia che le stava trasmettendo. E lei voleva credere, ne aveva bisogno

“Non sarai mai più sola,” mormorò  lui.

Fuori dall’oblò, spuntò la Luna. La trasformazione giunse come un’ondata e lei l’accolse con gioia.

La lupa spalancò la bocca in un ululato che conteneva tutta la frustrazione del mondo. E pianse, pianse a lungo, aggrappandosi al suo capobranco come ad uno scoglio.

 

La cosa-Morbius avrebbe potuto permettersi di ignorare quell’essere apparentemente risibile -un altro licantropo, anche se di apparenza decisamente selvaggia. Pelliccia rossiccia, corta, ruvida, con una folta criniera bionda e un collare pure biondo. La testa era coperta da una bandana nera. La canottiera nera ed i pantaloni erano aderenti sul suo corpo enorme, al punto che avrebbe potuto comodamente essere nudo. Le zanne erano sproporzionate, sporgenti, come sciabole.

Il nuovo arrivato, agli occhi di Morbius, brillava di energie mistiche! Più di quante ne avesse registrate nello stesso Arisen Tyrk!

Se la cosa avesse avuto un minimo di buon senso, avrebbe ignorato il nuovo venuto, vicina com’era al suo obiettivo…Sfortunatamente, i naniti esistevano ad un solo scopo, la contaminazione. E, per loro, il nuovo arrivato era un esemplare in piena forma, perfetto per iniziare a spargerla!

In breve, Morbius attaccò!

La risposta fu altrettanto veloce. Il braccio del licantropo scattò, così veloce che quasi non lo si vide muoversi. In compenso, gli squarci che apparvero sul petto di Morbius furono visibili eccome! Ferite, nelle intenzioni, letali. I naniti ricostruirono lo squarcio quasi istantaneamente -per come erano strutturati e programmati, la contaminazione doveva avvenire esclusivamente per trasmissione da organismo ad organismo, e non per aerosol. Ogni dispersione era tassativamente da evitare…

Consapevole o no che fosse di questo fatto, tuttavia, lo straniero non intendeva concedere tempo a Morbius per riprendersi. Questa volta, entrambe le braccia saettarono, colpi imbevuti di forza fisica ed energia magica. Energia contro cui il vampiro vivente, trasformato dalla tecnologia, poco poteva -o, meglio, poco poteva senza avere il tempo necessario ad elaborare una difesa. E, intanto, gli squarci si moltiplicarono, sul torace, sul volto, sulle braccia…

Poi, successe l’inaspettato: la cosa-Morbius urlò -il suo corpo si irrigidì, e getti di materia brillante eruttarono dalla bocca spalancata, dalle orecchie, dal naso e dagli occhi. Getti che confluirono in uno solo, per poi assumere una forma sferica. La sfera fasò attraverso una parete, e della sua presenza non restò traccia.

L’intero processo era durato una manciata di secondi, e, alla fine, quello che rimase di un mostro fu un essere umano molto debilitato, e molto nudo.

Michael Morbius si accasciò fra le braccia di uno stupefatto licantropo. Dietro di loro, Stargod e Max stavano riprendendosi. Avrebbero avuto un mal di testa folle, per un po’, ma erano ancora vivi. “Unnh, cosa..?”

“…è successo? Non lo so,” rispose lo straniero. “Ma mi basta che la minaccia sia stata debellata.”

I due difensori di Altro Regno si misero in piedi. “Sembra che ti dobbiamo la vita…Chi sei?”

“Mi chiamo Kody. E sono qui perché qui mi ha condotto il Pozzo del Destino…Ma è una storia lunga[xxviii]. Dimmi, Stargod, sei un membro del Power Pack?”

Il dio scosse le orecchie, perplesso. “Non so di cosa tu stia parlando…”

“Allora lascia che sia io, a dare le spiegazioni,” disse una voce che Kody conosceva bene. Tutti e tre si voltarono a guardare

verso l’Anziano, solenne nella sua tonaca, le braccia nascoste nelle maniche. “Dunque, hai fatto la tua scelta, Kody. E sappi che il Pozzo del Destino ti ha guidato bene, perché grazie a te, ora il Popolo ha un futuro. Siamo fieri di te.”

John vide Kody cadere su un ginocchio, in reverenza. E, doveva ammetterlo, lui stesso provava lo stesso impulso: era come se una parte di lui conoscesse quel maschio, come se si trovasse di fronte al patriarca della famiglia, una figura antica e saggia, autoritaria.

L’Anziano si voltò a guardarlo dritto negli occhi, spingendolo ad abbassare le orecchie. “Percepisco il tuo turbamento, John Jameson...Ma dovrai mettere da parte le tue domande, per ora. Qualunque risposta, adesso, non farebbe che interferire con il tuo corrente  ruolo, che a sua volta è legato a doppio filo al destino del Popolo.

“Sappi, se questo ti può essere di consolazione, che i lupi mannari sono molto più numerosi ed organizzati di quanto tu possa immaginare, ed il Power Pack è il gruppo che li difende dalle forze loro nemiche. E che dalla tua purificazione dall’infezione aliena un nuovo campione ingrosserà i ranghi del Pack.

“Ora torna da coloro che hanno bisogno di te. Un giorno, avremo modo di rincontrarci. Ed allora, avrai le tue risposte.”

L’Anziano non mosse un dito, ma i suoi occhi si misero a fiammeggiare. Un momento dopo, una fitta nebbia verde, densa come sciroppo, venuta dal nulla, animata di vita propria, avvolse sia l’Anziano che Kody.

E quando il processo fu completo, essa si dissolse, lasciando Stargod, Max ed un inerte Morbius da soli.

Drago e lupo si scambiarono un’occhiata molto perplessa...Ma sapevano anche che, stando le cose come stavano, arrovellarsi il cervello era pressoché inutile. E che Altro Regno aveva bisogno di loro.

Giusto il tempo di consegnare il povero Morbius ad un ospedale...

 

Manhattan, New York

 

L’azienda era conosciuta come le Lobo Technologies. Il suo scopo, la ricerca tecnologica compatibile con le necessità dell’ambiente. Una delle tante aziende che operavano nel sottobosco industriale, capace di minare gli interessi di alcune ‘grandi’, ma mai abbastanza da rappresentare una minaccia al sistema

Uno stato necessario, vista la peculiare natura dei suoi padroni…

 

“La sua offerta è davvero…generosa, Sig. Thran. Tanto generosa, da risultare sospetta.”

L’uomo che stava parlando era conosciuto come Maximus Lobo, padre e padrone assoluto della LT. Un uomo fisicamente degno del suo ruolo, una figura imponente, alta due metri, con spalle massicce e braccia come randelli. Nonostante la folta criniera di capelli grigi e le tante rughe intorno agli occhi, era in una forma fisica smagliante. Si vantava spesso di potere prendere una persona che non gli andava a genio e spezzarla in due come un grissino.

Il suo interlocutore sorrise dallo schermo. Quando si trattava di essere pericolosi, anche se non sul campo della forza fisica, Alexander Thran non scherzava. “Sig. Lobo, l’offerta, le assicuro, è perfettamente legittima sotto ogni punto di vista. La Talon Corporation ha bisogno di sub-appaltatori del vostro calibro e scopo per diffondere tecnologie innovative e quanto più ‘etiche’ possibile.”

Lobo annuì. “Lodarmi a vuoto non servirà a molto, tuttavia…anzi, se la mia azienda le interessa così tanto, come mai non ho ricevuto un’offerta, fino a questo momento? E dire che altri in questa città non sono stati sottovalutati…” non aveva neppure bisogno di arrabbiarsi. Quella zanzara era solo un altro seccatore interessato a interferire con la vita di Gaia, per quanto lo riguardava. Ed era fortunato a trovarsi a casa sua, nello Zilnawa, oppure…

Thran annuì, altrettanto sicuro di sé. “Fino ad ora, lei ha svolto un eccellente lavoro…ma qualcuno dovrà pur gestire i suoi affari. Sa, con il suo nuovo incarico ne avrà da mordere, mi può credere.”

Lobo spalancò gli occhi, fredde lame grigio-acciaio. “Si spieghi meglio,” quasi mormorò, con un minaccioso brontolio nella voce.

“Sta dicendo che il Popolo ti chiama a servirlo, Maximus Lobo,” disse una nuova voce. In un momento, un solo istante, Lobo fu in piedi, pronto a colpire. Non era più un uomo in doppiopetto, ma un mostro di lupo blu-notte, dalla pelliccia folta, simile ad un grizzly infuriato con una chiostra di zanne dai canini ed i molari sporgenti…

Eppure, era ben poca cosa di fronte alla femmina nera che lo sovrastava. Mai Lobo, in vita sua, si era sentito così piccolo ed intimidito di fronte a qualcuno. Dovette fare uno sforzo fisico per resistere all’impulso di inginocchiarsi. “Chi…sei?”

“Sono Darika, del Consiglio del Popolo. E c’è bisogno del tuo aiuto, come guerriero e creatura del mondo della finanza umana.” Quindi, procedette a spiegare per sommi capi le ragioni di quella chiamata…aggiungendo un particolare che fece drizzare le orecchie al mannaro mutante.

 

A bordo dell’Umbra

 

La porta si aprì con un sibilo, e Sir Wulf e Karnivor entrarono nel compartimento. “Dunque?” chiese il capobranco.

Chino sul corpo di ‘Johnny Lamb’ stava Warewolf. Il mannita teneva una specie di sonda infilata nella carotide del ragazzo che se la dormiva della grossa. Appena la porta si chiuse, la sonda fu ritirata.

“Le sue condizioni sono stabili,” disse Warewolf. “Il processo di decontaminazione è ancora in corso, ma non prenderà che ancora qualche ora. Il suo fattore di guarigione, essendo acquisito, non può fare miracoli; i neuroni danneggiati saranno riparati, ma la sua psiche…”

“Lo scopriremo quando sarà di nuovo sveglio ed in forma. Di tutti i nuovi omega, lui sarà il cacciatore con maggiori difficoltà ad inserirsi.”

“Rappresenterà un assetto strategico importante,” disse Karnivor, accarezzandosi il mento. “Senza il libro e la maschera è umano. Un infiltrato perfetto.”

Warewolf lasciò la stanza. Adesso che poteva permettersi di non pensare al tossico, doveva assolutamente nutrirsi. La fame era diventata un morso insopportabile! Doveva… “Hr?”

Si fermò sui suoi passi. Nella sala centrale, in mezzo ad un cerchio di lupi curiosi, stavano gli ultimi due nuovi arrivi. Uno lo riconobbe attraverso il proprio database, era il meticcio, Kody. Gli venne da rabbrividire -quel pelliccione era una mina magica ambulante!

L’altro licantropo gli era perfettamente sconosciuto. Pelliccia nera, media, niente coda. Muscoloso, dalle zampe digitigrade, sottili, e le spalle grosse, la schiena leggermente curva per garantire anche la postura quadrupede. Le sue orecchie erano eleganti, terminanti con ciuffetti da lince alle punte. I suoi occhi erano due smeraldi perfetti, ma freddi. Come Espectro, era nudo, se si eccettuavano delle fasce di materiale sintetico piene di tasche a braccia, cosce e petto.

La creatura stava fumando una sottile sigaretta che emanava un odore di menta e pino, stretta fra le labbra. Il nuovo arrivato riusciva a rendere elegante persino un gesto così comune.

Il nuovo stese la mano. “Lieto di conoscerti,” disse, in un inglese appena contaminato da un accento russo. “Sono Nikolai Apocalov, per i nemici Hellwolf.”

Ora, il nuovo Power Pack era completo…

 

Episodio 16 - Frammenti (Mannari) II

 

Astronave Umbra, in orbita intorno alla Terra

 

“Bene, branco di omega. Il Consiglio del Popolo ritiene che la vostra presenza sia indispensabile per affrontare le prove che ci aspettano. Non intendo discutere le loro decisioni, ma prima di vedervi sul campo di battaglia, voglio vedere come resisterete a qualche bella sessione di addestramento qui. Fin quando il massimo che vi potrà capitare sarà di rompervi qualche osso.”

A parlare così era il potente Karnivor, maschio alfa e lupo naturale potenziato dalla scienza dell’Alto Evoluzionario. Parlando, si muoveva avanti e indietro, studiando attentamente le sette ‘reclute’ in fila davanti a lui. Indossava la sua armatura smeraldina con mantello rosso, e un elmo a testa di lupo stretto nel braccio. “Approfondiremo le vostre motivazioni e la vostra determinazione dopo questa sessione, che consisterà nell’arrivare tutti d’un pezzo dall’altra parte della stanza. Abbastanza facile, spero.”

In qualità di ultimi arrivati ancora in attesa di integrarsi perfettamente, i sette lupi mannari erano gli omega, il grado più basso. Questo alcuni di loro lo sapevano. Quanto ad accettarlo…

 

Ø  Maximus Lobo, variante mutante di Homo Lupus. Pelliccia blu-notte, orecchie lunghe, muso tozzo quasi da orso, con i canini come sciabole, e braccia lunghe e nodose. Fondatore, insieme ad un branco di altri mutanti, di una compagnia appena acquisita dalla potente Talon Corporation. “Io sono un alfa del mio branco, lupo: portami il rispetto che devi.”

Ø  Kody. Giovane ibrido di un licantropo e di una strega. Membro del Circo Quentin e poi fuggiasco. Pelo rossiccio con criniera bionda, e muso dalle zanne frastagliate come Maximus. Per quanto lo riguardava, dopo avere visto con chi aveva accettato di mettersi, non avrebbe osato neppure fiatare se glielo avessero ordinato!

Ø  Hellwolf. Licantropo moscovita, ultimo sopravvissuto della sua famiglia che aveva radici nella nobiltà purissima Russa. Pelliccia nera e corta, occhi di giada astuti come quelli di un gatto. Come Maximus, era nudo, ma lui possedeva delle cinture con più tasche su braccia, cosce e torso. “Per quanto mi faccia venire le pulci, concordo con l’Americano: non siamo nati per obbedire.”

Ø  Volk. Altro licantropo russo, ma originario della Siberia ed ex operativo del KGB. Indossava un giubbotto rosso senza maniche sul torso nudo dal pelo grigio-azzurrino, ed un paio di shorts di pelle lucida. Le zampe erano coperte da guanti senza dita con il dorso metallico. Lui era un uomo geneticamente modificato da un oscuro team sovietico ai tempi della Guerra Fredda. “Prendere ordini non è male, se sanno darli. Ma mi diverto di più a fare il lupo solitario.”

Ø  Ferocia. Castana, nuda con pelo marrone-rossiccio. Una lupa nativa delle montagne della Cina, costretta ad ospitare una strega dell’Era Hyboriana. “Attento a come parli: ho imparato a mie spese il risultato di scegliere la strada della solitudine. Ed anche se ho avuto pessimi padroni, non intendo negare che in gruppo si lavora meglio.”

Ø  Sorella Ursula. Pelo rossiccio e folta criniera; indossava una croce al collo ed un succinto body castano. Licantropa di New Orleans, aveva vissuto fino a un paio di giorni prima in una mostruosa clausura. Lei non aveva nulla da dire…perché non sapeva cosa dire!

Ø  Nightwolf. Un essere umano benedetto(?) da due potenti talismani impregnati della magia del Popolo. Era nella sua forma umana, con indosso un costume rosso e nero, ed una falce lunare crescente dorata sul petto, accanto alla ‘V’ nera del corpetto. Sperava solo che quest’incubo finisse presto.

Karnivor, alle parole dei ‘ribelli’, annuì, fliccando le orecchie, divertito. “Le vostre obiezioni sono notate. Ora, come un bravo branco, procederete verso la porta,” ed indicò la porta in questione, al termine di un ampio e lungo corridoio. “Non ci sono premi per chi arriva primo. Niente eroi solitari. Pensate ed agite insieme, secondo la logica del branco, lasciate che il leader emerga spontaneamente, senza voti o simili cazzate da umani. Se portate la pelliccia tutta intera alla fine del percorso, avrete il mio rispetto. Altrimenti, Maximus, Hellwolf e Volk, il vostro culo sarà mio. E con un capobranco, sapete cosa vuol dire.”

Lo videro voltarsi e dirigersi verso l’ingresso. “Buona fortuna, cuccioli. Oh, è avete dieci minuti, poi sarete squalificati.”

Karnivor uscì dalla stanza. La porta scorrevole si chiuse. I sei mannari +1 si guardarono fra di loro. “Tutto qui?” osò dire Kody, alla fine. È uno sche…ehi!” Le luci si erano spente in quel momento. La stanza tutta piombò in un buio così fitto, che loro potevano vedere solo le reciproche impronte termiche dei propri corpi…Poi, uno strano odore si fece largo nelle loro narici…e, un attimo dopo, persero completamente l’odorato! E, come se non bastasse, a quel punto un fastidioso rumore di sottofondo si insinuò nell’aria; non era di per sé nocivo, ma impediva loro di proiettare il proprio udito oltre un paio di metri. Potevano parlarsi, ascoltarsi, ma a tutti gli effetti avevano perso tutti i riferimenti spaziali dell’ambiente circostante!

 

Nella cabina di comando, Karnivor annuì. “Devo ammetterlo: l’Alto Evoluzionario sapeva essere una carogna, in quanto ad addestramento…del resto, era umano.”

Al suo fianco stava Sir Wulf, il compagno di Karnivor e capobranco insieme a lui -i privilegi della coppia alfa. A differenza di Karnivor, il cui odio lo aveva portato alla fuga da Wundagore, la cittadella dell’Evoluzionario, Wulf era stato un Cavaliere di Wundagore, addestrato al massimo livello. E quella che le reclute stavano per affrontare era una sessione da veri esperti. Il lupo fliccò le orecchie e scodinzolò. “Ammettilo, te la stai godendo all’idea di montare quelle tre teste calde.”

Karnivor gli diede una pacca al sedere corazzato. “Nahh, solo tu vali l’onore!”

 

“Privazione sensoriale. Bel trucchetto,” disse Maximus.

Il branco si era disposto in cerchio, istintivamente. Per quanto sforzassero i loro sensi, non andavano oltre un paio di metri dalla loro sfera spaziale.

Nessuno vide Hellwolf sorridere. “Non dartene pena, Americano: ho memorizzato ogni centimetro quadrato della stanza. Se crede di farmi fesso così, quell’animale…” e detto ciò, scatto in avanti! Il ticchettio dei suoi artigli era come una mitragliatrice sul pavimento.

“Fesso,” sibilò Volk. Un attimo dopo, si udì una specie di tonfo, accompagnato da un ringhio di sorpresa. Naturalmente, la morfologia della stanza era stata cambiata. Almeno, era chiaro che il moscovita non era abile al comando, troppo giovane ed impulsivo. “Dobbiamo avanzare lentamente, saggiare il terreno.Raggiungiamo Hellwolf, ed usiamo l’ostacolo come punto di riferimento.”

Avendo capito che separarsi non era prudente, il gruppo seguì l’ex agente del KGB. Purtroppo, non appena ebbero percorso pochi passi, si trovarono di fronte ad un altro ostacolo -sbarre! Sbarre che scorrevano dal pavimento o dal soffitto, spinte da supporti pneumatici, inaudibili a causa del sottofondo acustico. “Chtorj!” sibilò in Russo.

E il tempo passava… “Ragioniamo!” era Maximus. “Non ci vogliono morti, quindi non corriamo pericoli: perciò, basterà controllare contemporaneamente tutti gli ostacoli più vicini, invece di andare a sbatterci contro.”

“E proponi di farlo separandoci?” chiese Nightwolf. “Non mi pare che funzioni, giusto?”

“Dipende,” disse il nero licantropo…un attimo prima che i suoi occhi brillassero.

 

Attraverso i filtri speciali, l’interno della stanza era chiaro come il giorno. E Sir Wulf e Karnivor videro i tracciati mentali di cinque reclute appiattirsi…per poi diventare identici a quelli di Maximus.

Nella stanza, ora c’erano cinque creature identiche a Maximus.

“Impressionante,” disse Karnivor. “Superimposizione totale. Non solo sei omega sono stati espansi a mente collettiva, ma sono estensioni fisiche di Maximus.” Sorrise. “Come immaginavo, Ursula è sfuggita al potere di Maximus: la cucciola ha una forza interiore che neppure io posso infrangere. È assolutamente pura. Mi chiedo che altro sappia fare…”

 

“Trovare.”

“Porta.”

“Percorso.”

“Sondare.”

Come uno solo, cinque licantropi ed un uomo si mossero in tutte le direzioni, la volontà di Maximus divisa fra tutti loro. Il branco perfetto.

Da parte sua, Ursula era semplicemente troppo spaventata per afferrare le implicazioni del potere di Lobo. Le interessava solo uscire di lì.

La giovane mannara afferrò la croce al collo. Signore che sei nei Cieli, sia santificato il Tuo Nome, aiutami a trovare la salvezza da queste tenebre… Prima di essere reclutata nel Power Pack, Jessica Altmann era stata da sempre una suora di clausura. Naturalmente, era licantropa fin dalla nascita, ma sua madre sperava che l’ambiente religioso sopprimesse il suo lato animale.

Non aveva funzionato. Nonostante un vero e proprio lavaggio del cervello che l’aveva spinta ad odiare la lupa che era, la Luna Piena aveva ancora la capacità di trasformarla in una furia incontrollata. Così, era stata relegata in una palude dimenticata da Dio, nella Louisiana, isolata da mistici sigilli, e condannata a morire di fame, in solitudine.

Non era felice della sua vita precedente, ma certi concetti le si erano infilati in testa. Pregare in una situazione difficile le veniva, semplicemente, naturale.

E non era la prima volta che succedeva che funzionasse. Improvvisamente, ai suoi occhi, le tenebre divennero luce. Il suono di sottofondo svanì, e gli odori tornarono più vividi che mai!

Ursula si mise a quattro zampe e corse verso l’uscita, proprio nel momento in cui Maximus a sua volta scopriva la via di fuga grazie alle sue ‘marionette’.

Entrambi arrivarono alla porta…scontrandosi l’un contro l’altro, rovinando verso la porta…che si aprì un attimo prima dell’impatto.

Ancora stesi in un mucchio scomposto, i due mannari sollevarono la testa…per incontrare gli sguardi severi di Karnivor e Wulf.

“Pessima prestazione, omega,” disse Sir Wulf. Le luci si riaccesero nella sala. Gli altri guerrieri erano disorientati. “Dovevate uscirne come branco, ed invece vi siete comportati da umani, abbandonando i compagni a sé stessi in una situazione pericolosa. Ne dovrete fare di strada, prima di potere aspirare anche solo a diventare beta.”

Le occhiate assassine si sprecarono, ma i tre riottosi non uggiolarono parola.

Wulf annuì. “A riposo, adesso. Torneremo sulla Terra fra qualche ora. Approfittatene per interagire un po’ con i beta, almeno.”

Ursula si alzò in piedi, avvicinandosi al capobranco…ma subito un brontolio di avvertimento di Karnivor la freddò sul posto. La coppia alfa si allontanò, mentre nella palestra entravano i sei beta:

Ø  Jon Talbain, dalla pelliccia nera e bianca come la folta criniera, muso affilato, vestito di un paio di aderenti calzoni azzurri ed una cintura rossa.

Ø  Wolfsbane, la giovane licantropa rossa scozzese, vestita solo di strisce di metallo disposte lungo il muso, le braccia, le gambe, intorno alle costole e sullo stomaco.

Ø  Espectro, nero come Maximus, nudo e dagli occhi rossi come braci.

Ø  Warewolf, il mannita scarlatto.

Ø  Fenris, il grande lupo nero di Asgard. Anche se aveva accettato di ridurre le proprie dimensioni per lo spazio interno, era ancora grande come un cavallo.

Ø  Il Predatore nel Buio, che, come Warewolf, era un enigma sulle due zampe. Massiccio anche più dello stesso Maximus, dal pelo argenteo.

Wolfsbane e Jon si avvicinarono ad Ursula. “Nei miei primi giorni col Pack, mi sembrava di essere finita fra gli alieni,” disse Rahne ad Ursula, che tornò umana. “Non avevo mai visto tanti miei simili in un colpo solo… Non ti preoccupare, se ti senti a disagio.”

Uscirono dalla stanza. Ursula scosse la testa. “Non è questo…in realtà, non ho mai apprezzato la vita da suora più di tanto. Voglio dire, credo in Dio, ma non credo che sia l’oppressore cosmico che mi volevano fare credere.” Fece una risatina amara. “Di sicuro non mi ero aspettata questo.” E fece un cenno ad indicare l’ambiente.

Ursula diede una pacca sulle spalle di Rahne. “Comunque, sorella, sono sicura che mi abituerò. Sarà sempre meglio con voi che con quella strega di mia madre.” Naturalmente, Rahne aveva letto le bio dei nuovi arrivati, sapeva del passato di Jessica. Non osò chiedersi come avrebbe reagito lei, se fosse stata sua madre a perseguitarla per il suo retaggio, invece di un uomo, il Reverendo Craig, che le aveva tenuto nascosto di essere il padre fino a dopo la sua morte.

Rahne però non si era aspettata una personalità così…frizzante. “Jessica…”

“Ursula va meglio, credimi. ‘Jessica’ è durato il tempo del battesimo, poi hanno cominciato con il rito esorcista. Quasi mi affogarono nell’acqua santa, ci crederesti?”

“Uh…”

La ragazza indicò la porta della stanza d’addestramento con il pollice. “Mi togli una curiosità? Quei due, i capobranco…sono dei sodomiti? Se sapessi che odori ho sentito su di loro…”

Rahne e Jon si fermarono di colpo. Si scambiarono due occhiate allucinate; sembravano due statue chibi… Poi, entrambi cominciarono ad emettere degli sbuffi…poi ridacchiarono…poi iniziarono a tremare…e infine scoppiarono a ridere come scemi, tanto che piangevano.

Tergendosi un occhio, ancora sghignazzando, Rahne disse, “Oddio, non uso quel termine da una vita. Scusami…ma è troppo buffo sentire parlare di loro in quel modo *hi hi*.”

Jon disse, “Sono compagni di vita. La loro unione va oltre il semplice sesso. Vivono l’uno per l’altro, con un’intensità che un umano non può comprendere. Non fare l’errore di giudicarli con il metro sessuale.”

“Oh.” In quel momento, la voce mentale di Karnivor li raggiunse. <Wolfsbane, Talbain, venite al nostro alloggio.>

 

Nella sala di addestramento erano rimasti in due: El Espectro e Maximus Lobo. I due neri mannari si fissavano, il più giovane teso come una molla, il più anziano tranquillo, rilassato.

Lo sguardo di Carlos Lobo era furioso, la sua voce appena ad un passo dall’esplosione. “Ripetilo, vecchio.”

Maximus disse. “Sono tuo nonno, Carlos. Ti è così difficile da comprendere?”

“…”

“Tuo padre era un umano, il gene mutante del Popolo aveva saltato la sua generazione. Lo sciocco abbandonò la famiglia, per andare a vivere in Messico, dopo avere girato per il mondo. Sperava di fare perdere le sue tracce, lo sciocco. Si sposò, preferì vivere una vita in una fazenda.

“Due anni dopo, nasceste tu ed Eduardo. Il sangue del Popolo scorreva in voi, e lui ne fu subito consapevole. Fu preso dallo sconforto, cadde in depressione. Iniziò ad ubriacarsi. Prima che voi raggiungeste l’età della ragione, la fazenda era andata in rovina. Vostro padre era un relitto alcolizzato. Solo vostra madre tenne duro.”

Immagini lampeggiarono nella mente di Carlos: lui ed Eduardo in fuga dal mercato, ora con delle verdure, ora con dei polli. I Fratelli Lobo che rubavano soldi ed oggetti ai turisti. Il tragico amore di Eduardo per Esmelda… “Perché? Perché ci avete lasciato da soli?” Una vita dura, durissima, che aveva fatto di Carlos ed Eduardo quello che erano, creature dure, pronte a rispondere con gli interessi ad ogni colpo… Lupi che avevano scritto la propria vita nel sangue delle loro vittime. E alla fine, Eduardo…

“Ci hai lasciato da soli,” ringhiò Carlos. I muscoli sotto la pelliccia tremavano.

Maximus sbuffò. “Ho aspettato che maturaste, per vedere che strada avreste preso. È con grande disappunto che vi ho visto diventare identici ai vostri persecutori, capaci solo di scimmiottarne i modi. Per voi, il lupo era solo un’arma per i soldi ed il potere. E la cosa peggiore era che quei soldi e potere li usavate per sé stessi. Siete stati solo dei cuccioli deludenti e viziati.”

Carlos saltò. Zanne spalancate e lucenti di bava, occhi accesi di furia omicida, artigli tesi. Era una magnifica macchina per uccidere…

Maximus lo gettò a terra con un solo schiaffo. Carlos scivolò all’indietro, sul fianco, fino ad urtare il muro con la schiena. Si fece male, ma non uggiolò, non avrebbe dato soddisfazione al vecchio hijo de puta

Veloce come il lampo, Maximus fu su di lui, le zanne a sciabola ad un palmo dalla gola. “Avete sprecato la vostra eredità, siete scesi più in basso degli umani. Finire in galera ti ha salvato dalla mia ira, scellerato. Unirti al branco è stata la tua seconda migliore idea…dopo avere continuato il rapporto con la puttana umana.”

“Lascia Glory fuori da questa storia, viejo.”

Le sciabole si avvicinarono al muso. “Lei dovrà continuare la stirpe, cucciolo. Cerca di non dare luce ad un altro debole come tuo padre, e ti prometto almeno un posto d’onore nelle mie imprese. Quando questa insulsa guerra sarà finita, beninteso.” Maximus si alzò in piedi. “Sei solo stato fortunato a diventare un beta…voglio vedere se saprai meritarti l’onore, altrimenti prenderò il tuo posto. Mi sono spiegato?”

Carlos si leccò le zanne. Nei tuoi sogni, nonno.

 

“Davvero molto interessante,” disse Volk, che era tornato al suo aspetto umano.

“Interessante cosa?” fece Warewolf. Quel tizio lo faceva sentire come se lo stesse radiografando.

“Il tuo aspetto. Ho visto solo dei tuoi disegni presso gli uffici del KGB. Esperimenti di integrazione genetica e meccanica.”

Warewolf non poteva trattenere il fiato, non avendo polmoni. Ma aveva un cuore, ed esso sembrava impazzito. “Cosa sai?”

“Un certo Dott. Meyer Herzog era giunto al successo con la cosiddetta tecnologia Were-Borg. Purtroppo, aveva deciso di sperimentarla su sé stesso…scoprendo troppo tardi delle instabilità della sua creazione. Quella tecnologia fu rubata in un secondo momento dall’Americana Jennifer Nyles, che a sua volta la vendette ad un militare rinnegato con sede in Belgio, un tale ‘Comandante Courage’.

“Courage tentò di usare quella tecnologia per i propi fini, ma fu fermato ed ucciso. La Nyles è tornata in America, ma non ha mai ripreso le ricerche di Herzog[xxix].”

Warewolf uggiolò. “Quindi, tu non sai chi mi abbia creato.”

Ilya Dubrovny Skorzorki fece spallucce. “Almeno hai un buon inizio per cominciare a cercare, non credi?”

 

“Cosa ti ruga?” chiese Nightwolf, avvicinandosi a Kody. Il giovane mannaro, in forma umana, guardava verso la Luna, così vicina che sembrava di poterla toccare con un dito. Lui ne aveva sempre sentito il richiamo, ma non era la pallida dea a trasformarlo…bensì la rabbia. L’ira lo poteva trasformare in un assassino senza controllo.

Senza voltarsi, Kody disse, “Cosa mi preoccupa? Ero un fuggiasco senza famiglia, ed ora sono il campione di un Popolo che neppure credevo esistesse. Questa è la mia gente, nel bene e nel male, ed il branco è la mia famiglia. Volevo la pace, e sono condannato a combattere. Credevo di avere abbastanza nemici con la mia vecchia vita, e ne scopro uno che da solo li batte tutti, Thulsa Doom.” Scosse la testa. “Ho paura di non essere all’altezza. Le mie arti magiche non sono abbastanza sviluppate. Possiedo questa Windcutter,” sollevò il braccio destro, sul cui polso splendeva un elaborato bracciale dorato dal dorso oblungo, “ma non è neppure mia. Ho paura che il Pozzo del Desino mi abbia fatto un gran brutto scherzo, mandandomi fra voi[xxx].”

Nightwolf si mise al suo fianco. “Beato te.”

“Come?”

L’uomo sorrise. “Beato te. Io non sono neppure un licantropo. Sono un cristo preso a calci dalla vita, un balordo senza neanche tanto cervello.

“Ero un teppistello, uno destinato a fare il galoppino per conto degli altri. Un giorno, durante un furto ad un negozio di antiquariato, sai giusto per fare qualche spicciolo, la mia attenzione cadde su questo libro e questa maschera.” Si indicò la maschera. “E sai una cosa? Mi sembravano fichi. Improvvisamente, volevo quei due oggetti più dei soldi. Non pensavo a rivenderli o a farci chissà che…li volevo e basta. Ovviamente, li presi.

“Quando giunsi a casa, aprii il libro…sai, non avevo mai visto delle pagine con l’inchiostro che brillava. Non capii un’acca di quelle parole, erano scritte in una lingua pazzesca… Ad ogni modo, da quella notte cominciai ad avere gli incubi. Sognavo di essere un lupo mannaro o un lupo e basta, mi sognavo con questo costume addosso.

“Nei miei sogni sbranavo ed uccidevo i miei nemici, senza pietà, senza un perché. Era come se fosse un’altra persona, a fare quelle cose. Ogni notte, dormivo sempre meno. Finii che avevo paura ad addormentarmi.

“C’è una medicina chiamata Hypnocil, che sopprime i sogni, ma non era roba che si trovasse in farmacia. Così, finii con il rubacchiare dosi di roba purissima dalle quantità che dovevo spacciare. Ero disperato, veramente. Mi facevo delle dosi da stendere un cavallo, mi rincoglionii così in fretta che certe volte era molto stare in piedi e andare al cesso.

“Per qualche ragione, le dosi non mi uccisero, ma mi fecero smettere di sognare. Quasi quasi credetti di uscirne da quell’incubo…e invece, cosa succede? Durante una missione di trasporto di un po’ di roba, finisco ad incontrare quei pazzi di Cloak & Dagger. Quel figlio di puttana di Cloak mi avvolge nella sua cappa, e a quel punto finisco faccia a faccia con il mio incubo!

“Dopo che Cloak mi ebbe buttato fuori da sé, io ero ridotto ad un imbecille totale[xxxi]. Quando finii in prigione, non ricordavo neppure il mio nome. Non avevo i documenti, perché i miei ‘datori di lavoro’ volevano che diventassi un cadavere irrintracciabile nel caso avessi toppato…” si tastò le braccia ed il petto. “Ed ora guarda un po’, non solo devo usare maschera e libro, ma mi tocca lavorare per un intero branco di queste bestiacce! Senza offesa, beninteso.” Stese la mano. “Oh, a proposito: Davy ‘Rocket’ Hutch. Sai, ‘Johnny Lamb’ cominciava a starmi un po’ peso…Non stringe, eh?”

“Hai intenzione di abbandonare fin d’ora?” chiese Kody, senza voltarsi a guardarlo.

“Non ci penso nemmeno! Scommetto che se provo a buttare la maschera, quella mi ritorna in tasca come ha sempre fatto. E poi mi ritornerebbero gli incubi. Sai, sono una testadura, ma so quando è il caso di adeguarsi. A proposito di testedure…”

Kody sospirò.

 

Nel privato del suo alloggio, una donna dai capelli lunghi e violacei, vestita di un succinto costume di antica foggia, sedeva nella posizione del loto, levitando ad un metro dal pavimento, il volto concentrato.

Davanti a lei, in ginocchio, stava il potente Predatore nel Buio. Il suo corpo era avvolto da un’aura di energia, che solo la magia poteva rivelare.

“Imbevuto di energia cronale,” disse lei, aprendo gli occhi. “È talmente parte di te, che solo un Mago Supremo potrebbe sperare di rimuoverla senza causare un disastro. E se non puoi, o non vuoi, dirmi come hai fatto a ridurti in questo modo, creatura, temo di non poterti essere di aiuto.”

Il Predatore la guardò con i suoi occhi ciechi…ciechi, ma compensati dal resto dei suoi supersviluppati sensi. A quei sensi, la licantropa era una creatura affascinante, dotata di una presenza arcana che non aveva mai visto. Il suo pool genetico era qualcosa di unico. Questa creatura veniva da un passato così remoto che l’uomo moderno ne rifiutava l’esistenza. Lei era una strega, ma non aveva bisogno di talismani, per fare le sue magie. Non più. Una batteria vivente di Pr’ana.

Era chiaro perché il Consiglio avesse scelto lei.

Il Predatore si voltò ed uscì. Lei aspettò che la porta si fosse chiusa, prima di concedersi un sorriso ironico… Davvero, tornare in vita prima per servire quel folle di Dasha Khan, e liberarsi della sua maledizione solo per finire sotto l’ombra della minaccia di Thulsa Doom!

Non avrebbe comunque rinnegato le sue parole: non sarebbe più stata da sola. Per ora.

Al massimo, le dispiaceva di non potere incontrare quel maledetto barbaro che fu la causa della sua prima morte!

Conan, come vorrei che tu fossi qui per squartarti a dovere…

 

“Ne siete sicuri?”

I simulatori nell’alloggio di Sir Wulf e Karnivor erano attivati, trasformando la cabina in un piacevole ambiente aperto, una foresta vergine, rilassante. Nessuna discussione ne sarebbe venuta bene, in uno spazio opprimente.

Jon annuì. Gli occhi di Rahne mandavano lampi.

Ursula se ne stava in disparte. Le avevano detto di restare, visto che nel Branco non c’erano segreti. E qualunque problema con anche un solo membro del branco riguardava tutti i compagni… Ovviamente, lei non era abituata a pensare in simili termini, e si sentiva come quando sua madre e qualche altra sorella iniziavano a discutere. Lei si sentiva sempre come quella di troppo…

“Ho intenzione di sposare Jon prima che la stagione degli amori giunga all’apice. Ho intenzione di avere dei figli con lui. Non mi sembra difficile, da capire. E ve lo ripeterò fino a quando non vi sarà entrato in testa una volta per tutte.”

Sir Wulf scosse la testa. “Non è semplice come credi, Rahne.” La fissò negli occhi, ma lei tenne duro -era davvero decisa, e questo preoccupava il capobranco. “Quando sarai incinta, diventerai la nostra fattrice, la portatrice del nostro futuro. Il branco non potrà seguire due direzioni, dovrà stare dietro ai tuoi bisogni. La nostra priorità sarà la difesa della tua persona, del piccolo che porterai in grembo. Senza eccezioni.

“E dopo la sua nascita, sarà lui a ricevere tutte le nostre attenzioni, e questo influirà negativamente sulla nostra condotta contro Thulsa Doom, che avrà un nuovo punto debole a cui aggrapparsi.”

“Il branco si rafforzerà, invece,” disse Jon. “Il figlio sarà la forza coesiva che ci renderà fratelli a tutti gli effetti. Il branco non potrà dissolversi di fronte al suo futuro.”

“Sir Wulf,” disse Rahne. “Non ho intenzione di aspettare. Ho visto troppi amici sacrificare il loro futuro nel nome della guerra. Ho visto troppe coppie finire distrutte da un attimo di dubbio. Amo Jon con tutto il mio cuore, ma lo dicevo anche di Douglas, e poi di Hrimhari di Asgard… Non intendo ridurre Jon a semplice cameratismo.

“Non voglio lasciare il branco; voi siete la mia famiglia, adesso…ma non voglio neppure…”

Karnivor disse, “Jon, Rahne: appena la gravidanza inizierà, dovrete essere voi a comandare. Il branco non seguirà una coppia alfa sterile. L’esperienza di caccia non ha senso, senza un futuro. Fino ad ora, abbiamo identificato tale futuro con quello del Popolo…ma con te il futuro saremo noi stessi. Voi dovrete comandarci. E quando lei sarà troppo avanti per combattere, toccherà a Jon decidere. È una responsabilità che vi sentite pronti ad accettare?”

Rahne fissò in silenzio i capobranco…per poi dire, “Io mi sento pronta a dare la mia vita per il futuro. Sul ‘come’ lo scopriremo quando sarà il momento. E poi il branco non è fatto di pecoroni, vero? Anche voi saprete fare la vostra parte. Conto proprio su questo.” Sorrise.

Karnivor non aveva dubbi: era lei la guida della coppia. Vide l’espressione del suo compagno e capì che Wulf stava pensando la stessa cosa: se Rahne fosse stata scelta da Jon, quest’ultimo avrebbe dovuto battersi per il diritto di elevarsi ad alfa. Se avesse perso, lei sarebbe potuta rimanere con lui, ma di fare figli non se ne sarebbe parlato, pena l’espulsione dal branco. A quel punto, entrambi avrebbero potuto fare come volevano.

Purtroppo, era lei ad avere scelto. Solo un’altra femmina altrettanto desiderosa di figliare avrebbe potuto sfidarla, e con tutte le precauzioni del caso: il sangue di una femmina non andava MAI versato, era troppo prezioso…

“Chiedo scusa…” disse Ursula, scuotendoli tutti dal trance. La tensione era ancora altissima.

Ursula scoprì di essersi trasformata suo malgrado. Si portò fra Rahne e i capobranco. “Perché voi due…um, non adottate un piccolo, a questo punto? Insomma, vi dichiarate creature intelligenti, dotate di…libero arbitrio, ma vi comportate proprio come se l’istinto fosse il vostro padrone!”

“Sei perdonata in virtù della tua ignoranza forzata, cucciola,” disse Karnivor, ringhiando. Jon disse, “Non so come ci comporteremmo, se fossimo così numerosi da pensarla in modo diverso, Ursula. Il problema è che il Popolo è in perenne minaccia di estinzione.

“L’adozione di un piccolo garantisce un futuro al branco, ma non alla specie. Ogni piccolo in meno che nasce è come una morte in più. Lo scopo di un branco è proprio garantire una famiglia quanto più numerosa ed efficiente possibile ai nuovi nati.

“Non è una questione di semplice ‘istinto’: è sopravvivenza… Dimmi, hai mai visto una donna incinta?”

Ursula non ebbe neppure bisogno di pensarci su: quante volte erano capitate donne sole e gravide, al suo convento! E ancora prima che il suo stesso corpo cominciasse ad avvertire la pulsione alla maternità, quanta tenerezza aveva provato alla vista di quei pancioni, come aveva desiderato di toccarli anche lei, con la stessa gentilezza usata dalle madri… No, non poteva credere che quello fosse solo ‘istinto’. Era un dono, un dono meraviglioso per il mondo!

“Sai di cosa parliamo,” disse Karnivor, scuotendola da quei pensieri. Ursula si scoprì a guardare Rahne con intensità, come se solo la prospettiva di vederla incinta…

“Immagina una simile sensazione, ma molto più potente,” continuò Wulf. “Avvertirai il bisogno di proteggerla da ogni male, l’accudirai al meglio delle tue forze, la proteggerai a costo della tua vita. Non importa quali rancori tu possa provare adesso: dopo, vivrai per i piccoli e contribuirai a nutrirli ed educarli. Il branco troverà invero una nuova coesione.”

Ursula annuì. Vedendo la ragazza dai capelli rossi così vicina al suo maschio, un braccio enorme di lui avvolto intorno a lei, così ingannevolmente minuta, appena entrata nella sua maturità… Jessica era divisa: la sua educazione urlava che era innaturale, assurdo, bestiale.

Il suo spirito cantava di gioia… “Oh. Cosa sono?”

Quattro paia di occhi la fissarono con improvvisa curiosità. La videro voltare lo sguardo qua e là, focalizzata su qualcosa che solo lei poteva vedere, apparentemente…

Poi, tutti provarono un brivido. Come se ci fosse un’altra presenza intorno a loro. E Ursula era estatica, le mani giunte, gli occhi umidi.

Perché solo lei poteva vederle. “Sono bellissime…” poteva vedere le luci. Fuochi fatui scintillanti, cinque, sei…sempre più numerosi, che danzavano intorno a Jon e Rahne, lasciandosi dietro scie di colori diversi, come se un arcobaleno si fosse scomposto. E cantavano. Con una voce fatta di armoniche e di luce, cantavano… “Sono felici. Vogliono farcelo sapere, vi sono vicini. Approvano, vi benedicono!”

La mente di Karnivor non poteva percepirli, ma delle corde ataviche in lui e negli altri potevano. Era una sensazione come la si provava quando si era in pace, in contemplazione di un panorama selvaggio. Esaltante e rilassante allo stesso tempo…

Los espritos de los muertes,” disse qualcuno dalla porta. Tutti sobbalzarono e si voltarono all’unisono.

Carlos stava sulla porta. “Il mio hermano li ha sentiti, e mi dice che li vede anche lui. Sono le anime dei caduti, dei tuoi antenati, Rahne, e di altri lupi. Ursula ha ragione: loro sono felici, vogliono che sia tu a continuare il branco. Ti proteggeranno.”

Ursula annuì. “Vorrei tanto che mia madre potesse vedere, adesso: questo è un miracolo.” Prese una mano di Jon e Rahne. “Attraverso di loro, Lui vi benedice. Perdonatemi per avere dubitato di voi.”

 

In una località sconosciuta, altre quattro paia di occhi osservarono la scena attraverso una sfera di cristallo.

“Le anime benedicono. La santa profezia compie un altro passo verso la realizzazione,” disse la femmina del colore del sangue.

“Moltiplicheremo i nostri sforzi. L’Alleanza diventerà realtà,” aggiunse un maschio grigio come l’acciaio.

“Le forze del Serpente e dell’Uomo ci ostacoleranno con ancora più dedizione,” disse una femmina nera come la notte.

“Arduo e difficile sarà il nostro cammino,” disse il maschio bianco. “Possiamo noi ed i nostri alleati essere degni di Madre Gaea, o sarà tutto vano.”

 

Episodio 17 - I sentieri del destino!

 

Set Atra-No, Antartide.

 

Sembrava che il cielo fosse impazzito, travolto da qualche volontà demoniaca. I venti erano più scatenati che mai, urlavano con una forza che sembrava capace di strappare le carni dalle ossa. Le nuvole cicloniche erano un mare nero ed impenetrabile. I fulmini piovevano a catena, scaricandosi sui ghiacci eterni, generando raffiche di esplosioni.

La Città di Set si ergeva maestosa, il cuore di quella follia degli elementi…

 

“IL MOMENTO È GIUNTO!”

Nella piazza centrale, su un piedistallo che dominava la città, stava il Grande Tempio di Set, una struttura aperta al cui centro stava la grande statua granitica del Dio-Serpente a sette teste. La testa centrale, a suo modo bellissima per la perfezione della realizzazione, presentava un occhio, quello sinistro, acceso di una luce sanguigna.

Ai piedi della statua, accanto a un braciere gigantesco, stava la figura dell’Alto Sacerdote di Set: l’immortale Thulsa Doom.

L’uomo, la cui testa era un nudo teschio, era del tutto immune al vento, che al massimo gli agitava il rosso mantello. Thulsa Doom teneva le braccia levate verso l’alto, le mani contorte come a volere afferrare qualcosa. La sua voce si levava più potente dei fulmini. “Grande Antico, Signore delle forze primevie! Ora che Gaea non solo ha corrotto la propria natura, ma ha abbandonato questo piano[xxxii], è giunto il momento di colpire. È giunto il momento che, attraverso il Tuo Occhio,” e qui, una nuova scintilla brillò nella gemma incastonata nella statua “i mortali a te devoti odano la Tua voce! Parla, o Sommo, parla, perché ora il nostro antico nemico non sarà in grado di confondere i cuori più oscuri! E mentre chiami a Te le legioni che verranno, io, il Tuo umile Sacerdote, annienterò gli ostacoli sulla strada della conquista!”

Le fiamme che danzavano nel braciere si levarono in una colonna che nessun vento avrebbe potuto fare tremare. Le ombre si rincorrevano sul corpo del Dio, dando la precisa impressione che le sue spire avessero preso vita…Ed era davvero un’impressione, un’illusione, il nuovo sibilo che si levò nel vento..?

Thulsa Doom afferrò un lembo del suo mantello, e si voltò, percorrendo la spirale di scale che avrebbe condotto al tempio alla base del pilastro…

 

Giunto alla sala del trono, Thulsa Doom fu accolto da un grido devoto, pronunciato dalle figure dei suoi nove Generali. “AVE, THULSA DOOM! AVE, SOMMO SACERDOTE DEL DIO-SERPENTE, PADRONE DEL TEMPO! SUL TUO REGNO NON CALERÀ LA MORTE!”

Il sacerdote osservò i suoi fedelissimi, tutti chini su un ginocchio, e si rivolse a quello che fra loro era il meno umano all’apparenza: era questi la caricatura di un lupo mannaro, una bestia su due zampe, in armatura, ingobbita, dal pelo grigio ispido e duro come il ferro stesso, gli artigli delle mani ,a tre dita, dove i piedi ne avevano due, ricurvi come uncini. Le sue orecchie erano più simili a quelle di un pipistrello, ed il muso era tozzo.

Generale Sulkara,” disse Thulsa Doom, posandogli una mano sulla spalla corazzata da placche d’osso che uscivano direttamente dalla carne, “tu e il tuo Branco di Sangue avrete l’onore di seguirmi in questo importante momento.”

La creatura chinò la testa, rilasciando uno sbuffo di fiato fetido. “Ti seguirò fin oltre la Morte, Sacerdote.”

Thulsa Doom si rivolse alla sfera di vetro, che lunghe zanne serpentine di una specie di cobra trattenevano dentro un braciere bronzeo. Nella sfera, apparve l’immagine del Mago Supremo della Terra. “Anche se il Dottor Strange ha nominato un successore, questi,” e al posto di Strange apparve una testa bovina dalla verde pelliccia rasa e le corna d’avorio “è inesperto. Eliminarlo sarà fin troppo facile…ma prima…” altro gesto, altra immagine: un antico castello, massiccio, che dalla sua posizione dominava un piccolo villaggio a valle.

Le orbite nere di Thulsa Doom scintillarono. “Prima, mi sbarazzerò di questo aspirante ‘stregone supremo’, il cui valore e conoscenza sono davvero notevoli…per un uomo di questa era. Una volta appresi i suoi segreti e le sue tecnologie, recuperare il secondo Occhio dai nostri nemici sarà poca cosa!”

 

Base di Karnivor, presso le montagne della Transia

 

Il branco era al completo, con

Sir Wulf, timberwolf rosso americano, ex Cavaliere di Wundagore.

E poi gli ultimi reclutati nel branco, gli ‘omega’:

Karnivor, secondo capobranco, lupo portato al massimo stadio evolutivo

Hellwolf, licantropo moscovita di nobile lignaggio, un assassino nato.

Jon Talbain, campione del Popolo

Volk, un tempo un uomo del KGB, ora lupo grazie alla scienza umana.

Wolfsbane, parte umana, parte Tuatha da Danaan.

Kody, figlio di licantropo e di strega in cerca del suo destino

Espectro, mannaro mutante, in cui viveva lo spirito del fratello morto.

Maximus Lobo, nonno di Carlos, mutante a sua volta, e fra i più potenti della sua razza.

Il Predatore nel Buio, il silente e cieco guerriero

Ferocia, lupa naturale, ricettacolo di un’antica strega Hyboriana.

Fenris, il sinistro dio-lupo di Asgard

Sorella Ursula, tormentata mannara plagiata contro sé stessa

Warewolf, il misterioso mannita senza un passato

Nightwolf, un essere umano che aveva avuto la sventura di impadronirsi di due potenti talismani del Popolo.

 

“Ora, con la scomparsa di Gaea quale nostra forza protettrice, il Popolo è più che mai abbandonato a sé stesso.” Come sempre quando era impegnato in un discorso al branco, il lupo camminava avanti e indietro, senza togliere loro gli occhi di dosso. “Il rinfoltimento delle nostre fila giunge propizio, ma voi nuovi cacciatori non siete ancora esperti nel combattimento di branco. Pertanto, ognuno di voi sarà assegnato a ruoli di appoggio ed esplorazione. Nelle prossime azioni, vi voglio capaci di affiancare i membri anziani senza prendere iniziative.” Lanciò uno sguardo significativo Ferocia, Hellwolf, Volk e Maximus, le personalità più forti fra i nuovi acquisiti. “La nostra prima missione di gruppo sarà la protezione di un branco migratore diretto ad Avalon.”

A quel nome, Wolfsbane sobbalzò! Avalon! La sua patria, il luogo di nascita dei suoi antenati, nonché di sua madre. Il posto dove aveva acquisito non solo il pendente che ora portava al collo, ma anche la sua armatura vivente, Jillgar… “Un branco migratore..?”

Fu Talbain a risponderle, “Come sai, i Tuatha da Danaan sono prossimi all’estinzione: hanno pagato il loro isolamento con accoppiamenti che, alla fine, hanno prodotto una generazione sterile. La loro sola speranza è nuovo sangue…Tuttavia, anche sapendolo, hanno aspettato fino all’ultimo istante, diffidenti persino della loro stessa gente.”

Sir Wulf annuì. “Il branco partirà fra sette giorni dalla Francia. È stato selezionato con cura, e non possiamo permetterci nemmeno una perdita. A quanto pare, comunque, avremo un appoggio esterno[xxxiii].”

Rahne non ebbe bisogno di farselo ripetere: quando ancora era una Nuova Mutante, ignara della sua vera natura, era stata chiamata dai suoi simili, perché divenisse una fattrice[xxxiv]! Allora si era sentita tradita, ingannata e spaventata, ed era fuggita senza voltarsi indietro…

“Molto bene. Adesso*” qualunque cosa stesse per dire Sir Wulf, gli morì in gola. Una specie di gelido terrore gli avvolse le viscere. Terrore, al quale seguì il familiare fuoco del guerriero, come se davanti a lui si fosse parato il più letale e vecchio nemico..!

Le espressioni e l’odore degli altri non fece che confermare quella sensazione. Il che voleva dire una sola cosa! “Thulsa Doom. È qui vicino!”

 

Doomstadt, Latveria

 

Il castello si ergeva per quello che era: una sentinella, fatta di solido granito e scansori ad ampio spettro. I silenti robot disposti lungo le merlature servivano contro chiunque fosse stato abbastanza stupido da attaccare la capitale del piccolo regno europeo. Gli scansori servivano per controllare le attività della capitale, perché, nonostante il Sovrano avesse portato una prosperità senza pari, nonostante la felicità fosse una costante sotto il suo braccio protettore, c’era ancora chi osava coltivare pensieri…sconvenienti. Pensieri rivolti a modelli sociali che, altrove nel mondo, si rivelavano regolarmente fallimentari…

Si tratta di gente semplice, in fondo, pensò il Sovrano, che a quell’ora del mattino era uso passeggiare lungo le terrazze del suo castello, per assaporare il Sole appena sorto e contemplare l’operato del proprio lavoro. L’uomo è un bambino, incapace di pensare oltre la propria vita e le proprie esigenze. I suoi passi risuonavano del sordo eco metallico prodotto dalla sua armatura. Il vento faceva appena frusciare la sua cappa. Ma fintanto che la mia protezione coprirà queste terre, i figli di questa gente non dovranno conoscere la fame o la paura. Sotto la maschera metallica, del colore dell’acciaio, un volto devastato oltre ogni ricostruzione sorrise. Dovranno solo temere di incorrere nella mia collera, e ciò accadrà solo se oseranno abbandonare la strada che ho tracciato per loro… Ed era proprio la consapevolezza della propria saggezza, della validità del suo modello sociale, ad averlo finalmente spinto alla faticosa impresa di estendere la propria mano fuori da Latveria.

Il mondo si stava ancora una volta instradando verso il caos globale, ed era indispensabile che una nuova potenza si frapponesse fra la pace e gli adunchi artigli di quel corrotto paese che erano gli Stati Uniti…

I passi si fermarono. Il silenzio era solenne, interrotto solo dal soffio del vento. La luce del Sole sembrava essersi raffreddata. In tutto il castello, le macchine erette a sua difesa furono disattivate da un’invisibile mano. I robot sui merli crollarono al suolo come marionette senza più fili.

Senza muovere un muscolo, il Sovrano di Latveria disse, apparentemente a nessuno in particolare, “Puoi evitare di nasconderti, straniero…Mostrati, ed affronta Victor von Doom faccia a faccia, se ne hai il coraggio.”

“Thulsa Doom non ha bisogno di coraggio, stregone tecnomante,” disse l’altro, apparendo davanti a lui, come un miraggio che prendesse solidità. “Il mio potere parlerà per me. La tua sconfitta sancirà la venuta del Regno del mio Signore.”

L’aria si fece elettrica. Fissandosi intensamente, entrambi i contendenti iniziarono, silenziosamente, ad incanalare le energie necessarie allo scontro…

“Thulsa Doom, ombra di un passato che dovrebbe restare morto… Destino ha sconfitto entità infinitamente superiori allo Strisciante che ti glori di servire. Se credi di potermi sconfiggere, non sei coraggioso. Sei solo stupido.”

Le orbite vuote scintillarono. “A differenza di te, Destino, io ho vinto la Morte stessa. Se per miracolo tu dovessi vincere questo confronto, avresti guadagnato solo un attimo di respiro prima del mio ritorno…Ma puoi risparmiarti un’eternità di agonia, se sceglierai di servire l’Onnipotente Set.”

Sotto la maschera, gli occhi si socchiusero. “Conosco abbastanza bene il tuo padrone da sapere quale sarebbe la sorte di questo mondo sotto l’abbraccio delle sue spire. Io, Destino, rinnego il tuo vile padrone, e difenderò il mio mondo da ogni suo servo.”

Il vento agitava selvaggiamente le cappe dei due contendenti. Il sole accese un riflesso sia sul metallo che sul nudo osso.

“La tua scelta è il mio trionfo. Kunnar-hani se tseer!” pronunciò quel grido, evocando il fuoco del suo Signore, stendendo in avanti le mani per proiettare le spire di fiamme diaboliche. Fiamme capaci di spezzare qualunque protezione mistica, capaci di consumare tanto la carne quanto lo spirito stesso.

Destino rispose…limitandosi a sollevare una mano verso le fiamme. “K’tai.” Una parola sola, in una lingua conosciuta solo a un culto perduto fra le montagne delle nevi eterne del Tibet. Una delle prime cose che aveva imparato. Significava ‘disperditi’…E le fiamme obbedirono. Le spire di fuoco non furono respinte, ma deviarono la loro corsa, infrangendosi contro il granito del castello.

Fu, tuttavia, un trionfo di breve durata. Raccogliendo a sé pura energia, il negromante la scagliò in una sorta di pioggia meteorica. Destino ne fu avvolto e consumato prima di potere organizzare una valida difesa…

“Delizioso. Questo mortale è riuscito, almeno, a regalarmi qualche istante di intrattenimento…cosa?”

La pioggia di energia era cessata…e non cera nessun cadavere! Eppure…

Destino apparve ad un passo da lui! Le sue mani d’acciaio afferrarono il cranio del negromante, ed iniziarono a stringerlo in una morsa letale carica di energia!

Thulsa Doom fu di colpo prossimo al panico: si era lasciato ingannare da una semplice illusione! Non solo, ma il suo nemico sapeva che il cranio era il suo solo punto debole! “Shoi’n Vives,” pronunciò.

Questa volta, la pietra stessa sotto i piedi del Sovrano di Latveria prese vita, e con la consistenza di un fluido avvolse la sua preda! Ciò fatto, la pietra animata iniziò ad esercitare una pressione intesa a stritolare ogni osso…

“Te lo concedo, sei stato un degno avversario,” disse Thulsa Doom. “Pochi istanti ancora, e…Hm?”

Di colpo, un raggio di luce si accese fra gli interstizi della pietra. Fu seguito da un altro, ed un altro ancora…Poi la pietra esplose, rivelando una ‘preda’ in eccellente forma!

Stolto! Questi sono trucchi da baraccone, per chi ha combattuto contro Mefisto in persona!” puntò una mano guantata d’acciaio, e lanciò una scarica di energia, un attacco di pura tecnologia, contro la quale il negromante era effettivamente impreparato! Colpito in pieno torace, Thulsa Doom urlò e fu spinto all’indietro fino a sbattere contro un merlo.

“Ucciderti sarebbe troppo facile, vecchio,” disse Destino, avvicinandosi al caduto, dal cui petto ustionato usciva una voluta di fumo. “Prima di morire per l’ultima volta nella tua esistenza, i tuoi segreti sapranno essermi…Co*Nyargh!*” aveva colto il movimento alle sue spalle troppo tardi! Prima di potere reagire, una pesante mazza chiodata lo aveva centrato alla schiena! Un colpo di tale potenza da infrangere il campo di forza, spezzare il metallo e infilare più d’uno spunzone nella sua schiena! Solo per miracolo, e per pura resistenza del metallo, non si ritrovò leso alcun organo vitale. Il colpo fu sufficiente, in compenso, a farlo scivolare sul pavimento per oltre una decina di metri.

“Mio Signore!” disse il Generale Sulkara, appollaiato su una torre come il rivoltante predatore che era. Nella zampa destra reggeva la catena a cui la mazza era attaccata. Eseguito l’attacco, fece tornare a sé la mazza. “Tutto bene?”

Thulsa Doom passò, incrociandole, le mani sulla ferita…e questa scomparve! “Naturalmente.” Poi, rivolgendosi a Destino, che si stava alzando in piedi, Thulsa disse, “Una forza davvero indomita…Altri uomini urlerebbero il loro dolore, chiederebbero pietà.”

“Io…sono…Destino!” Il Sovrano si mise in piedi. Se soffriva, non lo dava a vedere. No, lui aveva conosciuto e sperimentato livelli di dolore senza pari, e ne era uscito sempre vincitore! “Non ho strisciato di fronte all’Arcano, e meno che mai di fronte a te, che hai bisogno di farmi attaccare vilmente alle spalle.”

Altro scintillio delle orbite. Ad un suo cenno, il Generale spiccò un balzo, facendo roteare la sua mazza. Una mazza composta di metallo incantato e benedetto da Set in persona. Se un altro colpo fosse andato a segno…

La mazza partì, così veloce che l’occhio non poteva vederla!

Destino, tuttavia, non fece neppure finta di evitarla. Scartò di lato, e lasciò che il suo braccio corazzato intercettasse la catena! La mazza iniziò ad avvolgersi intorno all’arto. E prima che quel processo fosse completato, Destino sfruttò l’inerzia dell’attaccante per gettarlo contro una parete. Sulkara, colto di sorpresa, urtò con forza, e rimbalzò a terra, stordito. Un’abile mossa, certo, ma nell’applicarla Destino aveva esposto la schiena, e lì fu colpita da una potente scarica mistica, proprio all’altezza dello squarcio! Scarica che…si infranse contro una barriera invisibile!

“Sorpreso?” Destino si voltò a fronteggiare Thulsa Doom. “Credevi che fossi troppo debole da erigere un elementare scudo? Ora basta giocare, non mi accontenterò di meno della tua…Cosa?”

Un urlo! Un urlo umano, proveniente dall’interno del castello!

Il Dottor Destino sembrò colpito fisicamente da quell’urlo, per come reagì. Perché ne aveva riconosciuto il proprietario!

Ci fu un lunghissimo momento di silenzio da parte del Sovrano di Latveria, concentrato sulla porta più vicina…Porta da cui, finalmente, purtroppo, emerse una mostruosità che di lupino aveva solo un vago aspetto. Come Sulkara, era stato, un tempo, un licantropo; ora era una via di mezzo fra un lupo ed un rettile, con chiazze di pelliccia sparpagliate fra le scaglie nude, ed un muso fra le cui zanne saettava una lingua forcuta. Un Blooder, uno dei soldati di Sulkara, una creatura corrotta oltre ogni redenzione, che aveva fatto del male una scelta definitiva…

E, fra le sue braccia, stava la figura ferita dell’unica persona vivente al mondo che ancora avesse un posto nel cuore del più duro degli uomini. “Boris…”

Il vecchio, l’uomo che aveva accompagnato Victor von Doom nel percorso della sua vita, vegliando su di lui fin dall’infanzia, era vivo, ma a stento. Il suo respiro era affannato, e un rivolo di sangue correva lungo la sua fronte. “Mio Signore…Mi dispiace…Non…”

Nessun uomo sano di mente avrebbe tentato un simile affronto e poi rimanere vivo…Eppure, mentre altri mostri uscivano da quella porta, almeno una dozzina, e tutti con le zanne grondanti sangue, Thulsa Doom rise! “Mi chiami stolto, Destino? Credevi che sarei venuto all’attacco senza premunirmi di conoscere i tuoi punti deboli?

Energie terribili ronzarono nell’armatura. Con un colpo solo, in quel momento, il nemico ed i suoi sgherri potevano venire consumati come dal fuoco divino stesso..! Destino serrò i pugni…solo per rilassarli.

Se Thulsa Doom si aspettava di vedere Destino prostrarsi, tuttavia, si sbagliava di grosso! Anzi, più regale che mai in quell’ora cruciale, Destino disse, “Il serpente getta la maschera, alla fine.” La sua voce era controllata, gelida. “La codardia è l’unica arma di cui dispone…” abbassò di un tono, rivelando il fuoco sotto il ghiaccio. “Thulsa Doom, sappi che Boris ha fatto una scelta, attraverso la sua lealtà: egli è sempre stato perfettamente conscio dei rischi che avrebbe corso quale braccio destro di Destino. Puoi ucciderlo, se preferisci…ed allora, nulla ti salverebbe da un fato di gran lunga peggiore della morte.”

Il negromante annuì. “Coraggioso, quando si tratta di sacrificare un solo servo fedele…ma puoi dire lo stesso dei tuoi sudditi? Osserva!”

Destino seguì il braccio puntato verso la valle, verso Doomstadt. Lui era un re, e un sovrano non tradiva le proprie emozioni…Pure, una gelida morsa gli attanagliò il cuore, a quello spettacolo!

Doomstadt era invasa dai Blooder! Un vero esercito, che si muoveva per le strade, in caccia indiscriminata di uomini, donne e bambini. C’erano dei morti, ma la maggior parte delle prede erano semplicemente inchiodate a terra o intrappolate in casa. Ad un comando del loro padrone, i mostri avrebbero fatto una carneficina come non si vedeva dai tempi del crudele Re Zorba!

Ora, si potevano dire molte cose di Victor von Doom…Ma abbandonare la gente che era sotto la sua protezione, questo non lo avrebbe fatto. Mai. Piuttosto, avrebbe attivato un certo dispositivo di autodistruzione, avrebbe immolato sé stesso insieme alla sua gente, laddove si fosse dovuto arrivare ad un simile estremo…

Thulsa Doom stese un braccio. Spalancò la mano, ed una fiamma brillò in essa. La fiamma si estese, e si trasformò in una spada. “Considera la corrente situazione come un memento, tecnomante. Speravo di dovere evitare questo, ma sono sicuro…” levò alta la spada per poi calarla con un fendente che spaccò in due l’aria

E le dimensioni! “…che saprai evitare di resistere, una volta che avrai compreso di non avere via di scampo!”

 

Greenwich Villane, New York. Sancta Sanctorum del Dottor Strange

 

Le sue meditazioni furono bruscamente interrotte, e Rintrah, il nuovo Mago Supremo della Terra, ricadde goffamente a terra dalla sua meditazione

Rimettendosi in piedi, si guardò istintivamente intorno. Qualcuno o qualcosa aveva appena aperto le porte fra le dimensioni, in un modo brutale, con una potenza spaventosa! Era stato solo per un attimo, ora era troppo tardi per cercare di rintracciarlo…

 

Palazzo Stark, Quartier Generale dei Vendicatori, Manhattan, New York

 

Wanda Maximoff, alias Scarlet, fu colta di sorpresa, dall’evento. Fu come se un cavo elettrico le avesse attraversato i nervi. Le scappò solo un gemito, ma il dolore fu terribile!

Fu breve, tuttavia…ma non fu quello, a preoccuparla. No, perché ancora una volta, la seconda in poco tempo, sulla sua pelle, sulla sua gola, apparve, bruciante, il marchio di Set!

 

Il cielo aveva il colore del sangue. Le stelle bruciavano di una luce fredda. La superficie era nuda, cosparsa di rocce aguzze. La vita era scomparsa da questo mondo.

“Qui non ci disturberà nessuno, Destino. Qui, il mio potere è al suo apice. Ora, te lo chiedo un’ultima volta: cedi le tue conoscenze a Set, servilo, o morirai qui!”

Appena la pressione esterna era precipitata, l’armatura si era sigillata. La riserva d’aria sarebbe durata dodici ore. Più che sufficienti

Victor von Doom fissò negli occhi lo stregone. “Hai commesso un errore signficativo, Thulsa Doom,” disse, con la massima calma.

“Cosa..?”

“Eppure, tu stesso lo hai detto, a me: sono un tecnomante, oltre che un mistico. Credevi davvero che Destino non si trovi sempre un passo avanti rispetto ai suoi nemici? Agendo come hai fatto, ti sei semplicemente chiuso da solo nella tua stessa trappola!”

Thulsa Doom non capì…non fino a quando una luce mostruosa non riempì il suo universo…

L’esplosione nucleare del Doombot cancellò ogni possibile atomo dei due contendenti

 

L’occhio di Set, posto nella testa centrale della statua del dio-serpente eptacefalo, brillò di una luce intensa. Un attimo dopo, un raggio vermiglio fu proiettato ai piedi della statua.

Un Thulsa Doom molto malconcio emerse da quella luce. Le sue ossa erano annerite, la carne carbonizzata e fusa agli abiti. Il potente stregone era ridotto ad una patetica figura fumante inginocchiata ai piedi del suo padrone.

Doom levò lo sguardo alla statua impassibile. “Mi ha ingannato…Ha osato sfarmi sfigurare davanti a te, mio Signore, ma il suo trucco non salverà il suo servo, o la sua gente. GENERALE SULKARA!”

 

Il licantropo rinnegato sorrise orribilmente. “Il loro sangue riempirà la valle, Padrone!”

Improvvisamente, enormi nubi nere si materializzarono nel cielo limpido, proprio sopra Doomstadt.

Sulkara osservò incuriosito l’evento -che strano, non percepiva il mana di Set dietro quel fenomeno…

Le nubi si unirono in un anello vorticante, e da quell’anello, insieme ad un rombo potente come la voce di Dio, sgorgò una pioggia di saette! Fulmini frastagliati, che colpirono, uno dopo l’altro i Blooder nelle strade di Latveria, incenerendoli sul posto con chirurgica precisione!

“Così Destino ha chiesto aiuto,” disse il generale. “Poco importa: sarà il suo servo a paga…CHE??”

Le braccia del Blooder che stava già per finire Boris furono come attraversate da una striscia di luce, all’altezza delle spalle. Un secondo dopo, quelle braccia caddero al suolo, fumando all’altezza della subitanea amputazione. Boris quasi crollò al suolo, ma fu raccolto da un potente braccio dalla grigia pelliccia! Il Blooder urlò, mentre il suo corpo si scioglieva in sabbia.

 

“Impossibile!” era difficile dire se ci fosse sorpresa, o oltraggio, o entrambi, nella voce di Thulsa Doom.

 

“Ci sono molte cose che faremmo, per eliminarti una volta per tutte, demonio,” ribatté Sir Wulf. “Abituatici.”

Il Generale Sulkara reagì all’apparizione del capobranco lanciando la sua mazza, per colpirlo al cranio, contando sul fatto che il corpo dell’umano gli avrebbe impedito una pronta risposta…

Tuttavia, quasi sul punto di giungere al bersaglio, la palla chiodata fu fermata da una mano coperta di rossa pelliccia! Una presa perfetta, da parte di Karnivor! “Sai cosa mi fa arrabbiare più di quel mostro morto?” Gli occhi del lupo si accesero di un fuoco rosso. “Un traditore della sua specie…” serrò la mano, e la mazza andò in frantumi!

“No…non è…” Sulkara era troppo sorpreso per pensare a correre via. “La benedizione di Set…”

Karnivor lanciò un colpo di energia dalle mani. Sulkara fu colpito in pieno muso, ed urlò orrendamente.

Gli altri Blooder si gettarono sui due nuovi arrivati…solo per ritrovarsi investiti da raffiche di colpi di energia! Anche se ogni Blooder possedeva un suo fattore di guarigione, ed anche potente, quelli che si ritrovarono la testa distrutta poterono solo morire e diventare sabbia.

I sopravvissuti si voltarono ad incontrare i gelidi occhi di Destino! “Come ho già detto, il grande errore del vostro padrone è credere che Destino sia solo un uomo.”

 

Sir Wulf andò a raccogliere il corpo di Boris. Lo porse a Destino. “Portalo al sicuro. Questa è una battaglia del branco, adesso.”

Sospeso fra la gratitudine e l’orgoglio di chi non ha mai avuto bisogno di aiuto, Destino ricambiò solennemente lo sguardo d’ambra. Prese il povero Boris in braccio, e si avviò verso la porta.

Guarito da ogni ferita, Thulsa Doom riapparve proprio davanti al sovrano di Latveria.

“Avete osato mostrarvi a un umano…Siete coraggiosi, o solo estremamente stupidi..!” disse l’alto sacerdote. Non pronunciò a caso quelle parole: una regola fondamentale del Pack era di evitare pubblicità a un mondo che ancora credeva che i mannari fossero tutt’al più dei mostri stupidi e prevalentemente solitari. Rivelarsi a Destino era stata una mossa a dir poco azzardata, ma era anche vero che permettere la vittoria del Sacerdote di Set avrebbe avuto conseguenze ben più sinistre di questa esposizione…

Il negromante lanciò una raffica di energia…ma proprio mentre il colpo partiva, il suo braccio fu deviato da un nunchaku d’argento! La raffica esplose contro un merlo.

“Tu sei mio, demonio!” ringhiò Jon Talbain.

 

Dentro, come previsto, l’invasione dei Blooder aveva compiuto uno sfacelo. I corpi della servitù erano stati smembrati, il sangue imbrattava indiscriminatamente i pavimenti, le pareti e gli arazzi…

C’erano ancora dei mostri, dentro. Due di loro corsero lungo le scale, verso la loro preda…quando una sorta di elaborato simbolo luminoso si sovrappose ai loro corpi! Con il simbolo, venne una fiamma di pura luce, che li consumò, lasciandosi dietro due scheletri anneriti.

Destino lanciò appena un’occhiata al responsabile: una femmina nuda, che ancora brillava delle arcane energie liberate, accovacciata dall’altra parte della stanza. Suoni di battaglia echeggiavano per l’ampio salone.

 

La spada dalla lama fiammeggiante si scontrò con il bastone coperto di elaborate rune.

Talbain parò colpo su colpo, con riflessi fulminei. Finse uno scarto, e trasformò la mossa in un attacco alle caviglie di Thulsa Doom, riuscendo a farlo cadere. Perfetto! Ora, al cranio…

Ma il colpo di grazia del bastone, formato dall’unione dei nunchaku, fu bloccato dalla stessa lama tra clangore di metallo e getti di scintille. Teschio e muso erano separati solo dalle armi dei contendenti.

La voce di Thulsa suonava solo lievemente scontenta. “Ho sprecato fin troppe energie contro l’umano che vi pregiate di difendere…Se Set non stesse impegnando le sue forze per il suo Canto, voi non sareste stati un problema…Ma non vi illudete: la vostra fine è solo rimandata!” Detto ciò, scomparve.

 

La stessa sorte toccò a Sulkara, e il colpo di grazia di Karnivor lacerò solo l’aria. Anche i rimanenti Blooder abbandonarono la scena. Dell’invasione delle forze di Set erano rimasti solo degli squarci sparpagliati fra merli e pareti, e dei cumuli di sabbia…

 

Una pezza bagnata fu passata con gentilezza sulla fronte di Boris. Destino aveva lasciato che il Power Pack risolvesse lo scontro, mentre lui accudiva il suo vecchio amico. Aveva impiegato le migliori attrezzature del castello, e le sue conoscenze arcane, ma adesso l’anziano era fuori pericolo.

Destino annuì, e lasciò la stanza. Fuori, nella sala, si ritrovò di fronte al branco al gran completo. “Thulsa Doom è davvero un uomo di grande potenza: nessuno era mai riuscito a distruggere le mie difese mistiche e tecnologiche in un colpo solo. Se si fosse battuto all’acme del suo potere, sarebbe stata una lotta dagli esiti incerti,” era la cosa più prossima ad un complimento per il nemico che potesse uscire dalle sue labbra. “Per quanto concerne voi, membri del Popolo, vi siete guadagnata la gratitudine di Destino e delle genti di Latveria.

“Sono stato uno zingaro, un perseguitato dal precedente sovrano di questo paese, e so quanto possa essere importante la vostra segretezza. Pertanto, ne’ io ne’ alcun mio suddito tradiremo la vostra presenza…E per quanto riguarda il nostro comune nemico, sarà solo un piacere fornirvi ogni aiuto richiesto per la sua disfatta.”

“E lo stesso varrà per noi, in nome di questo scopo,” disse Sir Wulf. “Te lo giuriamo sull’onore del Lupo.” E stese una zampa.

Destino rispose al gesto…dandogli le spalle. “Ora tornate da dove siete venuti. Ho un mondo, da conquistare, e ho perso abbastanza tempo, per oggi. Fate in modo che non ci si debba mai incontrare da nemici: posso essere riconoscente, ma anche altrettanto implacabile.”

E il branco, obbediente, scomparve in un lampo magico di teletrasporto.

 

 

Episodio 18 - Di uomini e mostri (I parte)

 

Glacier National Park, Columbia Mountains Region, Canada.

 

“Lo hai sentito anche tu?”

Erano in tre, nella tenda: il più giovane membro del gruppo se la stava dormendo della grossa, russando da fare paura ad un orso in ibernazione. Non si sarebbe accorto dello scoppio della III Guerra Mondiale.

Gli altri due erano gli ‘anziani’, un titolo puramente formale, acquisito dopo avere speso otto dei loro trentasei anni a studiare la fauna di questo parco naturale. Jacques e Linda Barclay, fratello e sorella, Canadesi purosangue, possedevano un talento naturale per studiare la natura selvaggia, ed avevano imparato a riconoscere il suono prodotto da ogni animale, in qualunque condizione questo si trovasse.

Linda lo aveva sentito, ed anche a lei non era piaciuto. Tanto per cominciare, da circa tre ore era calato un silenzio innaturale. Checché ne dicessero certi etologi da città, una foresta non era mai assolutamente silenziosa, neanche di notte. E poi, quei passi erano…strani. Di una creatura grossa…ma leggera. I passi prudenti di un predatore…Solo che non era un orso. E non era solo!

Jaques e Linda avrebbero potuto aspirare ad una condizione professionale decisamente più elevata rispetto a quella di istruttori per un ente minore affiliato al WWF…Ma la testarda coppia aveva spiegato a chiare lettere che le loro carriere erano poca cosa, di fronte alla chance di insegnare fare comprendere la bellezza e la necessità delle oasi naturali alle nuove, mai abbastanza attente, generazioni. Bracconieri e trapper pagati dagli allevatori o dalle corporazioni non erano riusciti a spaventarli o dissuaderli…

Una sagoma…no, due sagome, umanoidi, enormi, si stagliarono contro l’esterno della tenda. Un verso tremendo, come il ronfare di piacere di un mostruoso gatto prima di saltare addosso al topo…

Un brivido freddo percorse la loro stessa anima, questa volta.

Il male dell’Uomo non poteva spaventarli.

Una vecchia leggenda sì.

Le urla dei fratelli Barclay riempirono il silenzio innaturale di una foresta terrorizzata.

 

In volo sopra i cieli del Canada. 8 ore dopo.

 

“…e le autorità federali canadesi si preparano ad accogliere la task force del Federal Bureau for Superhuman Affairs, il cui arrivo è previsto entro sera.

“I genitori di David Lodestone, di Mobile, Alabama,” lo schermo mostrò l’immagine tipica da album di famiglia, di un giovane acqua e sapone, biondo, sorridente, con giusto quello spruzzo di lentiggini che davano l’impressione del piccolo cavaliere sbarazzino alla conquista del mondo, “offrono una ricompensa di cinquecentomila dollari,” la cifra lampeggiò sotto la foto “a chiunque dovesse ritrovare il ragazzo scomparso dal luogo della morte di Jaques e Linda Barclay. Le autorità, memori della lunga serie di incidenti e spoliazione del patrimonio faunistico seguito, due anni fa, dagli omicidi[xxxv] erroneamente attribuiti alla creatura nota come Wendigo, diffidano i privati cittadini dall’intraprendere iniziative non autorizzate…”

Lo schermo fu spento. Ora di entrare in azione!

 

Il loro velivolo era in modalità-stealth. All’occhio nudo, sembrarono apparire dal nulla, sei degli angeli protettori del Popolo, il formidabile Power Pack:

Ø  Sir Wulf, il capobranco, grigio timberwolf americano in armatura blu e scarlatta. Cavalcava il suo fedele drago meccanico.

Ø  Ferocia, licantropa dal pelo rossiccio e grigio, la strega venuta da un lontanissimo passato. Usava la sua magia, per levitare verso il suolo.

Ø  Jon Talbain, il Campione del Popolo, dal pelo nero e bianco. Sedeva dietro a Sir Wulf.

Ø  Kody, pelliccia rossa rada e criniera bionda, figlio di una strega umana e di un mannaro. Stava in piedi accanto a Ferocia, anche lui sospeso su un paio di dischi di energie mistiche.

Ø  Maximus Lobo, licantropo mutante, coadiuvato nella discesa da Ferocia.

Ø  Il Predatore nel Buio, massiccio alieno lupino dal pelo bianco/argento. Per lui, nessun tipo di supporto. La creatura andava in caduta libera!

Ovviamente, il Predatore fu il primo ad arrivare a terra! Il suo impatto scosse diversi alberi. La nuvola di polvere era troppo fitta per vedere se fosse rimasto tutto intero…ma quando gli altri lupi atterrarono, il Predatore emerse con appena un velo di polvere sul manto.

“Niente male,” disse Jon, saltando giù dal ‘destriero’. “Mi pare di ricordare che una volta una tagliola ti ha quasi segato una gamba[xxxvi]. Hai preso le vitamine, da allora?

"," rispose l’altro, nel quasi incomprensibile adattamento della sua lingua nativa all’Inglese. ""

“Abbiamo il tempo per sentirla,” disse Ferocia, mentre tracciava con gli artigli delle figure di…insetti, nell’aria. Quando ebbe finito, pronunciò una parola in una lingua morta da oltre diecimila anni, e le creaturine di luce sciamarono veloci nel fitto degli alberi. “I miei avatar faranno la maggior parte del lavoro, e su una distanza superiore. Li ho istruiti a cercare la magia del Wendigo, ovunque lui si nasconda, e a scovare gli umani.”

Sir Wulf annuì, maledicendo l’assenza di Karnivor –i suoi poteri mentali avrebbero spianato la strada ancora più efficacemente[xxxvii]…Ma era inutile ululare alla preda persa. “Qualunque sia la ragione, restiamo uniti. Avremo bisogno di tutta la nostra forza combinata, se dovessimo incontrare il branco di Wendigo…E da ora, silenzio. Non si parla durante la caccia.”

 

“Sissignori, sono in tanti, adesso. Almeno una mezza dozzina, e potete scommettere che ce ne saranno ancora! Aumentano di numero, come un maledetto virus…” la sua non era solo la voce di un vecchio. Era la voce di un uomo il cui orgoglio era stato da tempo barattato con una bottiglia di alcool a poco prezzo. I muscoli si erano persi nel grasso generosamente donato dalle abitudini etiliche.

L’uomo puzzava di alcool e disfatta. Il tempo, e la lucidità, che gli restavano erano usati solo per costringere involontari ascoltatori a condividere la sua follia personale. “Ma vi siete chiesti come mai si sono trovate le ossa solo di un cadavere? E tutti gli altri? Solo i loro*urk!*” una mano lo afferrò bruscamente per il colletto della giacca a vento bisunta.

Ovviamente, gli ‘ascoltatori’ non erano tenuti a dargli retta, come il proprietario della locanda, che nonostante non fosse proprio un fusto, non mostrava difficoltà nello spostare il disgraziato attraverso l’ambiente fumoso. Sparpagliati versi di incoraggiamento venivano dai tavoli.

“Inutile che ti dimeni, Paul,” disse l’oste, mentre un cliente apriva la porta per facilitargli l’imminente ‘espulsione’. “Abbiamo già abbastanza problemi con i grilletti facili, senza bisogno di te che cominci a terrorizzare i turisti. E ringrazia che quei pochi che sono arrivati stanno ancora dormendo.” Pronunciate quelle parole, diede un’ultima spinta.

 

Paul barcollò fuori. Inciampò sui suoi passi, rovinò sui gradini e terminò a faccia in giù nella neve. In altre circostanze, cioè in uno stato di ubriachezza meno tosto, avrebbe almeno lanciato le sue migliori imprecazioni. Invece, emise solo un grugnito, mentre il suo ginocchio urtava contro una pietra. “Tanti…tanti…” ripeteva, mentre si sentiva sprofondare sempre più nel torpore alcolico…A quel punto, di morire assiderato non gli importava un granché…

Un paio di forti braccia lo tirarono su senza sforzo. Si ritrovò appoggiato a qualcuno, ma a quel punto il vecchio Paul era svenuto.

 

La porta si aprì. A quell’ora del mattino, la clientela non si poteva definire certo ‘rumorosa’…Pure, un silenzio di morte calò fra gli astanti. L’attenzione generale si canalizzò sui sei stranieri, che entrarono come fossero stati i padroni del locale. Uno di loro, un tizio dai tratti marcatamente ispanici, ed i capelli neri, reggeva il vecchio Paul. Gli occhi dello straniero erano due fuochi di carbone, occhi da assassino, che sfidavano silenziosamente chiunque a discutere il suo atto di altruismo.

L’unica donna del gruppo era poco più di una ragazza, una bellezza femminile appena maturata, dai lunghi capelli rossi. Era anche l’unica a sembrare…spaesata. Al suo fianco, come una sentinella, procedeva un omone che se non era il re di tutti i taglialegna poco ci mancava. Barba nera lunga, capelli corvini lunghi fino alle spalle, e muscoli che sembravano esplodere dalla sua maglietta senza maniche; un mostro d’uomo che camminava con la grazia di un lupo…

Un’immagine mentale che fece presa su diversi astanti, che non poterono evitare di pensare la stessa cosa del quarto straniero -corti capelli castani, un volto affilato e nobile, con due occhi che erano fuochi di giada. Vestiva di gran classe, con tanto di mantellina e bastone dal pomo d’oro, e nonostante ciò, il modo in cui spostava casualmente lo sguardo sulla gente, spingendola ad abbassare il proprio sguardo, ricordava troppo quello di un lupo intento a selezionare la pecora più appetitosa…

Il quinto uomo era il ritratto di un selvaggio in abiti civili. Giacca di pelle su maglietta bucata, blue-jeans spessi e lisi all’altezza delle ginocchia. Capelli biondi indomati e basette lunghe fino alla mandibola. Un trasandato il cui volto parlava a sua volta di un predatore tosto.

Il sesto avrebbe potuto essere scambiato -no, non ‘avrebbe potuto’: quello era un punk fatto e finito, con il suo bravo chiodo, capigliatura bionda tenuta su dal gel, occhiali neri, e pizzo su un volto altrimenti liscio come una pesca.

Era proprio il punk, a guardarsi intorno come se avesse appena trovato il paradiso. “Razzo! E dire che mi tocca infilarmi in una camera di simulazione, per godermi questa rusticata! Ehi, sei tu il main, qui?”

L’oste, a cui il giovane si era rivolto, fece uno sguardo come a chiedersi se quel coso lì fosse vero… “Chiedo scusa..?”

“Sì,” fece il ragazzo, con un gesto impaziente della mano. “Il main, il copyrighter…il direttore, quella roba lì!”

L’uomo mostrò il suo migliore cipiglio combattivo. “Io sono il proprietario. E voi sareste..?” dal suo tono, era chiaro che avrebbe corso il rischio di una denuncia per maltrattamenti, se la risposta non gli fosse piaciuta. In quel paese, le cose più moderne che fossero giunte erano il fondo a microonde e la parabolica TV. Quel giovane linguacciuto era un’offesa ambulante, turismo o non turismo!

“Io sono Zed,” rispose il ragazzo. Come in un gioco di prestigio, mise mano al taschino del chiodo, e ne estrasse una serie di documenti insieme ad una carta di credito color platino. “E i miei amici sono,” indicò la ragazza “Rahne,” poi il re dei taglialegna, “Sigmund,” poi l’ispanico, “Carlos,” poi il ‘nobile’, “Nikolai, ma Nik andrà bene lo stesso,” e infine l’ultimo, “Ilya. Ci piacerebbe una bella camera, di quelle grandi. Ah, e se ci prepari anche una bella branda, coperte e un paio di litrozzi di caffè di quello così forte che ci puoi lasciare un cucchiaino in piedi. E alla svelta.”

L’oste aveva gli occhi sbarrati a pesce, e quasi boccheggiava come tale. Tuttavia, qualunque cosa volesse dire il moccioso, era anche vero che la ‘plastica’ era roba di quella che perdere simili clienti lo avrebbe tormentato a vita ed oltre. Di malavoglia, l’oste si ricompose, e allungò il registro per le firme. “Se però quel vecchio ubriacone fa dei danni, vi sbatto fuori a calci, chiaro?”

“Codificato,” rispose Zed, mentre il resto del gruppo si allontanava verso le scale.

 

Aperta la porta ed entrati, l’ispanico andò subito verso il bagno. “Madre de Dios, quest’essere puzza come mio padre!” Entrò nel bagno, e poco dopo si udì il suono dell’acqua riempire la vasca da bagno. “Fortunatamente, siamo stati noi i primi a credergli.”

“Forse i soli, a credergli,” ribatté Zed. “Non si è mai scannerizzato più di un Wendigo per clock. E dobbiamo fare in fretta a tanare gli altri, prima che si scateni il panico.”

La decisione di mandare una squadra verso il paese non era tanto campata in aria -infatti, analizzando dati come l’area degli omicidi, i tempi, le impronte ed altro ancora, appariva chiaro che da qualche parte nel paese c’era la tana dei mostri…Una conclusione a cui anche l’FBSA sarebbe giunta presto. Precederli era di importanza vitale…anche perché il Consiglio del Popolo aveva un terribile sospetto sull’anomala diffusione dei Wendigo…

Il guaio era che i mostri antropofagi, giunto il giorno, scomparivano. A tutti gli effetti, se ne perdeva ogni traccia, fisica e magica! Rintracciare i loro alter-ego umani era impossibile…

Almeno, fino ad ora. Fino all’inaspettato colpo di fortuna: il vecchio Paul.

“Voglio solo sperare,” disse Carlos Lobo, “che la ‘conoscenza’ di questo relitto non sia autosuggestione alcolica…”

“Parli così solo perché è umano?” chiese Rahne Sinclair, entrando a sua volta. Aiutò il licantropo Messicano a spogliare il vecchio Paul, ed insieme lo adagiarono nella vasca.

“Nostro padre era così,” rispose Lobo. “Ed eravamo felici, io ed Eduardo, che lo fosse. Perché se non era completamente stordito, si divertiva a picchiarci. Viejo maldido.

Rahne si morse un labbro: lei era stata nella mente, nei ricordi di Carlos[xxxviii]…Ricordava ancora vividamente i due bambini stretti l’uno contro l’altro, a consolarsi, a sperare in un minimo di protezione dalla follia, dal dolore…

In silenzio, i due lavarono l’uomo.

In quel momento, bussarono alla porta della camera: erano un paio di camerieri, con branda, materasso e coperte. Sotto l’attento sguardo degli ospiti, disposero il tutto in una delle camere da letto. Quando ebbero finito, se ne andarono senza neppure pensare di chiedere la mancia –erano già abbastanza contenti di non venire sondati dagli occhi di quella strana gente…

 

Intanto, fuori, sul terrazzo, ‘Sigmund’ scrutava intensamente la valle sottostante, illuminata dal Sole appena sorto.

I suoi occhi brillarono di rosso, mentre osservava lo scorrere delle energie della biosfera –colori e flussi alterati, un risultato della corruzione di Gaea. Equilibri antichi come la vita erano stati scossi alla radice, e forse questa crisi dei Wendigo ne era una conseguenza…Una di tante conseguenze…

Ad ogni modo, nessuna traccia del mostro o di maghi umani. Solo quei patetici cacciatori, niente che un avviso alla squadra nelle foreste non potesse risolvere…

L’uomo tornò dentro l’albergo.

 

L’idea era semplice, in fondo: distrarre l’attenzione degli umani in zona, ‘sistemare’ le loro armi e veicoli, e proseguire indisturbati le ricerche. Ed aveva anche funzionato. Le scimmie, costrette a muoversi a piedi su quel terreno, dovevano fare ricorso ai loro preziosi elicotteri, per gli interventi rapidi.

Nascosto fra le ombre e la vegetazione, il branco osservò l’arrivo dei due mezzi. Sir Wulf aveva già posto un visore monoculare sull’occhio destro. Allo stesso tempo, un auricolare gli trasmetteva le comunicazioni fra i due apparecchi…o almeno, avrebbe dovuto. Perché i due apparecchi mantenevano un rigoroso silenzio radio…

Ma non era quello, a preoccupare il timberwolf: in fondo, quel comportamento non era che la conseguenza del fatto che i due apparecchi fossero militari. Visti dall’esterno, erano solo due velivoli non contrassegnati, neri, due modelli civili, senza armi…senza armi visibili.

Il visore rivelava ben altra verità! Era come avere la vista a raggi X, e Wulf vide gli uomini armati e le armi pesanti a bordo! Solo quei due mezzi avrebbero potuto fare a pezzi un intero branco di Wendigo.

Restava solo da chiedersi: chi erano? Gli informatori del Popolo nascosti fra gli umani avevano confermato che l’FBSA non sarebbe effettivamente giunta prima di sera. Non c’erano ‘missioni segrete’ in programma, non organizzate da quell’ente, almeno…

Gli elicotteri passarono sopra le loro teste, diretti verso il punto di arrivo del branco. Maledizione! Se si limitavano ad azzopparli, avrebbero solo finito col fare arrivare i rinforzi. D’altro canto, non fare nulla significava averli fra i piedi ad ogni…

L’attenzione generale si rivolse al Predatore! La creatura emise improvvisamente un ringhio tremendo, e schizzò via dalle ombre dove si era nascosta!

 

Il pilota vide il fulmine argenteo muoversi nella vegetazione, con la stessa facilità che se stesse correndo lungo un terreno pianeggiante. “Signori, ci siamo. Vediamo come sapete usare i vostri fucili.”

 

Sir Wulf vide gli elicotteri deviare all’inseguimento del Predatore. Continuavano a mantenere il silenzio radio –il che voleva dire che, chiunque fosse lo sponsor, c’era un’altissima probabilità che si trattasse di localizzare ed uccidere, senza tanti complimenti…

Pensando queste cose, il capobranco ed il resto dei lupi si gettarono all’inseguimento degli elicotteri –i quali, nonostante spingessero a tutta manetta, non riuscivano a stare dietro al…

Contatto! Un fruscio di statica, seguito dal ronzio del decodificatore, poi l’orecchio di Sir Wulf intercettò la conversazione da un elicottero. “…a voi. Ripeto: un Wendigo si sta dirigendo verso di voi. Cristo, è veloce. Persino più degli altri, passo.”

“Base Echo a Echo-22. Potrebbe non essere un Wendigo. Ripeto, potrebbe non essere un Wendigo. Anzi, credo che il tuo cagnolino abbia appena avvertito la presenza dei suoi simili.”

A quelle parole, per poco Sir Wulf non inciampò sui suoi passi! Hanno catturato dei Predatori?? Nessun media ne ha dato notizia! Il che voleva dire che il personale di questa ‘Base Echo’ era senza dubbio coinvolto in operazioni illecite, e da prima della corrente crisi!

Quello che udì subito dopo non fece che confermare tale certezza. “Lascialo arrivare…Anzi, spingilo nella nostra direzione, giusto nel caso che cambiasse idea. L’area è libera fino a noi. E da questo momento, ripristinate il silenzio radio. Base Echo, chiudo.”

Inutile perdere altro tempo, a quel punto. “Kody! Abbattili!”

La risposta fu pressoché immediata, senza esitazioni. Del resto, ad esclusione della sua famiglia adottiva del Circo Quentin, Kody non aveva alcuna ragione per amare gli uomini, responsabili della morte dei suoi genitori!

L’elaborato bracciale d’oro al polso destro si accese di energia, e si fuse. In un istante, abbandonata la sua forma, si ricompose, nella mano del mannaro, in una spada.

Senza smettere di correre, Kody menò un largo fendente con l’arma dalla lama d’oro. Rami di alberi furono tagliati di netto da un’invisibile arco; l’aria stessa sembrò deformarsi, mentre l’arco si espandeva,

raggiungeva gli elicotteri,

e li colpiva in pieno! I due apparecchi esplosero all’istante.

Il giovane mannaro rimase a bocca aperta, sorpreso da quello sfoggio di potenza. Guardò la sua arma tornare ad essere un bracciale…La Windcutter donatagli da Wildfang il Caduto era straordinaria! Se solo quel testardo felino non si fosse suicidato[xxxix]

“Ottimo lavoro,” disse Sir Wulf, spezzando il filo dei suoi pensieri. “Adesso bisogna allontanarsi, e in fretta, prima che l’improvvisa sparizione degli apparecchi ci porti addosso tutto il loro esercito. Ferocia..?”

La mannara-strega annuì. Poteva essere nuova a questo secolo, ma sapeva ancora valutare l’importanza di una pronta ritirata! Mormorò una Parola…

…E quella stessa Parola apparve, sotto forma di sigillo luminoso, ai piedi di ogni lupo, incluso il Predatore nel Buio. Prima che lui potesse reagire, il sigillo lo aveva avvolto nella propria luce. Un attimo dopo, il branco era scomparso.

 

Il suono dell’esplosione arrivò fino alle orecchie degli ospiti dell’albergo. Ci furono diversi mormorii riguardo all’instabilità del tempo.

Naturalmente, Rahne, Zed e Carlos riconobbero subito la natura di quel suono. Un attimo dopo, preceduta da uno scintillio, l’immagine astrale di Sir Wulf apparve in cima al tavolo intorno a cui i tre erano seduti. Rahne sobbalzò, ma fortunatamente non solo l’immagine era visibile solo a lei ed i suoi compagni, ma nessuno fece caso a lei, visto che il trio occupava un isolato posto d’angolo.

“Branco, abbiamo un problema,” esordì Wulf, e riassunse la situazione. Alla fine, disse, “Quindi, dobbiamo modificare la nostra tattica: voi sei, per ora, sarete da soli. Fate l’impossibile per rintracciare e neutralizzare i Wendigo in forma umana. Noi faremo la nostra parte con questa ‘Base Echo’. Buona caccia.” E scomparve.

Zed fece spallucce, e poi fece un cenno ad una cameriera che aveva visto anni migliori -in compenso, era l’unica donna in quel locale a potersi permettere di tenere testa ad un camionista incattivito dalla ciucca. “Cosa ti servo, biondino?” chiese con una voce da troppe sigarette.

“Un Fantasma di Fuoco,” disse prontamente il ragazzo. All’espressione incuriosita di lei, Carlos intervenne con un secco, “Due scotch doppi on the rocks, e per lei un frappè al cioccolato con soda.”

La donna annotò velocemente l’ordine, poi, guardando con curiosità il terzetto, disse, “Siete dell’Esercito della Salvezza o cosa?”

“Parla di quell’anziano, Paul?” chiese Rahne con una punta di durezza. “Il Signore ci ha insegnato ad avere compassione di chi soffre, e di aiutare i bisognosi. Crede che basti, come ragione?” Prima che potesse aggiungere altro, la donna disse, “Lui è fuori da ogni grazia, bambina. Era un trapper, uno dei migliori…fino a quando non ebbe la scellerata idea di portarsi il figlio a farsi le ossa in una delle sue spedizioni. Lì, incontrarono il Wendigo.

“Il ragazzo, Paul Jr., morì; aveva diciotto anni. Il vecchio Paul sopravvisse, ma la sua mente era andata per sempre, senza contare l’ira della moglie, che col divorzio gli tolse ogni centesimo…Alla fine, cominciò a bere. Credevamo, speravamo, che gli sarebbe passata presto.” La donna sospirò. “Poi, invece, durante l’ennesimo tentativo di disintossicazione, prese ad usare l’eroina. Quel vecchio mulo ha una fibra di ferro, e riuscì a tirare avanti, laddove altri sarebbero morti. E c’è anche…”

“Danielle, per la miseria!” fece l’oste, picchiettando con le nocche sul bancone.

La donnona fece un sorriso imbarazzato. “Scusate il cianciare di questa vecchia matta. Vado a prendervi la roba. E per la nostra piccola samaritana, ci aggiungiamo qualcosa di speciale, al suo ordine!”

‘Danielle’…Rahne sospirò. Dio, quanta voglia aveva, di rivedere la sua vecchia amica…

Zed iniziò a giocherellare con un elastico teso fra le dita, facendo del suo peggio per imitare il suono di uno scacciapensieri. Fino a quel momento, la sua tattica si era rivelata vincente: attirare l’attenzione, distrarre gli altri, era decisamente più efficace che cercare di agire mimetizzati, nell’ombra. I pochi sguardi seccati che risposero all’esibizione del giovane non andarono ai suoi piedi.

Nessuno si accorse del curioso fenomeno di ‘partenogenesi’ delle scarpe di Zed. Nessuno vide la gomma delle suole generare minuscole creature meccaniche, che, una volta libere dalla loro ‘madre’, prendevano a sciamare in tutte le direzioni…

 

Base Echo

 

“Energie mistiche, eh? Ci mancava solo quel maledetto Sciamano, a guastarci la festa!”

Procedevano lungo un corridoio illuminato da due file ininterrotte di neon, lungo il pavimento e lungo il soffitto. A parlare, era stato un uomo -il ritratto vivente del veterano di tutte le accademie, con barba ormai grigia, corta e folta, un fisico ingrigito come i suoi capelli, con una pancetta da troppa scrivania e svariate diete per contenere i danni. Vestiva un lungo camice bianco pieno di medaglie e mostrine varie. Sulla cintura, la fibbia mostrava un ologramma di un globo terracqueo stilizzato e circondato da una corona d’alloro avvolta intorno ad una coppia di spade; una corona di bandiere di varie nazioni circondava il tutto.

Accanto a lui, procedeva un omino che, per contrasto, sembrava appena partorito da una commissione d’esame. Non c’era una sola medaglia o mostrina, sul suo camice, ma era assolutamente immacolato, dai capelli biondi cotonati alle scarpe lucidissime. “Veramente, nessuno ha citato Alpha Flight, Generale. Le analisi, anzi, suggeriscono un altro tipo di…”

L’anziano gallonato fece un cenno dismissivo. “Bla bla bla. Se non è stato Sciamano, è stata la sua degna figliola, Talisman, o qualche altro loro amico pellerossa. O magari qualcuno dei Vendicatori. Quei boy-scout con manie di grandezza stanno cominciando a ficcare il naso dappertutto, peggio di uno stormo di comari annoiate, e siamo costretti a muoverci con i piedi di piombo. Altrimenti, altro che abbatterci elicotteri come se fossero i padroni del mondo!”

Ad un certo punto, una porta scorrevole si aprì sulla loro sinistra. Loro entrarono.

“Almeno è pronto questo coso, signor Pulmann?”

“Uh, sì, Generale.” Si trovavano ora in una stanza a geometria ottagonale, illuminata da deboli luci rosse. Le pareti erano coperte da spesse piastre metalliche. Non si vedeva un solo cavo o tubazione, e tutti i monitor erano strettamente olografici, con i generatori d’immagini posti nel pavimento.

C’era solo un oggetto, al centro della stanza: una teca di cristallo antiproiettile, piena di un liquido trasparente, nel quale galleggiava un corpo! Il corpo di un uomo, che per corporatura e costume, a due tonalità di marrone, Rahne avrebbe subito riconosciuto come il temibile Wolverine.

Pulmann sorrise servilmente al suo superiore. “Abbiamo terminato gli ultimi test poco fa. Obbedirà senza fare storie, e con i suoi artigli ed ossa di adamantio saprà fare strage degli intrusi, chiunque essi siano.”

Il misterioso Generale annuì, soddisfatto. “Ottimo. Allora scateniamolo. Quasi vale la pena rimandare qualche test con i Predatori nel Buio, per godersi questo spettacolo…”

 

Episodio 19 - Di uomini e mostri (II parte)

 

Villaggio di Saint-Lo, Columbia Mountains Regions, Canada

 

In piedi, sul terrazzo, l’uomo scrutava intensamente la valle sottostante, illuminata dal Sole appena sorto. Era un uomo grande, robusto, dalla lunga barba corvina, vestito di spessi jeans ed una maglietta senza maniche. I vestiti erano appena in grado di contenere la sua forma.

I suoi occhi brillarono di rosso, mentre osservava lo scorrere delle energie della biosfera –colori e flussi alterati, un risultato della corruzione di Gaea. Equilibri antichi come la vita erano stati scossi alla radice, e forse questa crisi dei Wendigo ne era una conseguenza…Una di tante conseguenze…

Ad ogni modo, nessuna traccia del mostro o di maghi umani. Solo quei patetici cacciatori, niente che un avviso alla squadra nelle foreste non potesse risolvere…

L’uomo tornò dentro l’albergo.

E vi trovò l’inaspettato!

“Ti stavo aspettando, Fenris di Asgard, figlio di Loki,” disse il lupo mannaro al centro della stanza. Anche se era nudo, era impossibile capire se fosse maschio o femmina: la sua pelliccia era così nera che sembrava ottenuta strappando un frammento alla Notte stessa. Del suo muso, si potevano distinguere solo le bianchissime zanne. I suoi occhi erano piccoli soli gialli, attenti, scrutatori. Stava in piedi, torreggiante e solenne, sulla figura di un uomo anziano, intento a dormire della grossa su una branda. O per lo stordimento, o forse per altre ragioni, l’uomo rimase beatamente ignaro dello strano incontro.

L’uomo robusto, un travestimento che andava in giro col nome di ‘Sigmund’, inchinò profondamente la testa in segno di rispetto. “Non mi aspettavo davvero una visita di un Consigliere del Popolo, Milady,” disse, con una voce pacata ma ugualmente spaventosa a sentirsi, inumana. “A cosa dobbiamo l’onore della Vostra venuta?”

Darika avanzò con il passo lieve di un fantasma. Neppure guardandola di profilo, si potevano distinguere caratteristiche femminili. Solo il colore della sua pelliccia la distingueva dai suoi ‘fratelli’. “Sei chiamato a partecipare a un momento cruciale per il futuro del Popolo.”

Non importava, in quel momento, che Fenris fosse o no un Dio. Era, per propria volontà, un membro dei difensori del Popolo, il Power Pack. E in quanto tale, il giuramento di fedeltà al Consiglio lo vincolava come ogni altro lupo Mannaro e Naturale della Terra; almeno fino a quando tale giuramento coincideva con i propri interessi…E, a prescindere da tutto ciò, Fenris non poteva che provare rispetto per delle creature mortali già anziane quando Asgard doveva ancora sorgere.

Darika spiegò con attenzione i particolari della missione. Alla fine, l’’uomo’ sorrise con una bocca frastagliata di zanne. “Se me lo consentite, Milady, intendo ricorrere ad un travestimento a cui avevo pensato da tempo…e che potrà comunque tornare utile al Branco, in futuro. Anche se non comprendo perché ci sia bisogno proprio di me, in un momento come questo, e per una cosa così semplice.”

La Consigliera annuì. “Percepisco di quale scelta si tratti, e hai la nostra approvazione. Quanto alla tua scelta, sappi che quel posto è saturo delle forze senza controllo di migliaia di spiriti inquieti. Considerati la scelta più…sicura. Ora, andiamo.”

Come miraggi, le due figure tremolarono. E svanirono[xl].

 

 “Ragazzi, va tutto bene?”

Erano in tre, al tavolo: Rahne Sinclair, Carlos Lobo e Zed. I tre, giunti insieme a Fenris ed altri due mannari del Pack, inseguivano una loro pista per trovare le cause di un’anomalia che stava seminando il terrore in quell’area del Canada: un branco di Wendigo.

Wendigo: il mostro cannibale, la maledizione vivente, un essere che rinasceva ogni qualvolta un essere umano pasteggiava delle carni di un proprio simile…E, sempre, il fenomeno non aveva interessato più di una persona per volta. Almeno secondo le cronache.

E secondo il buonsenso. I cannibali non erano necessariamente esseri solitari: un intero club, per quanto ristretto, di simili pervertiti che praticassero ritualisticamente tale pratica, avrebbe infestato le foreste Canadesi di brutto, e più di una volta.

L’umanità era stata dunque assistita da una lunga, cieca fortuna, in tutto questo tempo? Improbabile.

Tuttavia, per quante colorite ipotesi si potessero fare, i fatti restavano. Wendigo era un solitario. Quello che stava succedendo era una tragica eccezione, e forse, la spiegazione riguardava questi tre campioni del Popolo molto da vicino -se i Consiglieri avevano ragione, e di solito l’avevano.

La pista aveva portato la squadra di sei fino a Saint-Lo: i mostri apparivano di notte e scomparivano all’alba, e il loro campo d’azione aveva, come centro, proprio il villaggio turistico, meta obbligatoria per i turisti diretti al Glacier National Park in cerca di emozioni ma non di percorsi difficili.

Il sottobranco era stato fortunato, ad incontrare un potenziale testimone oculare, un vecchio di nome Paul, lo stesso che ora stava dormendo nella camera occupata dai mannari. Lo stesso che, ora, era rimasto solo!

La presenza di Darika era stata come un’esplosione empatica, nei cuori e nelle menti del trio: poco ci era mancato che si mettessero ad ulularle il loro benvenuto! E, invece, se ne erano rimasti lì, apparentemente a gustarsi le loro ordinazioni, in realtà con uno sguardo quasi vitreo…

Poi, brutalmente come era apparsa, la presenza della Consigliera era svanita! E Fenris con lei!

Era stato a quel punto, accorgendosi delle espressioni scioccate dei tre stranieri, che la cameriera che li aveva serviti, un donnone di nome Danielle, si era loro avvicinata, ed aveva posto la domanda.

Carlos reagì per primo. Senza dire una parola, si alzò, cioè scattò, in piedi, rovesciando la sua sedia e quasi il tavolo. Corse davanti ad un’esterrefatta Danielle, e poi verso le scale. Coprì i gradini a tre per volta, e giunse alla loro camera. Spinse sulla maniglia…e all’ultimo istante, si ricordò della chiave. Un buon duplicato, a dire il vero, per grazia di Zed, ma servì allo scopo.

La porta fu aperta, e il mannaro Messicano entrò. Si guardò intorno: tutto a posto; anzi, il vecchio continuava a dormire il suo sonno da ubriaco…

Carlos si sedette a vigilare su di lui, vergognandosi di avere ceduto al panico. Con i loro sensi, e gli altri fuori, a controllare le strade, ed il vecchio lontano dalla finestra, le probabilità che un attentato alla vita dell’umano riuscisse a coglierli di sorpresa erano pressoché nulle…

 

Di sotto, Danielle guardava con ammirazione verso le scale. “Devo cominciare a ricredermi su di voi giovanotti: raramente ho visto qualcuno preoccuparsi di quel vecchio rottame…almeno, da quando è diventato un vecchio rottame.”

“Non meritiamo tutti una seconda possibilità?” chiese Zed, distrattamente, sorseggiando la sua birra.

La donna annuì, altrettanto distrattamente, mentre preparava il suo blocchetto e un mozzicone di matita. “Se lo dite voi…Piuttosto, cosa prendete da mangiare? Qui non siamo al parco, stranieri.”

Il duo prese gli articoli più economici sul menu, e quando Danielle si fu allontanata, Rahne si rivolse a Zed. “Qualcosa non va? Sembri…assente. Non hai trovato niente?”

Il giovane dai capelli biondi, tirati all’indietro e sostenuti da generose dosi di gel, fece una mezza smorfia. “Già, i microidi mandati in esplorazione non hanno nulla da segnalare per quanto riguarda variazioni energetiche ed altre tracce a noi ‘invisibili’. Proprio così…” E sprofondò nuovamente in un pensoso silenzio. Rahne fu abbastanza delicata da non insistere, per ora. Del resto, cosa avrebbe potuto dirle, proprio durante questa missione? Che fra pochi giorni, sarebbero stati tutti morti? Non proprio una bella iniezione di morale, nossignori!

 

“’Turismo’.” La parola uscì dalle labbra come fosse stata la definizione di qualcosa di spregevole. E per Nikolai Jossiphovich Apokalov, non c’era niente di più vero, alla vista dell’attività che riempiva il villaggio. Sì, la prudenza era diventata parte integrante degli odori, delle parole e dei movimenti degli umani, ma ugualmente erano intenzionati a sfidare il fato…

“Patetici plebei. Andare in giro a spalancare gli occhi come pecore al macello e seminare spazzatura come se si trovassero nella loro dacia. È un miracolo che questa terra mantenga ancora un aspetto di verginità.”

Apokalov procedeva per le strade come se fosse stato il padrone del posto. Chi lo udiva, al massimo gli lanciava un’occhiata rabbiosa o diffidente, faceva per rispondergli…poi, si accorgeva degli occhi di Apokalov. Occhi di un assassino fatto e finito, che aspettava solo un pretesto…

Quando l’ennesimo locale decise che la propria pelle non valeva una discussione con l’arrogante straniero, il compagno di questi disse, “Sai, tovarich, per un certo periodo della mia vita ho davvero creduto che voi figli dello Zar foste la causa di tutti i mali della Rodina. Se vi si potesse votare, adesso, metterei la firma. Anche se diversi di voi erano degli stronzi caccialupi.”

Nik osservò l’altro: a parte la licantropia, non avrebbe potuto essere più diverso, in tutto. Ilya Dubromovitch Skorzorki, alias Volk era Siberiano, non Russo. Era letale quanto e forse più di Apokalov, ma si faceva notare per i suoi modi e l’aspetto rozzi. Maglietta bianca e impermeabile di cerata nero. Blue Jeans di terz’ordine e stivali alti in cuoio nero; quello era sia il suo abbigliamento ‘ordinario’ che quello ‘da battaglia’. Attirava così vistosamente l’attenzione, insieme al suo marcato accento, da distrarre l’attenzione sul suo vero scopo, durante quella che era un’attenta caccia.

“Non la mia famiglia,” disse Nik, nel suo Inglese imparato attraverso i migliori tutori privati che le ricchezze di famiglia potessero permettergli. “Anche se i miei antenati, di lupine avevano solo le loro fantasie. Sentito niente di interessante, piuttosto?”

“Solo quello che hai sentito tu: elicottero in arrivo.”

Nik si tolse una ‘cipolla’ dal taschino; era un pezzo placcato di fine oro massiccio, con una testa di lupo incisa sul dorso. Lo aprì con uno scatto. “Hm. Sono in anticipo.” Sia lui che Ilya puntarono gli occhi verso il cielo, occhi capaci di vedere a distanze ben più elevate rispetto a quelli umani; e non c’era dubbio, l’elicottero era quello della polizia, e veniva dalla direzione del vicino aeroporto. C’era da scommettere che portava gli agenti speciali dell’FBSA, mandati in soccorso della polizia locale; i Canadesi non li avevano espressamente chiesti, ma dato che una delle ultime vittime era un cittadino Americano…

Ilya guardò verso un altro vicolo. “Già. Meglio sbrigarci, prima che diventi troppo affollato.”

Dirigendosi verso il vicolo, Nik ne approfittò per chiedergli, con un tono di voce così basso da rendere le parole inimpercettibili ad un umano, “Come mai hai scelto di diventare lupo? C’erano dei Votati, nella tua famiglia?”

“Non so cosa siano questi Votati, ma una cosa è certa: come sicario del KGB, ho avuto modo di lavorare da solo in molte occasioni, spesso muovendomi nelle steppe…E fra una missione e l’altra, ho imparato a conoscere i lupi; ho cacciato con loro, corso insieme a loro, e lottato con loro…Li ammiravo e li amavo come nessun altro al mondo.

“Ci sono popoli umani che pensano di avere sofferto, ma nessun uomo è stato perseguitato come i lupi, e loro sono ancora lì, a ricordarci che faranno l’impossibile per continuare ad esistere quando l’Uomo si sarà estinto per la propria stupidità.

“Volevo essere come loro, e mi sono offerto volontario per l’innesto di geni di lupo. I miei superiori volevano l’arma finale, ma neppure loro poterono controllarmi a lungo, una volta che avevo ottenuto il mio scopo…Eh?”

Ogni loro senso era teso al massimo. Suoni e odori provenienti dalle case avevano ben pochi segreti. Fino a quel momento, la tensione fra le mura domestiche avrebbe potuto essere pesata, ogni famiglia e single erano come bombe in attesa di esplodere…

E, finalmente, l’esplosione ci fu. Da un appartamento al secondo piano di una palazzina, per la precisione….Cercavano di mantenere un tono basso quanto bastava per sfogare i loro rancori. Gli incauti!

“E cosa avresti intenzione di fare, con quella?” La domanda la pose, in tono di sfida, una voce femminile, giovane.

Una zaffata di vento portò giù l’odore attraverso una finestra chiusa ma non stagna; odore di metallo e polvere da sparo! Ed insieme a quell’odore, la puzza di paura e di rabbia di un maschio anziano. “Intendo impedirti di commettere una sciocchezza, Marie! Non puoi metterci in pericolo tutti, hai già fatto abbastanza sciocchezze. Questo….problema passerà, se solo vorrai…”

L’odore delle emozioni si stava intensificando. L’umana adulta era presente, e taceva; era facile immaginarla in un angolo, immobile, capace solo di osservare ad occhi sgranati, troppo spaventata per metterci parola…

“Passare?” La voce della ragazza era un crescendo d’ira. “Voi potete fingere che vada tutto bene, che nessuno in questo cazzo di paese ne sappia nulla! Mi dispiace, papà, i mostri esistono, e sono qua fuori, pronti a divorarti, mentre voi tacete, sperando che non si accorgano di voi! E vuoi sapere una cosa? So chi sono e so come evitarli; quindi, papà, piantala con quella pistola e lasciami uscire. Non potrai impedirmelo per sempre…” Ma, già al ‘so chi sono’, in strada non c’era più nessuno ad ascoltarla…

 

“Non te lo posso permettere.” La pistola era puntata, ma le mani del vecchio tremavano. La sua espressione severa era spezzata dal labbro tremante e dalle lacrime che avevano appena iniziato a scendere. Come i licantropi avevano immaginato, la madre della ragazza se ne stava seduta su una poltrona, ‘freddata’ con il piattino con tazza di tè sul grembo. Aveva l’aria di chi non riuscisse a capire se quello spettacolo stesse accadendo per davvero o meno.

Il vecchio scosse la testa per l’ennesima volta. “Noi ti vogliamo bene, Marie, ma questo deve finire. Lo capisci? È solo una questione di…”

Marie era una ragazzina, appena sulla soglia della maturità, il corpo già promettente ma vestita come la teenager che ancora era, con tanto di una zazzera castana condita da cosmetici ad effetto-gel. Ancora una volta, Marie levò gli occhi al cielo con fare drammatico. “Papà, non puoi dirmi cosa fare per…ODDIO!”

Avvenne in un attimo! Più tardi, alla Polizia prima ed all’FBSA poi, Thomàs Caldron avrebbe ammesso, con propria grande vergogna, di essere stato preso da un senso di mostruoso terrore, come se dalla porta fosse arrivato l’angelo della morte in persona. La stessa sensazione sarebbe stata riferita dalla Sig.ra Antoniette, che avrebbe aggiunto di essere svenuta un attimo dopo. Nessuno dei due avrebbe saputo descrivere l’intruso, se non come una specie di ombra, velocissimo. Aveva aperto la porta con una sola spallata, distruggendo come niente la serratura, si era introdotto ed aveva portato via Marie fra le sue braccia, senza il minimo sforzo, per poi gettarsi dalla finestra.

Quanto alla testimonianza di Marie, be’, torniamo al momento in cui vide la porta di casa spalancarsi verso l’interno, mentre la serratura saltava. Il condominio era stato realizzato in economia, e quella era una zona a tasso quasi nullo di criminalità: le porte blindate erano roba da cittadini-femminucce!

Marie non ebbe neppure il tempo di pensare ad una frase di avvertimento per il padre. La mostruosa ombra nera fu dentro -era una testa di lupo, quella sulle spalle?- e le fu addosso! Sentì un braccio pieno di pelliccia e muscoli duri come il ferro afferrarla come fosse stata senza peso, e l’attimo dopo sentì vetro e legno spaccarsi. Frammenti cristallini e schegge sottili le si infilarono nei capelli e le graffiarono le guance, poi cominciarono i sobbalzi. L’adrenalina scorreva a fiumi, rendendola conscia di ogni particolare, dall’aria fredda al proprio cuore impazzito, all’odore animale che l’avvolgeva. Chiunque fosse quel tizio, non era umano! Non si era messa ad urlare, fino a quel momento, perché era stata troppo spaventata; poi, improvvisamente decise che non aveva davvero voglia di vedere come sarebbe stata zittita!

Le evoluzioni del mostro li avevano portati sui tetti, e da lì era iniziata una corsa veloce. La polizia si stava facendo sentire, finalmente, ma sembrava così lontana..!

Poi, la creatura si fermò. Senza molta grazia, Marie fu depositata a terra, dove atterrò sul sedere. Prima ancora che potesse spiccicare parola, un dito artigliato le si posò sulle labbra. Dio, non aveva mai visto un artiglio così simile ad un pugnale! Non così da vicino, almeno!

“Ssshh,” disse la voce del mostro, una voce gutturale e profonda. Lei staccò a fatica lo sguardo da quel dito, e incontrò un paio di occhi di puro smeraldo, accesi dell’inconfondibile fuoco assassino del predatore. Gli occhi di un lupo.

“Un solo grido, e pasteggerò con le tue carni.”

Marie annuì freneticamente. Gli credeva, oh, come gli credeva. Istintivamente, chiese, “Chi…cosa sei?”

Restando accosciato, l’uomo-lupo dalla pelliccia nero-bluastra, completamente nudo ad eccezione di alcune fasce piene di tasche disposte sul torace, intorno alle spalle, ai polsi ed alle cosce, disse, “Mi chiamo Hellwolf, miss Marie. E lui è il mio…collega, Volk. E abbiamo qualche domanda da farti.”

Lei si voltò a guardare un secondo licantropo. Aveva un pelo leggermente più lungo, di una sfumatura grigio-azzurra, ed un ciuffo nero che lo coronava come una corta criniera. Indossava una specie di armatura, che non aveva bisogno di coprirlo completamente per sembrare letale. In una mano, il mannaro portava una pistola -e chissà perché, quel particolare quasi la fece scoppiare in una risata! Che cavolo se ne facevano quei mostri, di un’arma da uomini? “E…cosa vorreste chiedermi? Hm? L’ingrediente segreto della nonna per la crostata di neonato? Oppure*glick!*” deglutì, quando si vide una mano piena di quegli artigli circondarle la gola.

“I mostri. I Wendigo. Hai detto di sapere dove sono. Diccelo, e ne uscirai viva.”

“I..?” Marie deglutì ancora, quando avrebbe voluto mettersi a ridere di nuovo. “Vi sbagliate. Non stavo parlando di quei mostri, ma dei miei amici. Lo giuro, Diotipregocredimi!”

I due mannari si scambiarono un’occhiata che era un punto interrogativo.

Marie stava quasi ansimando, avendo finalmente realizzato in quale mortale pericolo si trovava. “I miei amici…alcuni sono tossicodipendenti. La droga è arrivata a Saint-Lo con dei turisti qualche mese fa, e alcuni miei amici ora sono nel tunnel, sono loro i ‘mostri cattivi’ secondo mio padre, volevo solo provocarlo. Oddio, ti prego, non volevononvolevo…”

Odore e tono di voce parlavano di verità. La mano fu ritirata. I due mannari bestemmiarono qualcosa in un dialetto Russo. Nella stessa lingua, si scambiarono qualcosa, e finalmente si rivolsero di nuovo a lei, tornando all’Inglese.

“I tuoi amici…quelli drogati,” disse Volk, la cui voce, nonostante le inflessioni della gola bestiale, era meno morbida, più rauca, della voce di Hellwolf, “Conoscono i bassifondi di questo paese?”

“Uh…” rapidissima occhiata a ‘wolf, “Bazzicano il ‘quartiere fantasma’. In origine, erano i magazzini, ma dopo che una slavina ne ha travolti la metà, nessuno si è preso la briga di prendere gli altri e ripulire la zona. Lo sanno tutti che i tossici si radunano lì, ma chiudono gli occhi, e…” vide un altro scambio di occhiate e di assensi fatti di fliccar d’orecchie. Poi, Hellwolf disse, “Portaci lì.”

 

Carlos cominciava a chiedersi se non avesse fatto un colossale errore a scegliere proprio la strada del Pack, per incamminarsi verso la redenzione!

Da quando il lupo era emerso per la prima volta, Carlos aveva deciso di adottarne i tratti più sanguinari che la cultura aveva applicato all’animale. Aveva fatto propri quei tratti in tutto e per tutto, decidendo che così era che un lupo forgiava la propria vita. E aveva trascinato il suo povero fratello, Eduardo, nella sua sete di sangue…

Come si era sbagliato! Ben altra cosa, era il re delle foreste, e accettandone le vere vie, stava scoprendo di stare per bruciare un ponte molto importante con il suo passato, e proprio ora che credeva di stare innamorandosi…

Innamorandosi di Glory Grant. La donna di Eduardo, la sola donna dopo la defunta Esmelda capace di placare il cuore del lupo…

Dio, come le mancava! E, forse, visto come stavano procedendo le cose fra Rahne e Jon Talbain, c’era davvero una possibilità concreta che non avrebbe mai potuto essere più che un…buon amico, per lei. E niente altro…Hm?

Sirene della polizia! E, un attimo dopo, un crescendo di voci concitate dalla strada. Questa non ci voleva!

In quel momento, l’odore del loro ospite cambiò Era ancora immobile, ma era chiaro che ormai era prossimo ad aprire gli occhi…

E Paul aprì gli occhi, di colpo. I suoi sensi furono subito all’erta. Era pienamente cosciente dell’ambiente…e della presenza alle sue spalle. Nonostante fosse tutt’altro che tranquillo, riuscì a mantenere il suo respiro sullo stesso ritmo di quello del sonno, sperando di ingannare chiunque stesse vegliando su di lui…

“Ben svegliato, hombre,” disse Carlos.

Cavolo! Paul si voltò. Il sonno lo aveva un minimo ripulito dal veleno, ed ora poté rivolgersi allo straniero con una parvenza di lucidità. “Prima di doverti maledire, potrei sapere il tuo nome?”

Sentendolo parlare, Carlos si accigliò. Quando lo avevano salvato da sicuro assideramento[xli], quell’uomo, nel suo stato di ubriachezza, gli era sembrato uno spirito tormentato, sofferente, ma basicamente una brava persona. Adesso, invece, c’era qualcosa di…oscuro, in lui. E non tanto per le sue parole, quanto per le emozioni che le oscuravano. Anche il suo odore era drasticamente cambiato, venato da qualcosa che incitava il mannaro a cambiare forma e strappargli la gola…No, in un certo senso, quest’uomo non era la stessa persona di ieri notte.

Carlos si presentò. E, qualunque altra cosa stesse per chiedergli Paul, l’uomo fu interrotto dall’aprirsi della porta. Carlos fu il primo ad accorgersi del brusco accentuarsi dell’’aura’ negativa dell’uomo, anche se solo per un momento.

Rahne e Zed entrarono. “Carlos,” disse lei, “gli altri hanno forse scoperto qualcosa. Sono sulla pesta, adesso, e ci terranno aggiornati. Dobbiamo…” solo allora, si accorse di Paul. E anche lei, Carlos vide, si irrigidì, in guardia, per un istante. Per contro, Zed non ebbe alcuna reazione.

Paul si alzò in piedi. “Magnifico. Ora che ci siamo visti tutti, vi ringrazio per l’aiuto eccetera eccetera; scusatemi, ma devo proprio andare. Non ho avuto un goccio da ieri, e…” Aveva iniziato ad incamminarsi verso la porta, quando fu afferrato per un braccio.

“Non così in fretta,” disse Carlos. “Dobbiamo parlare. Di una nostra comune conoscenza. Di Wendigo.”

Il vecchio si morse il labbro inferiore: sapeva, dalla loro postura e dalle loro espressioni, che mentire non gli sarebbe servito. Erano del Popolo! I loro sensi erano acuti, loro avrebbero scoperto tutto, in un modo o nell’altro. C’era solo una cosa, da fare… “Io non ho nulla da dirvi. Perché non lasciate in pace un povero vecchio?”

Trasformazione! Mentre pronunciava quelle parole, voce, odore, postura -era il vecchio Paul, la vittima di un fato crudele, e basta. Carlos esitò, allentò la presa.

Paul ne approfittò per spingerlo via, con una forza insospettata, e uscì di corsa dalla porta aperta, gridando a pieni polmoni, con tutta la paura che potesse mettere su, “Aiuto! Mutanti! Mostri! Mi vogliono uccidere!

Carlos, Rahne e Zed lo seguirono al volo, ma quando anche loro si avventurarono per le scale, scoprirono che Paul, alla fine, godeva di un minimo di rispetto da parte dei compaesani; perché una folla si era radunata alla base delle scale, e nessuno sembrava bene intenzionato verso gli stranieri!

“Mi sa che abbiamo toppato di brutto, vero?” fece Carlos, osservando Paul prendere il largo attraverso l’uscita, scortato da un poliziotto. L’ironia era che, forse, quel casino non sarebbe successo, se non fosse stato per la proditoria azione di Hellwolf, che aveva aggiunto una tacca alla tensione generale…

“Fermi dove siete, muties!” fece qualcuno fra i civili, puntando una Magnum a tamburo all’indirizzo del trio. Anche il proprietario del locale fece lo stesso, con una doppietta.

“Ritirata veloce, Zed,” sussurrò Rahne. “Sei pronto?”

In tutta risposta, il giovane cambiò di colpo forma! Il suo corpo si trasformò in una spessa barriera fatta di circuiti e metallo! Come previsto, il civile e l’oste spararono verso la fonte del movimento. I loro colpi si infransero contro la barriera vivente. E quando la barriera si ritirò, scorrendo di nuovo come liquido dentro la stanza, anche gli altri due se n’erano andati!

Lo stupore generale non durò molto, giusto il tempo di bestemmiare e dirigersi lungo le scale, all’inseguimento. Ma, posti i piedi sui primi gradini, ci fu il suono di uno schianto, seguito da quello…di un razzo??

 

Il piccolo apparecchio, una sorta di deltaplano a motore, si levò nel cielo dopo avere poco elegantemente sfondato il muro della camera. Di sotto, le sirene si moltiplicarono, e il panico iniziava a farsi largo fra la gente.

Questa strategia era stata attentamente discussa nel Pack, mentre si lanciavano verso il Canada. Era meglio che fosse Zed, cioè Warewolf, ad attirare tutta l’attenzione possibile su di sé, in modo da lasciare più spazio di manovra agli altri. La Phobia doveva essere usata per distrarre eventuali spettatori solo se strettamente necessario.

Rahne e Carlos stavano sdraiati parallelamente nel corpo del mannita. “Non corriamo rischi inutili,” disse la licantropa Scozzese. “Non con l’FBSA in arrivo. Preparati a fare come dico…”

 

L’apparecchio fece una cabrata perfetta, e tornò verso il villaggio. Scese di quota, fino a sfiorare la larga Main Street. Era velocissimo! Si lasciava dietro una scia di polvere e neve. La maggior parte della gente scappò a gambe levate non appena aveva visto la manovra. Nessuno si sarebbe fatto del male, ma questo, naturalmente, non lo sapevano.

In compenso, com’era prevedibile, ci fu qualcuno, più d’uno, che decise che quell’’invasione’ era la goccia che faceva traboccare il vaso. Qualcuno armato, che non esitò un istante a puntare e sparare!

Miracolo od ottima mira che fosse, i proiettili andarono a segno! La rosa di pallettoni colpì sia l’ala che uno dei propulsori. Fiamme e volute di fumo si levarono dall’apparecchio, il cui assetto vacillò visibilmente. Per un attimo, l’uccello artificiale sembrò essere lì lì per cadere. Poi, con un’ultima fiammata dei razzi, esso si impennò. Uscì dal villaggio, e al culmine della sua parabola, precipitò. Pochi istanti dopo, si udì un’esplosione, e una colonna di fumo e fiamme si levò al cielo.

Ci furono delle grida di giubilo fra la folla. Prima uno, poi un altro, poi tutti coloro che avevano assistito si precipitarono all’inseguimento.

 

“Sto per vomitare. Giuro che sto per vomitare. Oddio…”

Normalmente, Marie non si era preoccupata più di tanto per i suoi ‘amici’. Anzi, da quando l’avevano minacciata per rubarle i soldi per le loro dosi, lei aveva fatto proprio quello che qualunque benpensante si premuniva di fare in simili occasioni: aveva voltato loro le spalle, decidendo di dimenticarli. Poi, quando i massacri nel Parco erano iniziati, giorno dopo giorno, Marie aveva cominciato a preoccuparsi.

Alla fine, che le piacesse o no, quei ragazzi erano stati suoi amici da quando erano bambini, in un paese dove ci si conosceva tutti…E quella sera, voleva andare proprio da loro.

Quando quei mostri le avevano detto di portarla al Quartiere Fantasma, non le era passato per la testa di fare l’eroina e prenderli in giro: aveva avuto paura, e se ne sarebbe vergognata dopo. Per ora, voleva almeno vedere se i ragazzi stessero bene.

La puzza della carne putrescente, del sangue e degli escrementi li aveva raggiunti nel momento in cui avevano messo piede nella zona disastrata: era come una cappa, opprimente, che gridava loro di andarsene, e in fretta! I lupi avevano reagito drizzando il pelo e snudando le zanne. Se lei lo sentiva così forte, come doveva essere per loro?

Avevano camminato in quel posto di morte, con Volk ed Hellwolf più prudenti che mai. A quel punto, Marie aveva capito che non li avrebbe trovati vivi…Ma, ancora, sperava, e pregava…

Le preghiere le morirono dentro quando, aperta la porta arrugginita di un magazzino, si erano trovati di fronte la fonte del fetore. E di qualcos’altro. E tutti seppero di essere arrivati nella tana dei Wendigo.

Hellwolf disse, “Voi restate qui.” Ed entrò.

Erano in cinque, tutti maschi, gli amici di Marie. Cinque ragazzi la cui gioventù era stata rubata prima dall’eroina e poi da ben altri tipi di mostri. I loro corpi straziati erano disposti in un cerchio perfetto, ai vertici di un pentacolo disegnato con il loro stesso sangue. Al centro del pentacolo, della materia grigiastra era stata usata per tracciare una Parola. Il Sole faceva capolino attraverso squarci nel soffitto, illuminando corpi sventrati e dissanguati. Hellwolf riconobbe il segno dei morsi e degli artigli, così come a morsi erano state aperte le scatole craniche ora prive di cervello. E materia cerebrale era quella che componeva la Parola…

I suoni dei conati di Marie lo riportarono al problema immediato. Si rivolse a Volk in Russo. «È come sospettava il Consiglio: questa Parola è stata estratta dal Darkhold. C’è la mano di Chton dietro a questa follia.»

«Non credevo che il Popolo-Ombra potesse arrivare a tanto,» rispose l’altro, scuotendo la testa. «Non dovrà restarne in vita uno solo, o la Caccia troverà nuovo vigore…Ma perché lo hanno fatto? E’ così…umano…»

«Discuteremo di psicologia comparata dopo, Bolscevico. Adesso, dobbiamo mettere al sicuro l’umana, o ci sarà di impaccio per il compito che ci aspetta.»

“Parlavate di me, per caso, stranieri?”

Si voltarono tutti di scatto, Marie ed i lupi -questi ultimi alquanto sorpresi per essere stati colti di sorpresa in quel modo!

Soprattutto dal vecchio Paul. L’uomo emerse dalle ombre del magazzino; procedeva con sicurezza di sé, lontano anni luce dall’ubriacone indifeso. Come per Fenris, quello era solo un simulacro, un guscio che gli tornava comodo per mescolarsi alla gente, attirarla in trappola…e mangiarla. “Sssìì, tutta questa carne da offrire in pasto alle potenze oscure. Il mio signore ne sarà tanto felice. E mi darà tanta forza in più, per dargli altre anime…” L’aura di morte lo circondava, la corruzione lo seguiva ad ogni passo. Era peggio che posseduto, era cosciente di esserlo ed era completamente pazzo! “Quella lingualunga di Danielle…tsk, se solo avesse saputo. Se solo avesse saputo che Paul non incontrò il Wendigo, quella notte fatale…Ci eravamo persi, sapete? Molto stupido, da parte mia. Cinque giorni senza provviste, in mezzo alla tormenta. Avevamo fame, ma io ne avevo di più, molta di più. Lo avete capito, alla fine, vero? Appartengo al Popolo-Ombra, e ho pagato la mia fame diventando Wendigo…Ohh, ma non avrei sacrificato la mia vita, o il mio nuovo potere, la mia invincibilità.

“So che la maledizione finisce col saltare da un cannibale all’altro, lasciandosi dietro un cadavere e un’anima dannata per sempre. E così, ho deciso di rivolgermi al nostro vero signore, e alle arti oscure, per fare diventare parte di me una maledizione che gli Dei Antichi stessi avevano posto.” La carne iniziò a tremare, i capelli cambiarono colore. I denti diventarono zanne acuminate, gli occhi braci rosse. Una coda spuntò dal bacino di un corpo improvvisamente muscoloso e robusto. La voce divenne un ruggire ferino, intrisa di sfumature di odio puro, di sete di sangue. “La maledizione è saltata al nuovo stolto di turno, ma io ho mantenuto il potere, perché, in fondo, non c’è affinità fra i figli degli Dei Antichi?”

Il suo volto era un incrocio fra quello del Wendigo e quello del lupo, a riprova della veridicità delle sue parole.

Questa creatura non era il Wendigo. Era molto peggio! Era un mannaro capace di spargere la maledizione di entrambe le progenie degli Dei Antichi…

 

Episodio 20 - Di uomini e mostri (III parte)

 

Base Echo, Columbia Mountains Region, Canada

 

Il cuore della base, il nucleo operativo di questa struttura nascosta fra le montagne più impervie, era una grande stanza cilindrica, alta venti metri, divisa in quattro livelli. Ogni livello conteneva cinque celle spaziate in modo regolare. In ogni cella c’era una creatura umanoide…ma molto più possente di un umano, di postura digitigrada su zampe lupine, il corpo nudo coperto da una folta pelliccia bianco-grigia. I loro crani erano indubbiamente lupini, e nei loro occhi scarlatti brillava un odio senza pari.

Ognuno dei Predatori nel Buio era sospeso in una specie di vasca piena di un liquido verde chiaro. I loro arti erano saldamente tenuti insieme da manette di adamantio B. Dalle loro schiene uscivano dei tubi metallici, ognuno collegato ad una vertebra della colonna spinale; i tubi erano collegati alla parete della cella, ed aggiungevano tormento ai prigionieri.

“Mi auguro di vedere dei risultati molto presto, sig. Pulmann,” disse l’uomo dalla barba e capelli grigi, avvolto in un camice bianco sbottonato e pieno di mostrine. Camminava impettito di livello in livello, le mani infilate nelle tasche del camice, fissando le creature con disprezzo e divertimento.

Il suo nome era Vincent Lagorge, ed aveva dedicato la sua vita alla scienza…o, per la precisione, ai risultati che la scienza poteva portare. Non importava con quale metodo, quest’uomo si era tristemente distinto per la sua capacità di raccogliere informazioni con i mezzi più cruenti. Come conseguenza, i suoi risultati erano stati interamente disconosciuti dalla comunità scientifica. E per quegli esperimenti, Lagorge era stato condannato all’ergastolo

Fu la misteriosa organizzazione nota come lo Stato a liberarlo dalla prigionia. In cambio della sua ‘morte’, e di una fedeltà incondizionata, i suoi nuovi datori di lavoro gli offrirono mezzi pressoché illimitati…e la Base Echo, in un’area tranquilla, ricca di animali per i suoi esperimenti, abbastanza vicina alla civiltà da garantirgli qualche cavia umana ed abbastanza lontana dalle metropoli da non doversi preoccupare delle autorità.

Recentemente, Lagorge aveva avuto la fortuna di imbattersi in un intero branco di quelle elusive, leggendarie creature. Dalle loro potenti ghiandole contava di ottenere una droga stabile capace di fare impallidire quelle patetiche trovate da studenti del D-K e del POWER. Se fosse riuscito a trasferire la potenza fisica dei Predatori in un uomo, mantenendo la lucidità di quest’ultimo, lo Stato avrebbe avuto i soldati perfetti, invincibili!

Purtroppo, recentemente, la loro segretezza era stata messa a rischio dalla presenza in zona di un’altra leggenda delle foreste: il Wendigo. Il maledetto mostro mangiauomini doveva scegliere proprio quell’area, per le sue razzie! Fortunatamente, le autorità canadesi -memori delle conseguenze di un panico incontrollato nella popolazione, con vigilantes improvvisati, vittime innocenti, e soprattutto un poliziotto pedofilo quale colpevole invece che il mostro cui erano stati attribuiti i delitti- avevano deciso di elargire sanzioni dure, ed anche il carcere, a larghe mani a chiunque si fosse permesso di agire senza il loro permesso.

E così, almeno, le sole pattuglie nella foresta erano quelle delle Giubbe Rosse. Presto, però, ci si sarebbe messa anche l’F(Federal)B(Bureau)S(Superhuman)A(Affairs), ad indagare. Perdere tempo non era un’opzione; non quando un altro Predatore, ancora libero, vagava per le foreste.

“Stiamo veramente facendo il possibile, Signore,” disse l’azzimato e più giovane Adrian Pulmann, che gli camminava affianco, consultando il suo palmare. “Il guaio è che, una volta estratte dal corpo dei Predatori, le loro cellule degenerano velocemente, non importa a quale stadio di conservazione le portiamo…Mutano talmente in fretta che non ci è possibile fare un’analisi dettagliata del DNA. Sappiamo solo che non sono lupi. Anzi, la complessità dei cromosomi suggerisce che siano basicamente umani.”

Lagorge annuì. “E se le uccidessimo, la loro intera struttura cellulare potrebbe andare in pappa. Tss, stupidi mostri! Ma non importa: uno solo di voi non potrà fare certo il miracolo di liberarvi, non soprattutto dopo che il nostro ‘cane da guardia’ lo avrà sistemato a dovere.” Ridacchiò.

 

Voi che mi conoscete col nome di Predatore nel Buio sappiate che il mio nome è Vurcan, e che io ed i miei fratelli apparteniamo alla stirpe dei Devianti.

I miei antenati ebbero la ventura di nascere con l’aspetto che si è poi trasmesso di generazione in generazione. Essi furono un evento raro, per la nostra gente, a Lemuria: due gemelli, maschio e femmina, con lo stesso aspetto.

Sfortunatamente, tale singolare coincidenza era anche considerata una maledizione da alcuni sacerdoti estremisti. I miei antenati furono banditi insieme ai loro genitori, costretti a vivere senza alcun aiuto dai loro simili e con l’ombra perenne della persecuzione da parte degli umani e degli Eterni.

In qualche modo, i due piccoli riuscirono a sopravvivere. Dovettero imparare molto presto il valore della cooperazione, e quando furono maturi decisero di accoppiarsi tra loro pur di restare uniti; non credo ci sia stata altrettanta devozione fra un Deviante ed un altro, se non in rarissime volte, nella nostra storia.

Quell’accoppiamento ebbe anche il risultato di dare vita ad una stirpe uguale ai genitori, un’altra rarità. In questo modo si perpetuò una razza a parte, prolifica, ma costretta a limitarsi nel numero, pena il venire scoperti.

Nei nostri peregrinaggi, durati secoli, senza una tana fissa, i miei antenati, il primo branco, giunsero in un posto strano, una piccola città di nome Revelation. Gli umani che l’abitavano erano davvero la società più…originale che avessero mai incontrato. Accolsero noi Predatori  per i profughi che eravamo, e ci lasciarono usare la miniera come tana, mentre sarebbero stati loro stessi a procurarci il cibo.

Io nacqui qualche anno dopo. Possedevo una personalità molto indipendente, e quando fui cresciuto abbastanza da procacciarmi il cibo da solo, lasciai il branco ed iniziai a vagare per il mondo, sicuro nella mia giovanile arroganza di essere invincibile, di non avere nulla da temere da nessuno. L’unica cosa che fu permesso di prendere fu questo ciondolo composto da una scheggia di un cristallo cronale presente nella miniera.

Imparai quanto fosse sciocco tale atteggiamento, quando una semplice tagliola quasi recise la mia gamba[xlii]. L’umano di nome Wolverine mi salvò la vita, e fu il primo essere al di fuori di Revelation che potessi chiamare amico. Nel tempo, mi salvò altre volte[xliii] dalla perfidia degli altri umani…ma era destino che non potessi conoscere la pace.

Una serie di eventi portò me e due miei nuovi amici indietro nel tempo[xliv], per la precisione duecentocinquanta anni prima, proprio all’epoca del primo branco. Riuscii a rintracciarli, e mi misi al loro comando, per qualche anno.

Usai la mia esperienza per prevenire molte morti dei nostri, ed anche per aiutare qualche volta dei membri del Popolo[xlv]…ma così facendo, inconsapevolmente, ancora una volta preda del mio affrettato giudizio, avevo dato origine ad una diramazione temporale. Stavo minacciando la mia esistenza e quella della mia gente, e non sapevo come rimediare. Avevo il cristallo, ma non sapevo come usarlo.

Fu allora che si presentarono a me il Consiglio del Popolo e Opal-Luna Saturnyne Mastrex dell’Onniverso. Secondo le direttive temporali, lei avrebbe dovuto togliermi il cristallo e condannare all’oblio coloro che avevo salvato. Il Consiglio intercedette per noi, e chiese che fossimo messi semplicemente in condizione di non nuocere; sarebbe stato il destino, a suo tempo, a decidere il nostro cammino.

Opal accettò, e noi ‘anomalie’, come ci chiamò lei, fummo ibernati. Per essere ancora più sicura, però, la Mastrex alterò le emissioni del mio cristallo, in modo che il tempo, per me, continuasse a passare. Contava sul fatto che se fossi morto, i miei simili non avrebbero pensato a prendere il cristallo.

 

Nel ventesimo secolo, fummo liberati, ironicamente, proprio dall’inquinamento atmosferico, che sciolse la nostra prigione[xlvi]. I miei fratelli, purtroppo, erano affamati, e fecero scempio di molti degli umani di un vicino insediamento; ancora una volta, in quell’occasione, fu Wolverine a impedire che il massacro proseguisse. Io ero quasi impazzito per l’azione combinata del freddo e dell’età, e fu lui a riportarmi alla sanità. Lasciammo il luogo della nostra prigione, per tornare fra le foreste.

Purtroppo, anche se Opal-Luna mi aveva tolto il cristallo, le sue energie erano diventate parte di me, conferendomi quel potere di ‘ripetizione’ temporale che talvolta ho usato. Ma il prezzo da pagare per la libertà continuiamo a pagarlo, io ed i miei fratelli e sorelle: il nostro branco non può riunirsi a quello di Revelation. Noi dobbiamo restare morti, per loro.

Ho accettato di unirmi alla vostra lotta per ripagare almeno il debito di vita contratto con il Consiglio…Ma non posso dimenticare il mio dovere verso coloro che devo proteggere, a qualunque costo, incluso l’abbandonarvi, se necessario.

 

Nel folto delle foreste canadesi, cinque lupi mannari si scambiarono occhiate pensose, quando quel racconto fu terminato.

Purtroppo, quando

Ø  Sir Wulf, timberwolf americano, il capobranco del Power Pack,

Ø  Ferocia, la licantropa-strega dell’era Hyboriana,

Ø  Kody, il giovane mezzosangue figlio di mannaro e di strega,

Ø  Jon Talbain, il Campione del Popolo,

Ø  Maximus Lobo, potente membro del ramo mutante dei licantropi,

avevano intrapreso, insieme al resto del Pack, la missione di rintracciare un Wendigo in odore di licantropia, l’ultima cosa che si erano aspettata era di scoprire che i simili del loro compagno, il Predatore nel Buio erano prigionieri di una qualche organizzazione umana. Questo rappresentava un problema non da poco, e non tanto per la liberazione degli innocenti in sé: quello che Wulf temeva era il rischio di attirare indebita attenzione sul Popolo. L’ultima cosa che si auspicavano era un’alleanza fra l’alto sacerdote di Set, Thulsa Doom

Ma, nel bene e nel male, il Predatore era branco. Il suo destino era il loro. E potevano solo sperare che gli altri se la sarebbero cavata, nel frattempo[xlvii]!

Sir Wulf posò le mani sulle spalle della possente creatura dalla bianca pelliccia, e gli leccò il muso. “Sei branco e combatteremo con te. Abbiamo solo bisogno di un piano adatto.” E, che gli altri fossero d’accordo o no, ora che il capobranco aveva parlato, lo avrebbero seguito fino all’inferno se necessario.

“Solo una cosa non capisco,” disse Talbain. “Perché la storia dell’’alieno’, e lo strano accento? Se ci avessi detto la verità fin dall’inizio, ti avremmo accettato con maggior gioia. Il Popolo conosce bene le sofferenze di chi è costretto a nascondersi dalle persecuzioni…”

“Ho chiesto al Consiglio di perpetrare l’inganno,” lo interruppe il Predatore, “perché non volevo che attraverso di voi i nemici dei Devianti decidessero di colpire il mio branco. Mi ero costretto a pensare a me stesso in termini diversi, per ingannare un telepate non molto potente.

“Se dovevo morire, sarebbe stato senza coinvolgere gli altri…Ma ora, non posso farcela da solo.” La sua espressione era di grande sofferenza, le sue orecchie piegate, sembrava così fragile. “Dobbiamo fare presto.”

Sir Wulf si voltò a guardare nella direzione delle montagne. “E presto faremo, se…” le sue orecchie triangolari furono le prime a fliccare. Altre quattro seguirono a ruota. Il vento aveva cambiato direzione, solo per un momento, ma era stato sufficiente.

Aveva portato non odori, ma un suono. Di un passo! Vicino.

Dietro di loro. Non appena i lupi lo ebbero realizzato, qualcosa esplose dalle fronde! Un qualcosa di umano, a braccia protese in avanti…e aguzzi artigli che spuntavano dai suoi pugni! Talbain, il più vicino all’aggressore, reagì altrettanto velocemente, facendo scattare una zampa di taglio, gli artigli uniti ed estesi come pugnali.

Contatto.

Un lungo squarcio si disegnò lungo la spalla sinistra del Campione del Popolo -niente che il fattore di guarigione della sua specie non potesse risolvere. Almeno, l’attacco fu sventato…o quasi. Gli artigli del lupo avevano scavato uno squarcio nel torace dell’altro…ma questi non ne sembrò affetto. Atterrò con una capriola proprio davanti al Predatore, e si preparò a colpirlo al ventre… Ma, per quanto veloce, non lo fu abbastanza per gli arti del Deviante, che afferrò entrambi i polsi in una presa indistruttibile. “Sei veloce, Albert, ma non abbastanza, te ne sei dimenticato?”

“Albert? È quello il suo nome?” fece Talbain, ora quasi completamente guarito.

In effetti, quello che li aveva appena attaccati era senza dubbio Wolverine, nel suo classico costume marrone da X-Man.

“Non ha odore: è un roboooff!” il Predatore fu colto di sorpresa dalla reazione successiva della macchina, che fece leva per scaraventarlo sopra di sé! Il Deviante finì contro un albero. Solo a quel punto tutti videro le scintille, e non il sangue, che uscivano dalla ferita al petto di ‘Wolverine’ -una ferita che si stava rapidamente rimarginando…

“Un robot?” Sir Wulf estrasse l’elsa della spada, per poi generare una lama di luce. “È abile. Vediamo come se la cava con un ex Cavaliere di Wundagore!”

Una sfida che al robot andava benissimo, evidentemente, perché si gettò addosso al capobranco senza pensarci su due volte. Wulf si chinò leggermente, pronto ad accogliere quell’attacco…invece, all’ultimo istante, saltò, compiendo una capriola sopra il robot.

Purtroppo, anche la macchina fu altrettanto lesta nel rispondere! Piroettò su sé stessa, pronta a colpire ancora prima che Wulf terminasse la caduta…quando un braccio peloso grosso come quello di un grizzly lo afferrò per la collottola.

“Stai diventando noioso,” disse Maximus Lobo. “Io preferisco definirmi ‘efficiente’.” E sottolineò il concetto scaraventando ‘Wolverine’ con la faccia contro una roccia, sbriciolando quest’ultima. “Ferocia?”

A quel punto, una sorta di simbolo di luce le apparve addosso. Il robot fu preso dagli spasmi, e crollò a faccia in avanti.

“Macchine…” Ferocia fece sparire la Parola usata per fermare Albert. “Non ho mai capito perché siano tanto valutate.”

Wulf rinfoderò la spada. “Hai lavorato di squadra, Maximus. Ben fatto…Hm,” annusò l’aria e fece fliccare le orecchie, “nessun altro nelle vicinanze. Dovevano avere pensato al solo Predatore, quando lo hanno mandato. Era lui, l’obiettivo.”

“E adesso rischiamo di essere noi,” disse Jon, indicando la macchina. “Se ha una telecamera addosso, siamo appena stati scoperti.”

Wulf annuì. “Non abbiamo molta scelta, allora…Ferocia, preparati a fare come ti dico…”

 

“Non è possibile. Non ci credo.”

Lagorge era fortemente perplesso, contrariamente al terrore aperto manifestato da Pulmann. “Che simili creature esistessero davvero non lo credevo possibile.”

L’immagine mostrava un’inquadratura di tutto il Pack. “Mi chiedo cosa abbia a che fare il Predatore con loro…Che ci sia un grado di parentela...?”

Pullmann osservò la familiare luce accendersi negli occhi del suo superiore. Un attimo dopo, purtroppo, Lagorge disse, “Devo averli. I veri lupi mannari: con simili soggetti, le ricerche che potrà portare a termine. Dobbiamo farli arrivare qui, in un modo o nell’altro!”

Il suo sottoposto divenne pallidissimo. “A…andare da…quelli?”

Lagorge levò gli occhi al cielo. “Insomma, giovanotto! Cos’è? Vi è presa la fifa tremens tutto d’un tratto? E comunque, no, non sarà necessario andare alla loro ricerca: sono sicuro che verranno loro da noi...soprattutto, se gli diamo un bell’incentivo…Cosa?” in quell’esatto momento, le luci si erano spente. “Le luci di emergenza! Perché i generatori ausiliari non sono stati ancora attivati?!”

Le tenebre erano assolute. I monitor e le consolle erano morti come l’illuminazione. Lagorge sapeva bene che senza corrente, neppure l’impianto di ventilazione poteva funzionare; per nascondere Base Echo, avevano realizzato un circuito chiuso…

“Se pensano di essere furbi…” Lagorge mise mano ad un pacchetto che teneva in tasca -il kit concepito proprio per quelle emergenze, consistente di comunicatori con batteria autonoma e visore notturno con lampada incorporata. L’uomo indossò il tutto, e attivò il comunicatore. “Lagorge a Sicurezza. Rapporto.”

“Sezione 1,” giunse la risposta dopo un rapido gracchiare, “nessun intruso da segnalare.”

“Sezione 2, l’entrata non è stata attaccata.”

“Sezione 3, entrata secondaria integra, niente da segnalare.”

“Sezione 4, non ci sono segni di sabotaggio al gruppo di alimentazione principale.”

 

“Sezione 5, le celle di contenimento sono integre. Nessun segno di…Chi è là?” il soldato si voltò di scatto, abbracciando l’area con il suo visore notturno.

“Sezione 5, cosa sta succedendo?” la voce di Lagorge quasi gli perforò l’auricolare. Il soldato quasi fece un salto. Vecchio caprone borioso… “Er, sezione 5, niente da segnalare.” E chi vuoi che entri qui, se tutte le porte sono belle chiuse? Ci vorrebbe una bomba atomica per sfondarle…uh? Un soffio d’aria calda, dietro di lui. Che diavolo..? “Ted, se questo è uno dei tuoi scherzi del cavolo, ti…” non aveva fatto in tempo a voltarsi, che qualcosa di peloso gli afferrò il collo in una morsa tremenda! L’uomo avvertì un breve dolore quando le sue vertebre furono stritolate, poi più nulla.

 

“Hai sentito?” La soldatessa si irrigidì, puntando la sua arma nella direzione di quella specie di schiocco. Il suo compagno coprì il resto dell’area. “Sì. Cosa vedi?”

“Niente, per…oddio…” il suo visore arrivò ad illuminare il corpo ancora caldo del soldato morto, un rivolo di sangue che usciva dalle orecchie e dalla bocca. Si preparò a comunicare a Lagorge dell’omicidio…

In quel momento, udirono il ticchettio; veloce, come di unghie di cane contro il pavimento. Si voltarono entrambi di scatto, pronti al fuoco…E restarono paralizzati dall’orrore, vittime della Phobia, alla vista di Sir Wulf che correva verso di loro. Il lupo mosse ad arco la sua spada-laser; il calore della lama di energia cicatrizzò all’istante le ferite, mentre le teste rotolavano via.

Scene simili, con poche varianti, si ripeterono nel resto della stanza cilindrica. Senza la minima pietà, ogni membro dello staff, civile o militare che fosse, fu ucciso. Terminato quel macabro compito, Sir Wulf, Vurcan al suo fianco, disse, “Ferocia, prepara molte Parole di guarigione per gli altri Predatori. Ne avranno davvero bisogno, fra poco. Vurcan, procediamo. Dovremo andare uno per volta; fai capire loro che devono resistere ancora per poco, non importa quanto male farà.” Sostituì la lama-laser con una lama monomolecolare, e con un fendente aprì la prima cella. Si ritrovò la pelliccia impregnata del liquido verde, e ignorando il fetore chimico che da solo era una tortura per una creatura dal naso sensibile, prima tirò via i collegamenti dalla schiena. Il Predatore prigioniero emise un lungo uggiolio/ringhio. Il suo simile lo accarezzò e gli parlò come un padre ad un figlio, cercando di chetarlo come meglio poteva.

Wulf tagliò via le manette. Solo a quel punto, la Parola di guarigione apparve intorno al corpo del poveretto, quasi incosciente dal dolore.

La cosa si prospettava lunga…

 

“Sezione 5. Sezione 5. Rispondete, sezione 5!” Ora Lagorge era davvero preoccupato. Non aveva dubbio che in qualche modo quei lupi fossero entrati…E se liberavano i Predatori, sarebbe stato un massacro senza pari…Eppure, la sola cosa che occupava la sua mente era che i suoi esperimenti sarebbero falliti. E questo era inammissibile.

“A mali estremi…” mormorò, digitando una serie di pulsanti sul suo comunicatore. Fatto! I sistemi di alimentazione potevano essere stati disattivati, ma c’erano parecchie batterie nei droni da combattimento! Se quelle bestiacce gli avevano rovinato gli esperimenti, non c’era ragione di prenderle vive! Voleva dire che ne avrebbe esaminati i pezzi!

Il comunicatore gracchiò. “Controllo, qui Sezione 8! Gli intrusi sono qui! Ci sentite?”

 

“Abbiamo bisogno di rinforzi! Per l’amor di Dio, fate presto!”

Esplosioni e grida terrorizzate venivano, anche se smorzate, dalla porta blindata. I tre soldati nella stanza puntavano le armi, pateticamente consci di essere del tutto indifesi se le cose che stavano massacrando i loro camerati là fuori avessero fatto irruzione. Una cosa era certa: i poveretti avevano sparato con tutto quello che avevano, e non era servito, almeno a giudicare dal terribile silenzio che ora aveva sostituito la battaglia…

“Si sono fermati,” disse un soldato, con un filo di speranza isterica nella voce. “Non possono passare attraverso la porta. Non possono…” in quel momento, nel buio, si udì il suono di tessuto lacerarsi.

Poi fu il panico! Uno dei soldati era una copia esatta di Maximus Lobo. La creatura saltò addosso alle sue prede. Le prede spararono all’impazzata. Fu un massacro intenso ma breve. Quando finalmente il drone cadde, crivellato di proiettili, non c’erano rimasti soldati in piedi.

Solo a quel punto, la porta fu praticamente scardinata da un paio di potenti mani artigliate.

“Ottimo, Maximus,” disse Talbain, entrando insieme a Kody ed Albert. Vurcan gettò via la lastra metallica. Albert si avvicinò ad una teca. “Elsie Dee, mi senti?”

La teca conteneva…una bambina. Una creaturina di non più di sei anni, con i capelli biondi raccolti in un paio di trecce, e un vestitino rosa-caramella. Appena il robot ebbe parlato, gli occhi di lei si aprirono…ed emisero un bagliore di energia. “Oh, Albevt! Stai bene!” il suo volto si aprì in un gran sorriso.

Albert tirò fuori gli artigli -adamantio B, non certo roba da stare alla pari con quelli del vero Wolverine, ma sufficienti a demolire lo spesso cristallacciaio della teca. “Ce l’ho fatta a liberarti, come ti avevo promesso. Stai bene?”

Lei si mise seduta, e lo abbracciò. “Sì, sto bene. Quegli aguzzini hanno cattuvato gli amici di Puppy. Dobbiamo aiutavli!”

“Ci stiamo già pensando,” disse Talbain, presentandosi. “Noi siamo il Power Pack. E tutti gli amici di….Puppy sono nostri amici. E ora forza, che dobbiamo raggiungere gli altri.”

 

Uccidere personale indifeso, disarmato, non era stata un’azione degna del suo codice cavalleresco…ma la vista delle sevizie a cui i Predatori erano stati sottoposti era ancora sufficiente a convincere Sir Wulf che lo avrebbe rifatto, se necessario. La complicità in simili atrocità non meritava pietà!

Lui e il Predatore stavano liberando il sesto prigioniero. Dolce Madre Natura, erano tutti coscienti. Lui non avrebbe mai resistito ad una simile tortura, ne era certo…

“Pare che abbiamo compagnia,” disse Ferocia, pronta a concentrarsi su un’altra Parola. “Per favore, non chiedetemi di sistemare anche questi, non ora.”

I passi metallici venivano da tutte le porte. Sapere che i tre guerrieri avrebbero avuto il tempo di intercettarli non era di aiuto -non potevano materialmente distrarsi dal compito in corso…

I droni entrarono. Robot smeraldini, tozzi, con un occhio solo incassato nel cranio senza volto. Le loro mani erano cannoncini, i loro corpi alloggiamenti per altre armi. Erano creature concepite per un solo scopo: distruzione totale dell’avversario.

Sir Wulf e il Predatore li ignorarono, mentre deponevano a terra il settimo prigioniero. Ferocia chiamò una Parola.

 

Il robot più vicino ai bersagli acquisì i bersagli. Sollevò le braccia…

Un nunchaku sfondò senza fallo il suo occhio elettronico, e trapassò il suo cranio come fosse stato vetro!

Privo di input sensoriali, impossibilitato a eseguire i comandi, il robot si disattivò.

“Quando fanno così, mi piacciono di più,” disse Talbain entrando dalla porta da cui il robot era venuto. Gli altri lupi, Elsie Dee ed Albert, seguirono a ruota.

I droni decisero che la nuova minaccia meritasse priorità. Tre di loro aprirono il fuoco su Talbain. Gli altri si concentrarono sulla squadra di Wulf.

Il Campione del Popolo evitò le loro raffiche saltando come un grillo, rendendosi un bersaglio impossibile ancora prima che lo inquadrassero. Kody annientò le macchine concentrate su Talbain facendo ricorso alla magica spada Windcutter che non solo poteva generare un campo di vuoto, ma poteva anche tagliare qualunque metallo.

 

Per quanto riguardava la difesa dei Predatori, quel compito lo assolse più che egregiamente Maximus: la sua stazza non ingannasse, riusciva a saltare da un drone all’altro con la velocità del fulmine! E i suoi artigli squartavano il metallo eficacemente come coltelli roventi nel burro!

“Fin qui tutto bene,” disse Wulf, che finalmente fu affrancato dal liberare i prigionieri, grazie all’aiuto di Albert e dei suoi artigli. “Ma se questo posto disponesse di un sistema di autodistruzione con una propria alimentazione, saremmo fritti. Maximus, puoi trovarlo?”

“Non è un problema.” Diceva sul serio. Poteva eseguire l’ordine con la stessa facilità con cui aveva trovato i Predatori ed Elsie Dee. Si trattava solo di leggere le menti del personale…ah, trovato!

 

“Signore, cosa sta facendo?”

“Non si vede, testa di cavolo?” disse Lagorge. “Tutto è perduto. Non solo il mio lavoro, ma l’intera base è stata compromessa. Inutile mandarvi al macello inutilmente: gli ordini sono chiari, del resto. Quando si mette male così, l’unica è non lasciarsi tracce dietro. Che muoia Sansone con tutti i Filistei!”

Pulmann lo vedeva, ma non ci credeva. “Signore, ci sono i gas, la nuclearizzazione locale…Si fermi!” Si gettò addosso al suo superiore, ma questi, con una forza insospettata, gli diede un pugno che gli ruppe il visore lo mandò a sbattere a terra. “Traditore! Ti consegneresti al nemico? Lo dicevo io, che ci vogliono delle persone di fegato, per questo lavoro!” e riprese a digitare il codice.

 

“So dov’è, so chi lo manovra, ma non posso intervenire.”

“Cosa?” Sir Wulf si sentì mancare la terra sotto i piedi. “Perché?”

Maximus sorrise. “Ordini superiori.”

In quel momento, Wulf ricevette un messaggio, direttamente nella sua mente!

L’immensa gioia che provò fu mitigata solo dall’urgenza dello sviluppo. “Branco, vi voglio pronti per un teletrasporto. Abbiamo l’infermeria disponibile.” L’istante successivo, Sir Wulf, Talbain Kody, Maximus, Ferocia, Albert, Elsie Dee, Vurcan ed ogni singolo Predatore libero o prigioniero che fosse, sparirono

 

Con una risatina maniacale, Lagorge terminò di comporre il codice, sotto lo sguardo assente, spento, dei suoi uomini. Poi, ci fu solo una grande luce…

 

Astronave Umbra, in orbita intorno alla Terra.

 

“Parecchi geologi impazziranno dalla curiosità,” disse il lupo chino sulla consolle che stava mostrando un grafico della detonazione. Karnivor sorrise. “È stato divertente giocare con le loro menti, finché è durato. È da tempo che non ne trovavo di così malleabili.”

Wulf lo abbraccio da dietro le spalle e gli diede dei morsetti sul collo. “E sono felice anch’io di rivederti, lupo solitario. Come mai ci hai messo così tanto?”

L’altro gli diede una grattata sul muso. “Sono stato occupato con…un vecchio amico[xlviii]. Tanto te la stavi cavando benissimo da solo.”

Wulf scosse la testa. “Io, forse, ma i Predatori…Madre Natura, sarai in grado di guarirli? Le loro ferite…”

“I sistemi di bordo possono curare ferite peggiori di quelle. Gli umani sono stati molto attenti a non ucciderli, dopo tutto. Ci vorrà tempo, ma vedrai che si riprenderanno…”

“Era quello che volevo sentire dire,” disse Vurcan, entrando nella stanza. Se già la sua voce era minacciosa di suo, ora l’odio traspariva ad ogni parola. “Karnivor, ti affido la loro sicurezza. Per quanto riguarda me, capobranco, voglio solo una cosa: restare con voi, per arrivare a sterminare i nostri comuni nemici. E non mi fermerò finché ci saremo riusciti.”

 

 



[i] E prima de PETER PARKER, L’UOMO RAGNO #30!

[ii] Epp.  #8-9-10

[iii] Ep #2

[iv] CAMPIONI #12

[v] THE MIGHTY THOR #316-317

[vi] TMT #478-479

[vii] THOR #12-13

[viii] E come può vedere chiunque abbia letto MARVEL COMICS PRESENTA #13

[ix] Per la precisione, confinati nell’Interregno, nelle pagine dei SUPERNATURALS

[x] I particolari esclusivi nell’Ep. #4!

[xi] Correntemente e prossimamente su RANGERS

[xii] THOR ANNUAL #10!

[xiii] Tutto questo sta succedendo in SPIRITI DELLA VENDETTA #5

[xiv] NEW WARRIORS #5

[xv] Come spiegato in WOLVERINE MITA #102

[xvi] GLI INCREDIBILI X-MEN #12

[xvii] WOLVERINE Play #41

[xviii] In X-FORCE MUSA #90-91

[xix] Essendo la prima l’omonimo Inferno scatenato da N’Astirh

[xx] Ultimo ep.

[xxi] Sempre ultimo ep.

[xxii] Per sapere perché, correte a leggere LA TELA DEL RAGNO #

[xxiii] CONAN THE BARBARIAN #234

[xxiv] WOLVERINE MITA #102

[xxv] Avvenuta nel lontano GIANT-SIZE SUPER-HEROES #1

[xxvi] UOMO RAGNO #34

[xxvii] UOMO RAGNO Corno #35

[xxviii] Spiegata in futuro su SPIRITI DELLA VENDETTA #11

[xxix] Tutto questo spiegato in MARVEL COMICS PRESENT #85-90

[xxx] Ep. #15

[xxxi] La brevissima apparizione dell’incubo’ in questione su I NUOVI MUTANTI (Cloak & Dagger) #18 Play Press

[xxxii] In THOR #16

[xxxiii] Chi? Lo scoprirete presto, su PALADINS

[xxxiv] MARVEL COMICS PRESENT #22

[xxxv] STAR MAGAZINE #14-15

[xxxvi] WOLVERINE Play Press #29

[xxxvii] Karnivor è correntemente impegnato su L’UOMO RAGNO #36-37

[xxxviii] Ep. #4

[xxxix] SPIRITI DELLA VENDETTA #11

[xl] Sulle pagine di RANGERS #19, per la precisione.

[xli] Ultimo ep.

[xlii] WOLVERINE #29 Play Press

[xliii] WOLVERINE #40-41 PP

[xliv] WOLVERINE #48 PP e 77 MITA

[xlv] In futuro su STRANGE TALES

[xlvi] WOLVERINE #75

[xlvii] Questo episodio si svolge contemporaneamente al #18

[xlviii] MARVELIT TEAM-UP #1